cirque de la solitude

 

“Il poeta produce il bello con l’attenzione fissata su qualcosa di reale. Lo stesso avviene con l’atto d’amore. Sapere che quest’uomo, che ha fame e sete, esiste veramente come me, questo basta, il resto viene da sé” (Simone Weil) “L'anarchia viene dal di dentro. Non c'è un modello di anarchia, né alcuna definizione. Definire, vuol dire confessarsi battuti in partenza. Definire, vuol dire fermare il treno nella notte quando devia sullo scambio. Tanto vale ammettere che si ha fretta di farla finita con la comprensione dell'avvenimento. Proprio per la sua inattitudine di fondo a non saper definire niente, l'uomo scalpita nelle obiezioni e nella filosofia” (Léo Ferrè)

QUANTO ALLA MUSICA, CI SONO IL MYSPACE E IL BLOG SBANDATI il 23 luglio esordio/anteprima di LibertAria al festival UrlaPadula a Carrara


giovedì, 27 maggio 2004

 

(Re - La)

E si spalanca il mondo e cade nell’aperto
La bocca si apre muta al suo deserto

Si apre il corpo al mondo in viscere e parole
Versate e messe a seccare al sole

Si versa il sangue è sparso, si aprono le vene
si perde tutto ciò che ci appartiene

Si versano le lacrime, hai lacrimato troppo
Si spalanca la luce nel tuo occhio


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martedì, 25 maggio 2004

 

...

"Perche' Cristo fu ESPOSTO IN CROCE?".

...

Bisogna esporsi (questo insegna
il povero Cristo inchiodato?),
la chiarezza del cuore è degna
di ogni scherno, di ogni peccato
di ogni più nuda passione...
(questo vuol dire il Crocefisso?
sacrificare ogni giorno il dono
rinunciare ogni giorno al perdono
sporgersi ingenui sull'abisso). 

...

 

PPP

 










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domenica, 23 maggio 2004

 



Note sul Sacro nella società dello spettacolo.

Dove si è incarnato il Sacro che informava le “grandi narrazioni”? Se fino a ieri ci si rappresentava il mondo con categorie marcatamente religiose, possibile che oggi si sia tutto così rapidamente dissolto? Certo, ogni cosa sacra si è fatta profana (cfr. Manifesto), ma in questa profanazione il sacro rimane come polo negativo, e la superproduzione di miti di cui Marx dice a Kugelmann è l’effettiva trasfigurazione del sacro.
Oggi il Sacro si è diffuso così, sotto la forma di merce (e i tramiti della sua diffusione sono i media, veri ostensori della merce stessa), in tutti i gangli della società civile.
La sua ideologia è l’anti-ideologia, cionondimeno (ma in realtà, proprio per questo) continua a proclamare la propria eternità. L’anti-ideologia è la merce che smaschera le ideologie e mette la propria maschera sulla faccia del mondo narcotizzato e inebetito. Se la religione era l’oppio del popolo, da questi prodotto come propria protesta, l’anti-ideologia è l’ecstasy del sabato sera fornita dal pusher all’uscita dal posto di lavoro, per cancellare il tempo tra un turno di produzione e l’altro.
L’anti-ideologia deve darsi uno statuto totalitario per fondare il proprio discorso. Deve porsi nella posizione onnisciente dello Spirito assoluto, della storia ormai risolta nei suoi elementi primari e naturali.
Con essa, la società civile torna a farsi Stato (cfr. Annali franco-tedeschi), la ‘specializzazione’ viene universalizzata, e l’individuo è cittadino solo in funzione della sua specifica appartenenza alla società civile. Non lo Stato si fa universale, ma la società civile, tornando a farsi Stato, universalizza la propria particolarità.
In Italia, paese in cui il Sacro ha sempre preso una forma più concentrata che in altri paesi occidentali (e dunque caso ideale, paradigmatico in quanto “paese sviluppato”), la società civile dell’anti-ideologia trova la sua espressione ideologica totalitaria nel partito-spettacolo. Ecco il totalitarismo democratico.
E se il totalitarismo è la perdita di autonomia di tutte le sfere della vita, adesso ogni sfera della vita è asservita al discorso ideologico dello spettacolo della società civile. L’autonomia (come nei totalitarismi classici) viene revocata non dallo Stato, ma da un’ideologia che impone il suo discorso.
Lo Stato, universalizzandosi, eleva tutti a livello di cittadini. L’ideologia, universalizzandosi, abbassa tutti a livello di sudditi.
Nel caso presente – il caso italiano – si è sudditi dell’anti-ideologia della società civile produttiva che impone il suo discorso ‘specializzato’ ad ogni sfera della vita.
Agli Istituti italiani di cultura all’estero, il governo del partito-spettacolo impone di propagandare le attività produttive come “espressioni culturali”. Il sottosegretario si fa portatore di un discorso dominante, di una parola performativa, assegnando uno statuto culturale ipso facto alle merci (gastronomia, oreficeria, design…): è l’avanguardia della merce che s’incunea nel circuito della cultura intesa come reservoir. E’ il bottegaio che prende il Palazzo d’Inverno della Cultura (il Palazzo dell’Inverno della Cultura) e grida ai quattro venti con voce rozza e stridula: “da oggi parlo io…”.
“Ciò che è utile” invade la sfera che ancora si pretende sovranamente estranea al mondo della merce. Il bottegaio non vuole più limitarsi allo Stato. Vuole, come un Adamo afflitto da sindrome paranoica, dare il suo nome alle cose.


postato da alderano 20:44 commenti (11) 
 


mercoledì, 19 maggio 2004

 


Ca’ Malanca, 25.4.2003.







Noi sbandati

disertori

fucilati alla schiena.



Noi miscredenti

d'immensa fede.



Noi del sangue che sorregge il cielo.



Iscrivo il mio nome al vostro

scrivo il vostro nel mio.




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lunedì, 17 maggio 2004

 

"James Dean si ruppe l'osso del collo, e divenne immortale".

Ho straparlato?

...

Non ho saputo resistere.

 

(Vaughan - Elias Koteas - in Crash di Cronenberg, dal libro di Ballard).

 

La perdita suprema – la liberazione - dell'amore e della morte, lo spasimo del nulla che – ‘maybe’ – arriverà, il nulla che è pura possibilità. E’ questo che balena, e acceca, nella singolarità dello schianto, in quell’istante dello sconfinamento da sé - che sia l'orgasmo (la petite mort), o la morte: in questo scardinamento dell'essere, si libera un'energia sterminata e senza nome. E questo, dice Vaughan, lo si può solo sperimentare: ‘sperimentare.. vivere…’. Privazione di sè, ek.stasis che eccede ogni nome, che è, che semplicemente è...

Ho straparlato? si chiede Vaughan: ha detto che James Dean è diventato immortale: ho straparlato? Sì, ha stra.parlato, ha parlato-fuori, ha voluto nominare ciò che si sottrae ad ogni nominazione, ad ogni fissazione, ciò che è sempre ‘al di là’: ha voluto nominare la singolarità (la singolarità dell'evento: James Dean che si spezza l'osso del collo; l'intensità di quell’evento – la sua immensità), e attribuirle un di più, che in realtà è un di meno... Di fronte all’intensità di ciò che è - essere immortali, non serve

E pure, questa di straparlare, di dire il fuori, è una tentazione ‘irresistibile’. E’ lo spasimo del poeta quella di indicare la singolarità ineffabile, di balbettare l’impossibile… Poi arriva il prete, e incatena questo balbettio…

 


postato da alderano 21:28 commenti (23) 
 

 


"James Dean si ruppe l'osso del collo, e divenne immortale".

Ho straparlato?

...

Non ho saputo resistere.

 


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giovedì, 13 maggio 2004

 

Disfattisti.

Lo ha detto il ministro della guerra.

Ha usato proprio questa parola.

Disfattisti.




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lunedì, 10 maggio 2004

 

La sera prima del compleanno, H. e G. si erano ubriacate in un bar di periferia. Erano andate a casa di G., e si erano messe a letto. H. era distesa, a smaltire l’alcool, e rideva di nulla. G. le stava sopra, guardandola nella luce lunare che penetrava dalla finestra d’angolo, e tracciava i suoi contorni con le dita. Poi giunse all’istante di infilarle le dita tra le gambe, risalendo al centro, fino al punto dove H. non si riconosceva più. H. non si sottrasse, come non ci si può sottrarre alla propria assenza. Si lasciò scivolare dolcemente in quello svanire.

Passarono le ore in quell’esercizio di sovranità, fino all’alba, alta sulla notte e di luce scabra. Affiorò allora come un diffuso senso di orrore che pareva promanare dalle cose stesse, a cominciare dagli oggetti d’uso quotidiano sparsi per la camera. Per prima, la spazzola blu lasciata sul comodino accanto al letto. Poi, le pareti gialle. E via via tutto il resto. H., riavutasi dalla vertigine, riconobbe quell’orrore, e lo osservò con lucidità, tenendosene a distanza. In quella distanza ricadde anche G., che d’un tratto non sentì più l’incastro delle dita nel corpo cavo di H. Le sue dita erano improvvisamente divenute fuori luogo. Fuori legge. Bandite.


postato da alderano 23:38 commenti (42) 
 

 


Il corpo
e' un sublime
atroce
porco.

(Piero Ciampi)
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sabato, 08 maggio 2004

 

Ci sono dei bambini impiccati agli alberi, sono manichini, che cattivo gusto, si grida, le coscienze si sollevano, si sollevano tanto che un cretino si solleva del tutto, armato di scala per staccarli, cade e si spacca la testa… Come sempre, non si vuole vedere. Non vedere, condizione necessaria e sufficiente perché le cose non esistano. Lontano dagli occhi lontano dal cuore, verrebbe da dire… E non occorre pensare ai bambini iracheni massacrati a Falluja nel silenzio della chiesa catodica (scusa pornobarman se faccio mia questa espressione). Basta rimanere qui da noi, i figli degli operai di Melfi che non possono mai vedere i genitori, oppure i figli dei migranti ai quali è impedito il ricongiungimento familiare – quei migranti che vengono fatti letteralmente sparire nei Cpt, lager di stato… Ma cosa pretendere, da un mondo talmente privo – deprivato – di giudizio che a(l) giudizio non sottoporrà mai i criminali di guerra americani? E cosa pretendere, da un paese come questo dove il capo dei criminali arriva il 4 giugno a Roma e gli si fa festa, invece di fargli la festa?
postato da alderano 22:26 commenti (51) 
 


giovedì, 06 maggio 2004

 

Ho ricevuto un messaggio privato dall'anonimo funambolo. La sua questione ci oltrepassa - ci eccede. Lo abbiamo mancato. Ciò che mi dice di sè, eccede ciò che abbiamo detto - e, nel medesimo movimento, le nostre risposte lo eccedono, perchè in realtà non di risposte si tratta, ma di riformulazioni della (im)propria domanda, della domanda che ognuno di noi non cessa di porsi - e di porre.

Nessuno gli ha risposto propriamente, perchè non c'è risposta possibile, e non si dà proprietà se non nell'improprio. Ognuno di noi è andato fuori tema, perchè il tema di ognuno di noi, in quanto singolarità, è il fuori - perchè ci siamo, nel fuori: esposti al mondo, al nostro mondo; esposti alla parola, alla nostra parola. La realtà, noi la parliamo, non la vediamo; la costruiamo e la ri.costruiamo incessantemente con le nostre parole; la articoliamo e la ri.articoliamo nell'articolare il nostro linguaggio.

Ognuno di noi è un funambolo senza rete, acrobata delle parole che disegna una trama di senso nello spazio (del) vuoto, senza terra sotto ai piedi...

 


postato da alderano 14:40 commenti (44) 
 


martedì, 04 maggio 2004

 

cosa succede quando la parola riapre la ferita e la voce, il pensiero sono sopraffatti...cosa succede quando una sola singola piccola parola che ti porti sotto alla lingua e che ingarbugli tra i denti perché non fugga,perché la voce non la trovi, scappa e si fa segno sulla carta e deve per forza di cose essere letta,e deve per forza essere pensata e affrontata e in questa ennesima battaglia con lei ti perdi e diventi tu stesso parola,segno,e ti fai leggere per come sei realmente, per come mai avresti voluto essere sfogliato....cosa succede se muori in quel combattimento...cosa succede se quella maledetta,fottuta parola sfascia i nervi, destabilizza quell'equilibrio che credevi esserti creato...sono funambolo senza rete....cosa succede alderano?tu lo sai?.............................................................................................................. Allora, a questa domanda - infinita - ho azzardato una risposta:........................................................... Funambolo senza rete, anonimo compagno... se hai perso il nome, hai già conquistato metà della salvazione... Quel nome che Giacobbe ha consegnato all'uomo-angelo, a Dio dunque, rimettendo in quel silenzio la sua persona... facendolo così risuonare nell'infinito - ad infinitum - , nel suono primordiale dell'universo... rilasciando nell'infinito senza nome - nella meraviglia del tutto, che è benedizione - quel feedback sonoro che lo incastrava in un rigo, in una notazione, e che gli faceva credere di essere solo una ferita....ma quella ferita è segno di una lotta mortale che lo condurrà a trovare un nome nuovo... un nome sempre nuovo...................................................................................... Adesso azzardate un risposta voi, se ne avete voglia. E magari, provi ad azzardare una risposta anche l'anonimo funambolo...
postato da alderano 14:59 commenti (21) 
 


lunedì, 03 maggio 2004

 

Non la voce, ma la parola. Le parole che leggo mi entrano dentro con la forza della lentezza. Sono io che scandisco il ritmo, mi faccio dare da loro il tempo, e non c'è imposizione. La lotta, allora, è tra me e la parola, lotta cruenta e amorosa come un amplesso, che penetra e produce, che rilascia ed apre. Poi, a volte, la voce. Un rito che accade inatteso e svanisce nel suo stesso momentaneo accadimento. Una celebrazione, e allora sono pronto a farmene canale. E poi, alla fine della fiera, non si è prodotto nulla. C'è stata solo nuova meraviglia. La poesia che spalanca al nuovo che già mi abita . Che mi porta da un non più a un non ancora.
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