cirque de la solitude

 

“Il poeta produce il bello con l’attenzione fissata su qualcosa di reale. Lo stesso avviene con l’atto d’amore. Sapere che quest’uomo, che ha fame e sete, esiste veramente come me, questo basta, il resto viene da sé” (Simone Weil) “L'anarchia viene dal di dentro. Non c'è un modello di anarchia, né alcuna definizione. Definire, vuol dire confessarsi battuti in partenza. Definire, vuol dire fermare il treno nella notte quando devia sullo scambio. Tanto vale ammettere che si ha fretta di farla finita con la comprensione dell'avvenimento. Proprio per la sua inattitudine di fondo a non saper definire niente, l'uomo scalpita nelle obiezioni e nella filosofia” (Léo Ferrè)

QUANTO ALLA MUSICA, CI SONO IL MYSPACE E IL BLOG SBANDATI il 23 luglio esordio/anteprima di LibertAria al festival UrlaPadula a Carrara


venerdì, 23 gennaio 2004

 

L'ultimo movimento dell'ultimo quartetto di Beethoven è scritto su due motivi: Muss es sein? (deve essere?). Es muss sein! (Deve essere!). Perché il senso delle sue parole fosse del tutto chiaro, Beethoven scrisse in testa all'ultimo movimento le parole: "Der schwer gefasste Entschluss": la risoluzione presa con difficoltà, la grave risoluzione. La grave risoluzione è unita alla voce del destino (Es muss sein); pesantezza necessità e valore sono tre concetti intimamente collegati: solo ciò che è necessario è pesante, solo ciò che pesa ha valore. L'idea dell'eterno ritorno accomuna Nietzsche all'eroe beethoveniano: la grandezza di un uomo risiede nel fatto che egli porta sulle spalle il suo destino come Atlante portava sulle spalle la volta celeste.

Milan Kundera

 

Anche rispetto a questo Auschwitz segna una rottura decisiva. Immaginiamo di ripetere l'esperimento che, nella Gaia Scienza, Nietzsche propone sotto la rubrica Il peso più grande. Che, cioè, "un giorno o una notte" un demone strisci accanto al superstite e gli chieda: "Vuoi tu che Auschwitz ritorni ancora una volta e ancora innumerevoli volte, che ogni particolare, ogni istante, ogni minimo evento del campo si ripetano in eterno, facciano incessantemente ritorno nella stessa precisa sequenza in cui avvennero? Vuoi tu questo ancora una volta e in eterno?". La semplice riformulazione dell'esperimento è sufficiente a confutarlo al di là di ogni dubbio, a renderlo per sempre improponibile.

Questo fallimento dell'etica del Novecento di fronte a Auschwitz non dipende, tuttavia, dal fatto che ciò che è là avvenuto sia troppo atroce perchè qualcuno possa mai volerne la ripetizione, amarlo come un destino. Nell'esperimento nietzschiano, l'orrore era scontato in partenza, tanto che il suo primo effetto sull'ascoltatore è, appunto, di fargli "digrignare i denti e maledire il demone che così ha parlato". Nemmeno si può dire che il fiasco della lezione di Zarathustra implichi la pura e semplice restaurazione della morale del risentimento. (...). Tuttavia, l'impossibilità di volere che Auschwitz ritorni in eterno ha, per lui (Primo Levi), un'altra e diversa radice, che implica una nuova, inaudita consistenza ontologica dell'accaduto. Non si può volere che Auschwitz ritorni in eterno, perchè, in verità, esso non ha mai cessato di avvenire, si sta già sempre ripetendo. (...). Il problema etico ha qui mutato radicalmente forma: non si tratta più di vincere lo spirito di vendetta per assumere il passato, per volere che esso torni in eterno. E nemmeno di tener fermo l'inaccettabile attraverso il risentimento. Ciò che ci sta ora davanti è un essere al di là dell'accettazione e del rifiuto, dell'eterno passato e dell'eterno presente - un evento che eternamente ritorna, ma che, proprio per questo, è assolutamente, eternamente inassumibile. Al di là del bene e del male non sta l'innocenza del divenire, ma una vergogna non solo senza colpa, ma, per così dire, senza più tempo.

Giorgio Agamben.

 

"Come un cane!" disse, era come se la vergogna dovesse sopravvivergli.

Franz Kafka.


postato da alderano 09:21 commenti (8) 
 


martedì, 20 gennaio 2004

 

Di solito non parlo dei fatti personali. Un blog è una vox clamans in deserto, e non ho alcuna intenzione di gridare i miei nomi al vento. Li enuncio solo a chi mi espone il volto, a chi mi offre la gola, e solo in questa reciprocità posso concepire una comunicazione in tal senso. (Se 'pubblico' una poesia, lo faccio in quanto essa è concepita come 'maschera', come messa in forma di un irrappresentabile). Così, se dico della mia esperienza di insegnamento, non lo faccio per parlare di me (come non parlo di me ai ragazzi che mi chiedono dell'attività musicale). Sto parlando di un fatto sociale, anzi è il fatto sociale che 'mi' parla (certo, è sempre il linguaggio che 'ci' parla, ma qui c'è un di più, dato dall'intersezione in un dato punto di una serie di forze, dall'annodarsi in quel punto di una molteplicità di legami). Così, mi pare significativo il fatto che riporto di seguito. All'entrata del professore in classe, i ragazzi scattano in piedi, sull'attenti. Tipico esempio di segnalizzazione disciplinare così come la descrive Foucault in 'Sorvegliare e punire'. Ecco, leggiamo dunque 'Sorvegliare e punire', riflettiamo sui nostri atti irriflessi, leggiamo il senso dei nostri gesti, comprendiamo come la microfisica del potere agisce nei nostri corpi. E mentre parlo della sorveglianza, ecco che alle spalle mi sorprende un altoparlante interno che richiama attenzione, come il Grande Fratello: e quale migliore introduzione al Panopticon? Dovrebbe essere facile, per i ragazzi, comprendere i meccanismi della microfisica del potere. Dovrebbe.
postato da alderano 13:48 commenti (10) 
 


lunedì, 19 gennaio 2004

 

Ho preso in mano quattro classi, oggi, in un liceo scientifico. In terza erano arrivati a Gorgia. Allora ho letto l'Encomio di Elena... (nemesi nuova, forse...), e mi sono ancora meravigliato della profondità delle intuizioni di Gorgia: il linguaggio come specifico umano, e come gioco... il linguaggio come produzione, e produzione di senso... come 'poetica'.... poi, il testo offre continui rimandi alla persuasione occulta della società dello spettacolo... (ecco, qui finisco... era solo per dire dell'encomio, e per - citando la chiusa di Gorgia - mio passatempo...)
postato da alderano 16:28 commenti (2) 
 


giovedì, 08 gennaio 2004

 

In margine

(davanti alla Flagellazione del Caravaggio)

 

Il corpo ripiegato, abbandonato alla piega, esposto alla morte, ma prima ancora all’infamia dell’assedio dell’altro. Corpo che in questa esposizione espone la sua bellezza. La bellezza di chi non ha nulla da perdere, perché ha già perduto tutto, ed è solo un corpo, un corpo senz’altro, nudo nella sua esposizione, nel gesto dell’esporsi, nell’aperto della passione, del patimento. Corpo che patisce l’altro, ne patisce il legame. In questa esposizione del finito alla sua finitezza riluce il divino dell’uomo.

I suoi occhi chiusi, il pensiero muto: non ha più nulla da dire, né da dare, è solo corpo, puro e semplice, impuro e molteplice corpo senza resto, ché quel corpo è ciò che resta, e non può essere sottratto, perché è già, tutto intero, nel gesto del sottrarsi. E’ svanimento, quel corpo in torsione, in abbandono. Preso in un gesto che appare innaturale, perché interamente consegnato al fuori.

Sono io, quel corpo esposto. (E nel riconoscermi, non c’è più io che possa dire: ‘sono io, quel corpo esposto’…).


postato da alderano 16:34 commenti (9) 
 


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