del resto è così che ci si prende

 

“Il poeta produce il bello con l’attenzione fissata su qualcosa di reale. Lo stesso avviene con l’atto d’amore. Sapere che quest’uomo, che ha fame e sete, esiste veramente come me, questo basta, il resto viene da sé” (Simone Weil) “L'anarchia viene dal di dentro. Non c'è un modello di anarchia, né alcuna definizione. Definire, vuol dire confessarsi battuti in partenza. Definire, vuol dire fermare il treno nella notte quando devia sullo scambio. Tanto vale ammettere che si ha fretta di farla finita con la comprensione dell'avvenimento. Proprio per la sua inattitudine di fondo a non saper definire niente, l'uomo scalpita nelle obiezioni e nella filosofia” (Léo Ferrè)

QUANTO ALLA MUSICA, CI SONO IL MYSPACE E IL BLOG SBANDATI


martedì, 13 maggio 2008

 

Il lavoro che uccide e il lavoro che serve

Il lavoro rende servi. E' il caso dei migranti, che in Italia verranno messi in servitù bella e buona. Non ho tempo di articolare un discorso compiuto (sarebbe troppo lungo), ma le misure proposte da Maroni sono incredibili - e soprattutto, serviranno a rendere ancor più servile il lavoro migrante e clandestino (questo articolo di Repubblica sintetizza efficacemente i termini più elementari della questione). Ci rivediamo fra cinque anni, dite? No - perché qui si tratta di vigilare, giorno per giorno. Chi vuole ripercorrere la storia dei CPT e del dibattito in materia, un ottimo dossier lo si trova qui, nel sito di Sergio Bontempelli di Africa Insieme di Pisa.

Nota di servizio: un primo elenco delle presentazioni di Lavorare Uccide (che, mi auguro, saranno ogni volta occasioni di "assemblea popolare", e non solo un monologo del sottoscritto):

14 maggio (17,30): Massa, palazzo Bourdillon.

15 maggio (21,30): Milano, Circolo dei Malfattori, via Torricelli.

18 maggio (20,00): Roma, Libreria Flexi

21 maggio (18,00): Prato, libreria al Castello, via Piave 12.

22 maggio (21,30): Viareggio, sala comunale (org. comitato Matteo Valenti).

31 maggio (21,30): Roma, Csoa Acrobax

5 giugno (21,30): Milano, circolo Scighera.


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mercoledì, 07 maggio 2008

 

Mettere servi al lavoro per allevare servitù.

(Quando sento la parola cultura metto mano alla pistola).

Non una parola sul resto. Solo su Mariastella Gelmini. La nuova ministra dell'istruzione. Quella che metterà mano alla scuola. L'avvocatessa (non sia mai che un ministro conosca la scuola dal di dentro) ha presentato nella scorsa legislatura una proposta di legge che, tra la varie cose geniali "per l'attuazione del merito", avrebbe voluto instaurare la chiamata nominativa dei docenti. Insomma dovrebbero essere i presidi adecidere chi insegna in una scuola, seconda l'avvocatessa. Ma l'avvocatessa, dico, ha idea di come funziona la scuola già adesso? Di quanto sia sempre più ingorgata di assurdità para-aziendali e burocratismi insulsi? Di quanto già adesso la rappresentazione (e autorappresentazione) manageriale dei presidi abbia fatto solo danni, non aumentando di una briciola l'unica cosa che davvero serve a scuola, cioé la qualità dell'insegnamento? Ecco, attuare quella proposta significherebbe rendere il corpo docente un branco servile, e far lavorare unicamente clientele - familistiche e/o politiche. Per quanto mi riguarda, poi, significherebbe non lavorare più, ché io con i presidi che mi sono ritrovato fino ad ora (un misto tra autoritarismo ottocentesco e volizioni postmoderne) non ho avuto esattamente buoni rapporti. E non ho intenzione di isservilirmi in futuro. Sapete com'è, dalle mie parti provinciali a volte basta il capello lungo per essere additati (dai colleghi, non dai ragazzi, ché con loro ci sono generalmente ottimi rapporti) a untore e corruttore. (Un preside mi disse pure, una volta - e io di lui sapevo solo il cognome: "su di lei so più cose di quante lei s'immagini". Lo chiamavano Mossad, insomma).

Ah, un'altra parola. Il ministro della Cultura. Sandro Bondi da Fivizzano. Se non avete mai letto le sue poesie, eccole. Ridete, e poi piangete.


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domenica, 04 maggio 2008

 

Possibile?

Possibile che ci voglia sempre il morto? Possibile che i media, così pronti a far terrorismo su una serie di questioni, o a cancellare i fatti dal reale, non sentano la necessità di vedere che nelle strade lo squadrismo fascista imperversa? Possibile, sì. Sono solo ragazzate, in fondo. Ecco qui una lista aggiornata delle ragazzate fasciste. E non credo ci sia bisogno di essere comunisti o antagonisti per preoccuparsene, no? L'Italia (domanda retorica, ahimé) è ancora una Repubblica antifascista?


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mercoledì, 30 aprile 2008

 

1° maggio

Se stasera siete in casa, io sto su RaiNews24, alle 21,15, a una trasmissione sui morti sul lavoro (si può vedere anche in streaming, qui). E domani, il primo maggio anarchico, a Carrara - in piazza Gino Lucetti (che ufficialmente è piazza Alberica). Per chi non lo sapesse, Lucetti fu l'anarchico che nel 1926 attentò a Mussolini - solo per un soffio lo mancò, in un tragico impeto di sfortuna: a lui venne dedicato il battaglione partigiano libertario sui monti apuani, a lui venne dedicata la piazza, che nel 1960 tornò all'antica denominazione per gli stradari ufficiali. Ma non per gli anarchici.

Un'altra bella manifestazione sarà a Reggio Emilia, dove l'associazione Città Migrante ha organizzato anche quest'anno una grande manifestazione per i diritti dei lavoratori migranti. Di lavoro migrante ho parlato con Federica Zambelli, anima dell'associazione - si può leggere la conversazione qui.

Infine Roma, il concertone di piazza San Giovanni. Non è per passare da padre pio, ma in qualche modo sarò anche là: ho scoperto su Internet che Claudio Santamaria leggerà dei brani tratti da Lavorare uccide.

Auguri al lavoro, che non sta in buona salute. Io, per ricordare ai ragazzi del perché domani staranno a casa, ho letto qualcosa sulle origini del primo maggio, e del primo maggio di Portella della Ginestra.


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lunedì, 28 aprile 2008

 

Autorità e Gerarchia

A La7, nella puntata di Exit dedicata al presunto "fannullonismo" nel settore pubblico, Sacconi, l'esperto del lavoro del nuovo governo, ripete come mantra che oggi è finalmente finito "il lungo 68", il quale, hélas, ha fatto perdere il senso della gerarchia, dell'autorità e della responsabilità. "La ricreazione è finita", ha detto, e che lo dica nel giorno della vittoria di Alemanno a Roma (ma io direi, almeno altrettanto, della sconfitta di Rutelli) non è casuale. (Tralasciamo il ressentiment - proprio da manuale nietzscheano - che trasuda dalle sue parole, dal suo tono, dalla sua espressione: rivendica la sua storia personale, "io ero dall'altra parte" - parte che adesso si pretende l'unica, come Montezemolo vuole, e lui vuole una realtà in cui gli operai si sentono vicini agli imprenditori, evviva le corporazioni).

Ora - detto che il sottoscritto quest'anno è andato alla sua cattedra anche con 38 di febbre, e dunque ha le carte in regola per parlare - a me paiono significative due cose: la prima, che nella società del trionfo neoliberista, di fatto, l'autorità nel mondo del lavoro è stata già fin troppo ripristinata. Basta guardare gli stipendi dei dirigenti. I manager hanno stipendi altissimi, ovunque. E cresciuti esponenzialmente negli ultimi trent'anni. (Negli ultimi quindici, poi, in Italia le ore di sciopero sono diminuite drasticamente e i profitti delle medie e grandi imprese sono schizzati in alto, senza avere però effetti postivi quanto all'occupazione). Nel pubblico dove lavoro io, l'autorità para-aziendale è stata imposta in maniera decisa, e con ben scarsi risultati. Eppure il modello del privato continua a essere gettato come fumo negli occhi. (Detto questo, è vero che si tratta di individuare dei meccanismi che incentivino un lavoro al meglio delle possibilità: ma, appunto, detto questo. E non invece partendo dalle ultime ruote del carro, come ha perfino fatto rilevare Di Pietro, che indica come invece il problema sia nella colonizzazione partitica degli incarichi nel settore pubblico). Seconda cosa: chi dice che si tratta di ripristinare l'autorità e la gerarchia è lo stesso che, esattamente l'indomani delle elezioni (e prima della nuova presidente della Confindustria Marcegaglia, a testimonianza di un'assoluta consonanza di cuore), ha detto che si tratta di cambiare la 123, la legge sulla sicurezza sul lavoro fatta dal governo Prodi. Una legge sulla quale il governo già aveva ceduto alle lamentazioni di Confindustria, ma che pure per Sacconi è troppo onerosa per gli imprenditori. Lo ha ribadito, nella stessa trasmissione, Beretta, vicepresidente di Confindustria (il quale tra l'altro ha ripreso i dati sugli incidenti in itinere, questione già affrontata e confutata nel capitolo finale di Lavorare uccide). Ora si capisce che cosa significa ripristinare l'autorità e la gerarchia?


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domenica, 27 aprile 2008

 

Scaffalature pt.2

L'anno scorso, alla Feltrinelli di piazza Duomo a Milano, trovai Lager italiani nel settore immigrazione, tra droga e psichiatria: problemi sociali, insomma - e che fosse Feltrinelli a far questo faceva riflettere. Ne dicevo qui.

Adesso con Lavorare uccide pare inscenarsi una commedia degli equivoci. E ahimé protagonista sempre librerie Feltrinelli. Gaetano mi segnala che a quella napoletana di via Tommaso d'Aquino il libro si trovava nel settore "management". (supergulp) Salvatore invece mi dice di averlo trovato, nell'altra Feltrinelli napoletana di piazza dei Martiri, tra i gialli (e qui, se vogliamo, un senso c'è, anche se non credo proprio sia stata fatto scientemente).

E allora, quelli di voi che hanno comprato il libro, o che semplicemente frequentano librerie, mi possono far sapere in quale settore trovano Lavorare uccide?


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mercoledì, 23 aprile 2008

 

Del viaggio

Ho scritto una nota a margine del libro, per il sito di Articolo 21, qui.


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venerdì, 18 aprile 2008

 

La Tecnica del Canto

Girellando per la rete grazie a google in cerca di cosa si dice su Lavorare uccide, ho trovato un articolo del professo Fedele, che ha la cattedra di"sicurezza degli impianti industriali" alla Sapienza di Roma. E' una critica all'articolo di Stella uscito sul Corriere della Sera (e mediatamente al mio libro, che Fedele però non aveva ancora letto), in primo luogo perché il dato assoluto del numero dei morti sul lavoro trascelto da Stella a corredo del suo articolo non è significativo, dove invece secondo lui occorre vedere i dati Eurostat, i quali dicono che l'Italia non è il paese in cui si muore di più, ma è nella media europea. Sarebbe bastato che il professore avesse atteso almeno di leggere il libro, e avrebbe visto che il dato Eurostat è citato e decostruito nell'analisi degli economisti Brancaccio e Suppa, che è stata per me molto importante. Ma l'impazienza ideologica del professore era troppa, evidentemente.

Se riporto qui questa polemichetta, è perché al termine del suo articolo il professore si lamenta dello spazio concesso al libro del "cantautore e cantante italiano Marco Ravelli". Ciò che non mi offende in sé (l'infedele Fedele ha il suo lapsus linguae che rivela una cattiva coscienza, e mi apparenta nel cognome a un antico portiere della nazionale di calcio svedese), ma che mette in luce una caratteristica ben precisa della modernità. Perché agli occhi dell'ingegner Fedele (e come potrebbe essere altrimenti?) il fatto che uno scrittore sia anche cantante è immediatamente svalutante, e rende lo scrittore inaffidabile. Dicendo cantautore e cantante (ma colgo l'occasione per precisare che non sono cantautore, attributo appropriato per De André o Guccini, ma non per me, anche se capisco che un ingegnere difficilmente ha il tempo per soffermarsi su queste inezie) – il professore crede di esporre lo scrittore al ridicolo agli lettore del suo articolo. Del resto nessuna sorpresa, viviamo nel tempo della Tecnica, e dunque come può uno che pretende di fare un discorso rigoroso avere pure l'ardire del cantare? Ora, a volte qualcuno mi dice, riferendosi alla disseminazione delle mie pratiche, che sono come gli uomini rinascimentali, che appunto praticavano arti molteplici senza scale gerarchiche – ché, aristotelicamente del resto, ogni scienza ed ogni arte ha il suo specifico dominio, il suo specifico linguaggio, e ha a che fare con una parte determinata dell'essere. Ogni arte, insomma, contribuisce da par suo a restituire la totalità dell'essere. Il paradigma dell'uomo totale del mio amato Bataille, dunque, è in questo senso aristotelico e rinascimentale. Per la civiltà della Tecnica, che rifulge nella critica sprezzante di Fedele, tutto questo è inconcepibile. La Tecnica richiede iperspecializzazione, asservimento al dato, reificazione del soggetto per farne appendice macchinica. Io ringrazio dio di non essere diventato professore di sicurezza degli impianti industriali.


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martedì, 15 aprile 2008

 

Ha vinto la plebe

Me ne sono stato in casa, ieri, e per pranzo mi sono cucinato un filetto di salmone e aperto una bottiglia di Falanghina. L'ultimo pranzo prima di entrare nella nuova era berlusconide. Dove si canta Meno male che Silvio c'è - e un paese tocca il fondo quando perde il senso del ridicolo. (Si guardi Mussolini al balcone come suona grottesco oggi, le sue facce di gomma, cartooniche. Esattamente come oggi Berlusconi inceronato sempre più simile a una mummia - e i suoi video, musicali e non, si vedranno con lo stesso stupore di come noi oggi vediamo le facce grottesche del duce).

Sono andato all'edicola, e l'edicolante era sgomento. Dai caroselli di iersera (ero uscito sul balcone per cacciar qualche gridìo, ma erano lontani) agli operai in tuta che vanno a comprare il giornale dicendo Abbiamo vinto. E' quel senso di appartenenza che sgomenta. Ma non stupisce. E' così che funziona ogni fascismo. Lo spiegava bene Hannah Arendt, come i totalitarismi si siano fondati sull'alleanza tra grande capitale e plebe. (E per lo squadrismo fascista in Italia fu lo stesso). Oggi la classe operaia non si riconosce più, e senza autocoscienza non c'è che plebe. Una plebe che sperimenta sulla pelle ogni giorno la ferocia della competizione, la precarietà del lavoro - e della vita. La precarietà di un mondo liquido. Dove non c'è più l'ombra di un discorso strutturato - perché oggi, a quanto pare, qualsiasi discorso strutturato prende il nome di ideologia, e l'ideologia è da evitarsi come la peste. Allora, basta dire Via l'Ici, via il bollo auto. Uno si fa due conti e dice ok. Perché non c'è più la capacità di fare più un discorso dotato di un minimo grado di complessità. (Del resto anche la "sinistra riformista" ha insegnato a disperare nella capacità della politica di modificare il reale - dunque, meglio prendere quel che viene, intanto).

E allora, due conseguenze: da una parte il successo di discorsi brutali, e brutalmente ideologici come quelli della Lega, che semplificano il reale, offrendo un appiglio per comprenderlo. (E allora, per esempio, oggi la Padania può aprire scrivendo impunemente che finito il centralismo finirà il carovita - come se tra le due cose ci fosse un benché minimo legame).

L'altro infausto corno, il dilagare dell'identificazione da parte del plebeo con il padrone, con i valori che questo gli offre, e che incarna per lui. Sempre più burini, intorno: dove il burino è appunto colui che prende a modello il padrone, ma che il padrone non accetterà mai al suo desco. E' colui che consuma paccottiglia, che vive di plagio e di speranza. E' l'ultimo scalino della degradazione dello Spettacolo: degradazione etica ed estetica. Il trionfo del kitsch, insomma. E allora si spiega bene la perdita del senso del ridicolo.

Meno male che il Nepal c'è.


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lunedì, 14 aprile 2008

 

Il Popolo e la Libertà

Non si può far finta di niente. Queste elezioni sono una svolta epocale. Da domani il paese non sarà più lo stesso. E' inutile negare che in questo modo si esce da uno stallo secolare. Il popolo ha voluto la sua libertà. Ha parlato chiaro. E quando il popolo parla, bisogna ascoltare. Anche quando la sua parola non ci piace.

(A me, però, quella sua parola piace. E piace lo sguardo di un Buddha che benedice un drappo rosso e due mani allacciate. A voi no? Guardate qui).


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domenica, 13 aprile 2008

 

Lavorare uccide

Come dicevo, Lavorare uccide sarà in libreria mercoledì. Ecco l'articolo comparso sul Corriere della Sera a firma di Gian Antonio Stella.

Il muratore calabrese Nicola Coniglio, morto precipitando giù da un'impalcatura nel pieno centro di Perugia, non aveva forse mai visto le foto che Lewis W. Hine scattò nel 1930 durante la costruzione dell'Empire
State Building. Ma c'è un filo rosso che unisce lui e tanti altri a quegli operai fermati nelle straordinarie immagini del grande fotografo. Appesi come «Icarus» a un cavo nel cielo di New York. Intenti a stringere bulloni a trecento metri da terra, una mano a reggere l'appoggio e l'altra a stringere la chiave inglese. Seduti in fila su una traversina sospesa nel vuoto.
Quasi ottant'anni dopo, non è cambiato quasi niente. E migliaia di manovali vengono ogni giorno mandati su per le impalcature a lavorare così. Senza un casco, senza una imbragatura, senza un minimo di protezione contro gli infortuni. E come allora, quando morirono in cinque (senza contare le decine di feriti) nel cantiere del grande grattacielo newyorkese, continuano a cadere oggi. A grappoli. Basti dire che, di tutte le morti bianche sul lavoro, quelle nell'edilizia sono un quarto.
Marco Rovelli, un giovane insegnante, musicista e scrittore già autore di «Lager italiani » sui centri di permanenza temporanei, ha fatto un lungo viaggio tra i dolori, i lutti, gli scandali dei morti sul lavoro.
Si intitola «Lavorare uccide», è edito dalla Bur (Rizzoli) e arriva in libreria mercoledì prossimo. Ricco di storie, di testimonianze, di numeri: «Nel 42,5% dei casi si muore cadendo dall'alto. Nel 20,8% dei casi si muore travolti da una gru, da un carrello elevatore, da una ruspa. Nel 14,9% dei casi si muore colpiti da materiali da lavoro. Nel 10,6% dei casi si muore coinvolti dal crollo di un ponteggio o di un'altra struttura. Nel 5,5% dei casi si muore folgorati. Insomma si muore come si moriva decenni fa, nonostante, nel frattempo, le tecnologie disponibili siano migliorate di molto». Nel 2007, nei soli cantieri edili, hanno perso la vita in 235. Un po' meno che l'anno prima, ma molti di più che due anni fa, quando erano stati «solo» 191.
Uno su due muore al Nord, almeno uno su sei è un immigrato.
La precisazione «almeno» è obbligata. Come spiega Rovelli, in una realtà in cui il lavoro nero rappresenta una quota altissima, soprattutto nel Mezzogiorno, non è raro che il corpo di qualche poveretto venga rimosso in tutta fretta per simulare un incidente stradale. O più semplicemente venga fatto sparire.
Tanto, chi se ne accorge, degli immigrati? «A fine 2006 la polizia polacca fece circolare un appello: più di cento polacchi erano scomparsi dopo essere partiti per la raccolta dei pomodori. E, nello stesso periodo, la polizia italiana apriva un'indagine su una ventina di polacchi morti bruciati, affogati, strangolati, investiti nella zona del Tavoliere. E ti viene facile pensare che magari alcuni di loro sono stati inghiottiti da quelle morti bianchissime, cancellate, occultate, perché il padrone non può vedersi smascherato... ». Statistiche dell'Inail alla mano, abbiamo avuto a partire dal 2000 una media di 1376 morti l'anno. Troppi. Tolti i casi di chi ha lasciato la pelle negli incidenti stradali mentre andava al lavoro, la cui citazione da parte del vicepresidente di Confindustria Alberto Bombassei ha scatenato l'iradiddio di polemiche, siamo comunque primi nella classifica più terribile con 944 vittime contro le 804 della Germania e le 743 della Francia. Di più, tolta la Spagna, messa perfino peggio di noi, siamo in testa alla tabella degli incidenti mortali in rapporto al Pil: 68 ogni dieci miliardi di euro noi, 45 la Francia, 36 la Germania, solo 12 la Gran Bretagna. Un sesto.
Colpa della superficialità criminale di troppi «caporali» che rastrellano manodopera disperata e la affittano ad imprese clandestine a quaranta euro al giorno dei quali la metà va al lavoratore. Colpa della ignobile catena di subappalti subappaltati a subappaltatori che subappaltano col risultato che quando la magistratura condanna l'impresa a risarcire le vittime salta fuori che spesso i colpevoli risultano nullatenenti. Colpa della mancanza di controlli. Rivelata anche da un dettaglio di cui gli stessi lettori si saranno accorti: ma vi pare possibile che così tanti giovani muoiano il primo giorno di lavoro? Uno su sette, dicono i numeri ufficiali. Dietro, però, è probabile che ci sia dell'altro. Cioè che l'assunzione venga fatta spesso «dopo» l'incidente. Quando proprio non è possibile far sparire tutto.
La legge Bersani dell'agosto 2006, ricorda «Lavorare uccide», ha tentato di «mettere una toppa, imponendo di comunicare al Centro per l'Impiego l'assunzione di un lavoratore almeno un giorno prima della sua effettiva entrata in servizio. Ma la sanzione è talmente bassa — da 100 a 500 euro — che viene da chiedersi quanto sia efficace. Insomma, all'imprenditore può convenire sempre rischiare... ».
C'è di tutto, nel percorso di Rovelli. La storia di Gianfranco Viglizzo, caduto dal tetto di una cartiera in una vasca «piena di pastacarta, un impasto liquido dove si sprofonda come nelle sabbie mobili». E di Bogdan Mihalcea, morto come un topo mentre controllava un tombino, «portato via da un'ondata di melma di fogna ».
E di quelli che muoiono lentamente, come gli operai giuliani che per anni hanno lavorato con le fibre di amianto che «penetrano le fibre della pleura, poi d'un tratto, anche a cinquant'anni di distanza, si risvegliano e ti annegano di liquido in un mese». Nell'area di Monfalcone, «secondo il normale tasso di incidenza, ci sarebbe dovuto essere un caso ogni diciassette anni. Invece negli ultimi vent'anni sono stati duecentoquaranta solo a Monfalcone, e seicento complessivamente nella fascia costiera fino a Trieste. A Monfalcone più o meno tutte le famiglie hanno il proprio morto da amianto».
Andrea Gagliardoni aveva smesso il turno di notte alle dieci di sera, aveva dovuto riprendere alle cinque di mattina, era stanco morto e quando la macchina tampografica che imprimeva inchiostro sui frontalini degli elettrodomestici mostrò di stampare male, fece quello che gli avevano detto di fare: mise la pressa in stand-by e ci si infilò sotto per controllare gli inchiostri. Solo che la macchina, come già era successo, ripartì da sola. Schiaccandolo sotto un peso di otto tonnellate. Una «fatalità» omicida: invece di tre sistemi di sicurezza ne aveva uno, per di più rimosso per accelerare i tempi.
«È stata una morte annunciata», racconta la madre, Graziella, che ogni mese torna all'Asoplast di Ortezzano, in provincia di Ascoli Piceno, a portare un fiore là dove il figlio è morto: «Gli operai li avevano avvertiti, i loro capi. Ma la pressa era rimasta in funzione. Siccome il manutentore specializzato non era disponibile, era stato chiamato un elettricista del posto a metterci le mani. Ma la macchina aveva continuato a funzionare male». Era un martedì, il giorno in cui restò lì sotto. Aveva ventitrè anni.


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sabato, 12 aprile 2008

 

Stelle

Stamani il Corriere della Sera ha dedicato il suo focus di due pagine a Lavorare uccide, con un articolo di Gian Antonio Stella. Ovvio, quando stamani Giovanni mi ha mandato un sms per avvisarmi ho avuto un moto di soddisfazione. Poi, però, questa pietra sul petto. Allora stappo una bottiglia di Falanghina, adesso, e bevo - il calice in alto.


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venerdì, 11 aprile 2008

 

Dichiarazione di voto

Qui, su Nazione Indiana. Con video allegato. Perché è tempo di ridar valore alla virtù sociale della vergogna.

PS per Salvatore - Io credo all'incompossibilità dei mezzi quanto alla trasformazione della società. Ci vogliono insomma i miei amici anarchici-insurrezionalisti che lavorano in un modo ma anche i miei amici rifondaroli (alcuni di loro, intendo) che perseguono la riduzione del danno. Loro non potrebbero stare nemmeno nella stessa stanza, si prenderebbero a scarpate, se va bene. Io ho la convinzione (presunzione, chissà) di vedere le cose da una prospettiva storica, dove è necessario che s'intreccino fili diversi e discordi per dar luogo a un divenire.


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martedì, 08 aprile 2008

 

 Promemoria per un coro

Finito il libro Lavorare uccide, rimetto mano a quello – ancora anonimo – sul mio viaggio in Italia attraverso il lavoro dei migranti irregolari. E leggendo quel formidabile libretto che è l'Etica di Badiou, mi chiarisco alcune cose rispetto a ciò che sto facendo. Si tratta di essere parlato – attraversato dalla voce delle “vittime” – ma questo significa, raccontare la storia del mio corpo inciso dai colpi delle non-più-vittime. Dai colpi degli “immortali”, come scrive Badiou. Si tratta insomma di raccontare il mio divenir-nero. Si tratta di raccontare, insieme alle storie che incontro, il mio sguardo attraversato da esse, raccontare il suo trapasso, le sue modificazioni: e per converso si tratta di non essere l’Uomo bianco e buono che si china sulla vittima, quella vittima che si offre a buon mercato alla pietà del salvatore, quello che gli offre un aiuto, una sponda, una mano, una voce.. Si tratta invece di raccontare le voci che s'intrecciano, come in un coro. Dev'essere un canto corale. Un coro che celebri la natura che si è innalzata sopra l’umano ogni volta che l'umano ha resistito ai colpi dell’ignominia, parando colpo su colpo, e ogni colpo è stato restituito.

Si tratta, allora, di riconoscersi come infiniti: non lo stupore dell'altro (e da lì allo stupore del selvaggio non c'è che un passo, poi), ma riconoscersi gli stessi, presi nel medesimo, infinito mondo - differente, e medesimo perché differente.


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mercoledì, 02 aprile 2008

 

Massa ieri e oggi

Pubblicai questa perla su un libretto che pubblicai anni fa per Memoranda, si chiamava Di puri contorni - passeggiate letterarie a Massa. La riespongo adesso, per trovare un senso all'inettitudine del popolo massese che mi costringerà ad astenermi nelle elezioni prossime venture.

Da Lerici a Lucca ci sono 42 miglia. Si passa per gli Stati del Principe di Massa e Carrara. E’ il sovrano più piccolo di tutti, e i suoi sudditi i più rozzi e i più maleducati che esistano. Vi ho dormito una sola notte, e non ho visto nessuno, uomini, donne e bambini, che non fosse d’una volgarità senza pari. Quanto al Principe, ha una vecchia carrozza dorata, che fa tirare da alcuni miserabili cavalli, per il suo villaggio, con due guardie e una picca alla romana, come ne hanno i principi che appaiono sui nostri teatri. Preferirei essere un buon capitano di fanteria al servizio del re di Francia o di Spagna, che non un principe così miserabile. Nei suoi Stati si torva il bel marmo bianco di Carrara, che costituisce la sua rendita principale. Ci sono anche parecchi cattivi scultori, che lavorano a delle brutte statue: le comprano per le chiese.

(Charles Montesquieu, Viaggio in Italia, Laterza 1971, p.120.)


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martedì, 25 marzo 2008

 

Margini a fuoco

Con la pubblicazione di Mario Rigoni Stern, Hermann Heidegger. Ritorno sul fronte, libro a cura del mio amico e co-editore di Transeuropa Giulio Milani - è partita la collana Margini a fuoco, che dirigo insieme a Marco Revelli - per Transeuropa, appunto. Sarà una collana di narrazioni esperienziali, attraversate però da una messa in gioco di categorie del politico. Raccontare vissuti, itinerari in luoghi che sfuggono al fuoco dello sguardo pubblico e spettacolare, luoghi di margine appunto, con un incedere marginale, ibrido, tra il narrativo e il "teorico". Raccontare il mondo attraverso storie, mettendo al contempo un gioco uno sguardo teorico, e categorie politiche. "Margini a fuoco", dunque, significa mettere a fuoco il mondo con uno sguardo singolare. Del resto la collana nasce proprio dall'incontro tra me (che ho scritto Lager italiani, un libro di storie, con una lingua propria della narrazione, che trapassa in un'analisi politica) e Marco Revelli (che tra le tante cose ha scritto un libro come Fuori luogo, in cui racconta la sua esperienza nella difesa di un campo rom). Per questo la collana è stata aperta dall'intervista con Rigoni (si veda qui): come richiamo genealogico, la storia che si fa narrazione.


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martedì, 18 marzo 2008

 

Il paese guasto (sul nuovo Myspace)

Nell'attesa che un gruppo sorga stabilmente, ho messo su un myspace musicale, qui. Si possono ascoltare alcune canzoni e vedere i video delle due canzoni fatte con Apuamater e Kobayashi. Tra le canzoni da ascoltare, "Il paese guasto", che feci una decina d'anni fa con gli Swan Crash e sto rimettendo su ("Il paese guasto" è un verso della Commedia dantesca, con il quale qualcuno propose di tradurre la "Wasteland" di Eliot, poema dal quale nasce la canzone): il senso del pezzo è - come dire - metafisico e universale, ma se lo si riferisce al paese italico io credo che funzioni, anche troppo.


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giovedì, 13 marzo 2008

 

Vette

Oggi sono andato a prendermi il sole sulla spiaggia, sotto le dune del Cinquale, con le Apuane alle spalle. Dopo la clausura del libro, ho respirato. E ho raddoppiato il respiro iniziando Brand's Haide di Arno Schmidt (ed. Lavieri). Uno scrittore, misconosciuto in Italia, che Goffredo Fofi non ha esitato a definire "il più spericolato, inventivo e geniale tra gli scrittori tedeschi del Novecento". Merita davvero, è meraviglioso. E merita davvero anche grazie alla traduzione, altrettanto spericolata ("le ossa mi dolevano per lo strascinio"; "se ora mi piombasse sulla cuticagna una stella filante"; "e  i suoi occhi superbirono come vetruzzi di Gablonz"), di Domenico Pinto, nuova entrata nella redazione di Nazione Indiana. Se ne legge qui.


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mercoledì, 12 marzo 2008

 

Dissipazioni

Oggi ho pubblicato su Nazione Indiana un brano del mio delirante scritto d'antan "Vita di Evasio Stoppani" (entbildungsroman, ovvero romanzo di s/formazione), facendolo dialogare con le opere del maestro Gianluca Sbrana, mio carissimo amico nonché artista che non ha fino ad ora avuto i riconoscimenti che merita. Compagno di dissipazioni e notti furibonde, un tempo - tempo che trasfigurai appunto nel succitato scritto, trasfigurando mastro Gianluca in un tal Fausto. Potete leggere, ma soprattutto contemplare le opere di Gianluca, qui.


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martedì, 11 marzo 2008

 

Lavorare Uccide

Fino a ieri a rivederne le bozze, e stamani va in stampa. Uscirà nella seconda metà di aprile, ancora la data esatta non la so. Nella collana FuturoPassato di Bur, come Lager italiani. La copertina è forte, la stessa impostazione grafica di sempre ma con fondo bianco e scritte nere. Ricora un po' certe collane del Saggiatore degli anni sessanta, per dire. Per celebrare (soprattutto il fatto che adesso, per qualche giorno, mi darò all'ozio più completo - tranne la mattina a scuola, s'intende) riporto la nota della quarta di copertina che ha fatto Roberta, la editor con la quale ci siamo sfiancati in un lungo corpo a corpo...

Negli ultimi anni le vittime per incidenti sul lavoro sono state più di quelle occidentali in Iraq. Peggio di una guerra. "Morti bianche", senza voce, relegate a poche righe sui giornali, miseri loculi anagrafici. Per queste vittime del silenzio, della negligenza e della distrazione, Marco Rovelli intraprende un viaggio che tocca ogni angolo del Paese, in cui restituisce un volto e una dignità a chi è morto e una voce al dolore, alla rabbia, all’impotenza di chi è rimasto.

Lavorare uccide si addentra nelle logiche più feroci della produzione e del profitto: dal just in time al perverso labirinto di appalti e subappalti, dalla crisi dei sindacati all’omertà dei colleghi, dalle norme di sicurezza ignorate a una giustizia che troppo spesso non è fatta.

Attraverso storie, testimonianze e dati, un’inchiesta appassionata e atipica che ci aiuta a capire per quali barbari meccanismi la vita di un uomo vale solo pochi euro, e quanta strada resta ancora da fare per mettere fine a questa vergogna.


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giovedì, 06 marzo 2008

 

Quando un operaio muore

(Ricevo dallo Slai-Cobas di Cremona questa cantilena anaforica, un'efficace sintesi di ciò che sono andato scrivendo in questi mesi).

Quando un operaio muore i politici di destra, di sinistra e di centro si indignano.
Quando un operaio muore domani Prodi fa il decreto legge.
Quando un operaio muore Topo Gigio Veltroni candida gli industriali, "ma anche" un sopravvissuto della Thyssen Krupp.
Quando un operaio muore Ichino dice che "Da noi manca la cultura delle regole".
Quando un operaio muore il Presidente della Repubblica soffre e auspica in televisione.
Quando un operaio muore Maroni dice "Non è colpa dei governi, perché le leggi ci sono".
Quando un operaio muore nessuno parla della legge 30, dei precari, dei ricatti che subiscono, della legge del padrone e degli estintori vuoti "altrimenti vai a casa".
Quando un operaio muore, oggi Fassino e D´Alema, ieri Berlinguer e Pertini.
Quando un operaio muore il padrone ha già messo i soldi da parte.
Quando un operaio muore la vedova e i figli finiscono in mezzo a una strada.
Quando un operaio muore i sindacati dichiarano uno sciopero di solidarietà di due ore.
Quando un operaio muore la colpa è del casco, se l´è cercata.
Quando un operaio muore la colpa è che se si lamentava per l´insicurezza veniva licenziato subito perché precario.
Quando un operaio muore è un assassinio, quasi sempre.
Quando un operaio muore faceva un lavoro a rischio, doveva succedere.
Quando un operaio muore si danno incentivi alle aziende che diminuiscono gli incidenti e non si chiudono quelle che producono i morti.
Quando un operaio muore è perché la sicurezza è troppo onerosa per la Confindustria.
Quando un operaio muore è un fatto di business, qualcuno ci ha guadagnato sopra.
Quando un operaio muore se faceva il parlamentare campava cent´anni
.


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lunedì, 03 marzo 2008

 

Astenersi, astenersi, astenersi. Contro la casta di Massa.

Se il sistema della casta politica si autoperpetua, con cooptazioni e corse al centro del bagnasciuga, non resta che tornare alla politica, quella fatta di conflitti. L'unico fattore di realtà accaduto negli ultimi anni sono state le lotte locali, dalla val di Susa a Vicenza, da Scanzano a Melfi. Solo che manca un collegamento tra questi fuochi, necessari ma non sufficienti, e ne guadagna il vento dell'antipolitica. Il disgusto che senti in giro, il disinteresse sempre più esteso tra i ragazzi che verifico a scuola, la perdita di qualsiasi senso storico, un cinismo devastante. E questo grazie alla generazione, alle generazioni che li hanno preceduti, che non hanno saputo offrirgli alcuna prospettiva. Con la sua corsa al centro, adesso, il Partito democratico rischia di non perdere con clamore (non dico di vincere, mi pare troppo, ma il fatto stesso che sia possibile pensare una sfida non già persa in partenza è già tanto) - ma di certo riduce lo spazio di praticabilità di prospettive altre, ovvero l'unica cosa di cui adesso ci sarebbe bisogno, da un punto di vista culturale ed etico. Quelli come noi si troveranno a decidere se andare a votare o meno, e io temo che lo farò, per la mia solita coscienza di riduzione del danno, e perchè stavolta gli arcobalenisti, a livello nazionale, non hanno una prospettiva di governo come la scorsa volta.

Allora, in questa asfissia, dicevo, si dovrebbe ripartire dal locale. Poi ti guardi intorno, e il mio dintorno è l'Apuania, e trovi una wasteland. Trovi che gli arcobalenisti hanno deciso di candidare il penultimo sindaco, Pucci, un diessino che ha governato con gli stessi sistemi nefasti propri del suo orribile successore democristiano che più democristiano non si può, tal Neri, che ha fatto del comune un bivacco di manipoli. Pucci meglio di Neri, sì. Ma nei fatti gli ha aperto la strada. Governando senza uno straccio di piano strutturale (il che significa, il territorio ce lo gestiamo brano a brano, senza una visione d'insieme, e brano a brano significa farlo a pezzi, così com'è avvenuto), privatizzando i servizi, mettendo in cantiere la devastazione del centro cittadino con un parcheggio in project financing, nessuna prospettiva seria di sviluppo, una politica culturale inesistente (anzi peggio). Neri si è inserito in questo solco con i suoi manipoli, e la città è stata consegnata mani e piedi alle lobby immobiliari. Si costruisce che è un piacere, da queste parti, il territorio è saturato ma spuntano sempre, magicamente, nuovi appezzamenti per fare bellissime speculazioni.

Ora, in tutto questo, gli arcobalenisti hanno pensato di tornare al vecchio. Eppure mesi fa alcune persone di sinistra, in città, si erano autoconvocate, per costruire insieme un percorso diverso, per costruire dal basso un programma, un percorso che individuasse un candidato che ponesse mano a tutte queste vergogne. La casta arcobalena, invece di prenderla come una risorsa, di pensare che tutta quella gente che aveva risposto all'appello poteva essere una linfa vitale per una politica asfittica, rinchiusa nelle sue stanze, senza più nemmeno strutture di partito che vivano come una volta - ha visto questi autoconvocati come una minaccia alle loro logiche politiciste, tutte chiuse nei loro calcoletti di stanze e di palazzo. Nessuna prospettiva nuova, nessuna diversità, solo una legittimazione di percorsi già sconfitti.

Io, in questo locale, stavolta non mi sogno proprio di andare al voto, legittimando queste classi dirigenti che dovrebbero essere spazzate via, che sono responsabili di ciò che sarà Massa nei prossimi anni. Astenersi, astenersi, astenersi.


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mercoledì, 27 febbraio 2008

 

Disumanarsi

Quando sono andato a Amsterdam per la conferenza, ho dormito due notti in città, in un gran bel bed and breakfast sul canale. Poi sono andato in una cittadina sul mare a ovest di Amsterdam, IJmuiden. Ospite di Marino Magliani. Era lo scrittore tramite con l'istituto italiano di cultura, ma di lui non avevo letto nulla. Mi ha regalato una copia di Quattro giorni per non morire, il suo libro precedente (quello nuovo è nell'imminenza dell'uscita), l'ho letto nel viaggio di ritorno, ed è davvero un gran bel libro. Ne scrivo (di Marino, del libro) su Nazione Indiana, qui.

PS Nel frattempo, ribadisco che nel preziosissimo blog di Francesco Marotta potete leggere i primi due capitoli del mio Cirque de la solitude, qui.


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lunedì, 25 febbraio 2008

 

Cirque de la solitude / La donna non esiste

E' il doppio titolo della mia unica opera di narrativa pura. Scritta tre anni fa, rivista di recente. Nella prima versione la mandai a diverse case editrici. Molti apprezzamenti, nessuno disposto a pubblicarla. Ma li capisco, nemmeno io avrei pubblicato una cosa del genere se mi fosse arrivata. Proprio perchè non ha un genere. Troppo, troppo lirica. Troppo poca trama. Una storia di gesti, di eventi. Una storia "iporealistica". "Elementare". E ci si perde. Lo dico senza un grammo di snobismo o elitarismo - del resto, l'autore di culto dell'ultimo anno per me è stato Philip Dick, che sta esattamente agli antipodi. Ma la mia carne si dispone naturalmente a un tipo di scrittura di questo non-genere - quando leggo, e dunque anche quando scrivo. Per dare un'idea topografica, i lettori (editoriali e non) hanno dato le coordinate di Duras, Kristof e ovviamente Bataille, e io concordo. Probabilmente il prossimo anno questa "storia" verrà pubblicata, comunque. Nel frattempo, un'anteprima. Avevo dato il Cirque al poeta Francesco Marotta, che ha voluto pubblicarne i primi due capitoli sul suo bellissimo blog La dimora del tempo sospeso. Qui.


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mercoledì, 13 febbraio 2008

 

Libertà

Il mio amico Davide Giromini ha messo su YouTube brani del suo concerto di dicembre al teatro degli Animosi a Carrara. Qui il video di Libertà, cantata dal sottoscritto. Il riferimento alle morti sul lavoro è dovuto al fatto che il concerto è stato la sera dopo la strage della ThyssenKrupp.

Domani vado qui - a vedere se in quel porto ci sono ancora marinai che bevono e bevono e ribevono e bevono ancora. Tranne sabato, che devo andare qui a dire due parole.


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venerdì, 08 febbraio 2008

 

dio ha la minuscola e la specificazione

Su Nazione Indiana ho pubblicato un brevissimo brano di corpo esposto. Si intitola "al dio di agar". (Agar, Ismaele: coincidenze meravigliose - ma di questo non si dice). Nei commenti ho detto qualcosa su dio. Su quello che a volta definisco (ma per celia, davvero per celia: così come Bataille parlava - in "Su Nietzsche", libro per me fondamentale - di "pal") - ateismo mistico. Giusto per dare una definizione a chi mi chiede impudicamente se credo in Dio, sapendo per certo che non mi comprenderanno neppure così, ma offrendo quelle due parole come segno d'amicizia.

Io non so davvero che significhi la parola "Dio". Dunque non posso essere in conflitto con un'insignificanza. Io parlo di (un) dio-di-(qualcuno). Che è, poi, la relazione di (qualcuno) con la sua forma-di-vita. La relazione al limite - del (proprio) mondo/del (proprio) linguaggio/della (propria) anima. dio, con la minuscola, e seguito da un complemento di specificazione, designa un movimento, un itinerario (nella mente di dio, nel deserto) che qualcuno compie fra sè e sè. Fra un sé e un sé, dove il sé che viene dopo è una x, ancora - è un non ancora - e ancora non lo si sa, ed è ineffabile dunque. dio con la minuscola e la specificazione è la relazione costante, inestinguibile, bruciante, "eroica", assetata, con quel non essere che promette di essere (eié ascer eiè, sarò quel che sarò), è la promessa dell'essere dunque, la promesse de bonheur - ma una bonheur che si dà (si dà, si fa) solo nel deserto, nell'attraversamento stesso del deserto. dio con la minuscola e la specificazione è il compimento della forma, un compimento che resta sempre e infinitamente incompiuto - è un resto. io, per voi, non sarò che una traccia, diceva Nadja - dio con la minuscola e la specificazione è una coincidenza, un accadimento sovrano, un trovare la propria forma come per un miracolo - e il miracolo di riconoscersi assolutamente (senz'altro, appunto), riconoscendo segni, i segni del cammino che combacia e coincide, assolutamente e radicalmente, con la propria forma. dio con la minuscola e la specificazione, allora, è un Sì - una traccia scritta inscritta e escritta sulla sabbia del deserto - che tutto comprende e tutto vuole, e perciò tutto crea: tutto è scritto - lo si scrive, ed è scritto da sempre. dio con la minuscola e la specificazione ha allora solo questo in comune con il Dio con maiuscola e specificazione: che è redenzione, riconoscimento e riconoscenza.


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mercoledì, 06 febbraio 2008

 

Vengo anch'io' no, tu no.

Alcuni membri della redazione di Nazione Indiana hanno aderito a un appello di scrittori contro il boicottaggio ventilato da alcuni contro la Fiera di Torino per l'invito allo Stato d'Israele in quanto ospite d'onore. Di seguito pubblico le due mail che ho mandato nella lista interna di Nazione Indiana. Ieri sera avevo manifestato il mio disaccordo rispetto all'appello così.

Scusate, ma io sono perplesso. Gli appelli da firmare sono un po' un presa di posizione forte su questioni "a rischio", minoritarie, occultate - una sorta di decretazione d'urgenza in materie che la maggioranza non considera. Ma questa questione: ne vengo a conoscenza qui, ma vedo che chi ha chiamato al boicottaggio sono stati alcuni membri dei comunisti italiani affinacati da una parte, anch'essa minoritaria, di rifondazione, peraltro subito redarguita da bertinotti per interposta persona. E allora questo mi puzza. Chi si vuole difendere? Non ho letto nè visto servizi televisivi, ma non dubito che sui media ci sarà una unanime condanna sdegnata di questi sciagurati che hanno chiamati al boicottaggio. E' davvero necessario che anche gli intellettuali gli diano una mano? Cui prodest?
Detto questo - e detto che io non sono sospettabile di non riconoscere la centralità della cultura ebraica (Lager italiani ha due note: Moni Ovadia e Erri De Luca, e tanto basti) - a me pare che non sia così scontato che qui stiamo parlando di cultura e non di politica. La fiera del libro parla con lo Stato di Israele, e con i rappresentanti del suo governo: vedo che sui giornali infatti si riporta dell'incontro di Ferrero con il ministro plenipotenziario dell'ambasciata d'Israele in Italia. Dunque posso anche sospettare legittimamente - conoscendo le posizioni del governo - che esso tenderà a invitare scrittori che supportino la sua condotta? E che magari, che ne so, tenderà a non invitare scrittori radicalmente critici? O forse, sì, lo farà, ma nella giusta e necessaria misura per apparire rispettoso di tutte le posizioni?
E poi, ho letto una dichiarazione di Dario Fo, dice che si poteva - se la pace e il dialogo sono l'obiettivo - fare come fanno anche per il premio Nobel, che lo danno all'uno e l'altro, ossia invitare congiuntamente anche gli scrittori palestinesi.
Dire questo è essere antisemiti? A me pare che quest'appello sia davvero semplificatorio, e fa appello ai sensi di colpa che da anni gli amici (del governo) di Israele cercano di instillare in chi si limita a condannare nel modo più netto e deciso la condotta del governo stesso. Insomma, firmiamo, non vorremo mica sembrare antisemiti. Io non lo sono, e non firmo.

Per me sono - tutti, indistintamente - vittime. Se passo poi al piano politico (e l'ho scritto in un commento), se devo stare con qualcuno sto con gli anarchici israeliani contro il muro (ebrei, israeliani, residenti in Israele). Io sto con tutti gli ebrei democratici, che riconoscono che il loro Stato esercita un'oppressione. E il punto è proprio quello: lo Stato. Finché non si esce da Stato contro Stato la questione non verrà mai risolta. Cosa possiamo fare noi allora? Favorire l'incontro. In ogni occasione. Ma la fiera del libro ha fatto questo? No. E' passata dallo Stato, quando avrebbe potuto saltare la mediazione statale e rivolgersi direttamente alle comunità di scrittori, di persone, da una parte e dall'altra. Se io voglio la pace faccio questo. E mi viene da pensare, se avesse fatto così la fiera non avrebbe avuto i contributi che sicuramente ha avuto. La fiera è un'istituzione di potere, e come tale si è comportata.



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martedì, 05 febbraio 2008

 

Storie e geografie

Scrivevo, qui sotto, che ogni soggetto da raccontare ha la sua forma adeguata. Mi spiego meglio. Nel caso dei migranti reclusi nei CPT c'erano storie da narrare, il clamore di mari e deserti, l'annegamento spazio-temporale nel gorgo sospeso dei centri. Storie, dunque, "narrazioni dal vivo", così mi pare che si possano definire. Avevo scritto quelle storie come se fossero narrazioni pure, come se fossero storie inventate. Ma non lo erano - e a trarne le somme (ma anche, all'inverso, a sovradeterminarle) c'era un apparato teorico.

In questo caso, invece, non si è trattato di raccontare storie. Non c'erano storie da raccontare, ma eventi. Eventi di cui occorreva render conto. Spazi, dunque, spazi che occorreva perlustrare "in lungo e in largo". Mettere insieme i pezzi che ne compongono il senso. Detto altrimenti, leggere ogni evento come un nodo di cui occorre conoscere tutti i singoli fili che ne vanno a costituire la forma, la natura, la differenza specifica. Un viaggio nomadico, dunque: un viaggio fatto materialmente in Italia, certo, ma prima di tutto un viaggio all'interno di ogni singolo evento. Non storia, dunque, ma geografia.


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lunedì, 28 gennaio 2008

 

Il lavoro della lingua

Sono affannato e ansimante, in questo periodo, in clausura: devo chiudere il libro entro dieci giorni e i giorni sono contati. Mi sono preso un po' troppo lasco, ultimamente, e ora devo stringere. Il libro - quello sulle morti sul lavoro - sarà diverso, strutturalmente, da Lager Italiani. E del resto, questo ho capito: che si tratta di dar forma al materiale semplicemente estraendone la sua forma stessa. Ogni soggetto ha la sua forma adeguata. E se le storie dei migranti erano tante piccole narrazioni, sovradeterminate da una teoria che le seguiva, questo libro è un vero e proprio resoconto di un viaggio in Italia, dove parto da me, e non perché io sia interessante in quanto soggetto, ma perché è la necessaria onestà di dichiarare che cosa vede chi scrive, e di esporre ciò che vede nel momento in cui lo vede, e di tracciare il farsi stesso di un'idea attraverso dei racconti. Un'idea che si fa anche attraverso riflessioni su dati e questioni, intramate alle singole storie esemplari - per comprendere davvero perché lavorare uccide. Ma la lingua, quella, è la stessa, quella non cambia e non può cambiare, ché la lingua è il respiro stesso.

Ho scritto un paio di giorni fa in una lettera a una persona riconosciuta in scrittura - dunque nell'anima, dove ci si riconosce - che la lingua è una questione di ritmo, una questione di scansione interna - ed è un ritmo che "dice tutto", perché è dato dalla frequenza d'onda che colui che scrive percepisce nel mondo. Una scansione, appunto, in scala ridotta del proprio campo di rappresentazione del mondo. Un ritornello: quelle pulsazioni improvvise che ritagliano spazi nel caos.

(Nel frattempo, però, la lingua lavora anche di musica, e costruisce ritornelli cantati. Insomma, lentamente riparto con una nuova esperienza musicale. Ne dico qui).


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venerdì, 25 gennaio 2008

 

Verità evidenti

Il signor Mastella, al Senato, ha citato una poesia di Neruda. Così diceva. Ricerca veloce sul web. Non è di Neruda, è un apocrifo. Non poteva scegliere poesia migliore per rappresentarsi. Ho riportato su Nazione Indiana, qui.


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