cirque de la solitude

 

“Il poeta produce il bello con l’attenzione fissata su qualcosa di reale. Lo stesso avviene con l’atto d’amore. Sapere che quest’uomo, che ha fame e sete, esiste veramente come me, questo basta, il resto viene da sé” (Simone Weil) “L'anarchia viene dal di dentro. Non c'è un modello di anarchia, né alcuna definizione. Definire, vuol dire confessarsi battuti in partenza. Definire, vuol dire fermare il treno nella notte quando devia sullo scambio. Tanto vale ammettere che si ha fretta di farla finita con la comprensione dell'avvenimento. Proprio per la sua inattitudine di fondo a non saper definire niente, l'uomo scalpita nelle obiezioni e nella filosofia” (Léo Ferrè)

QUANTO ALLA MUSICA, CI SONO IL MYSPACE E IL BLOG SBANDATI il 23 luglio esordio/anteprima di LibertAria al festival UrlaPadula a Carrara


domenica, 31 ottobre 2004

 

Oggi, lo sciopero generale non ha bisogno di smobilitare o mobilitare in modo spettacolare molta gente: basta interrompere l’elettricità in qualche luogo privilegiato, per esempio i servizi pubblico e privato delle poste e telecomunicazioni, la radio, la televisione, le reti informatiche centralizzate, introdurre qualche virus efficace in una rete di computer ben scelti, o, analogamente, introdurre l’equivalente dell’Aids negli organi di trasmissione, nel Gespräch ermeneutico.

(Jacques Derrida, Forza di legge).

 

Dal 5 novembre si aprirà un seminario filosofico sopra un testo di Derrida. In un blog. Iscrivetevi, e partecipate.

 


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sabato, 30 ottobre 2004

 

Nel giorno in cui bin Laden fa campagna elettorale per Bush (e questo non dimostra che lui sia una creatura della Cia, ma che il terrorismo, per esistere, ha bisogno dello stato d’emergenza – che Bush e bin Laden sono speculari, e si alimentano a vicenda) – piccoli  gesti di resistenza allargano il cuore. Non fanno sperare, perché non c’è nulla da sperare. Ma tengono accesa l’utopia – non come stato da instaurare, ma come non-luogo che vive in una pratica resistenziale – in un’affinità che afferma una comunità vitale, nobile, impossibile. Un piccolo ordigno a una filiale milanese della Manpower, agenzia di lavoro interinale. Mi ero svegliato con sogni agitati. Adesso sono un poco più tranquillo.

 


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venerdì, 29 ottobre 2004

 

 

Ho inaugurato una rubrica televisiva sul blog montaggio Markelo Uffenwanken GmbH & Co.KG. Un caso, come dicevo all'amministratore unico Franz Krauspenhaar: mi è accaduta una frase (Immersione Senza Bombole Nella Desolazione), si è srotolata, e ha dato vita alla sua propria forma. Non guardo quasi mai la tv. Per questo credo di poter adempiere come si conviene alle funzioni di critica televisiva. Critica: non nel senso di dire 'questo è un bel programma, questo no'. Tantomeno un'osservazione partecipante. Leggerla, invece, per quello che (non) dice. Una sorta di autopsia. E un'autopsia violenta. Io voglio incularmi un cadavere.

 

Immersione Senza Bombole Nella Desolazione.

 

‘Su Hitler non mi viene in mente niente’ scrive Karl Kraus nella Terza notte di Valpurga. Niente. Il limite è stato raggiunto. (Nemmeno Kraus, con la sua potenza linguistica capace di immensi aforismi e di sublime satira, può dire più nulla). Non è solo questione di morale (anzi, la morale non c’entra per nulla). Il fatto è che nessuna parola può essere rovesciata, là dove vige il rovesciamento integrale. Dove regna il falso – dove esso è il fondamento – nessuna parola può essere vera. Dopo Hitler niente può più venire in mente. Guy Debord lo sa, e parla in questa desolazione – in questa wasteland.

Unreal city, / Under, the brown fog of a winter dawn, / A crowd flowed over London Bridge, so many, / I had not thought death had undone so many.

Questi uomini cantati da Eliot - uomini infernali della città irreale, disfatti dalla morte - sono incapaci di parlare, espropriati della loro essenza spirituale: del loro linguaggio, della capacità di vivere nel linguaggio. Hollow men, uomini vuoti – vuoti perché non possono più darsi vita nel linguaggio creatore.

“«Do / You know nothing? Do you see nothing? Do you remember / Nothing?»”

Quello che viene in mente, è il vuoto. Gli uomini svuotati dallo Spettacolo – sformati dall’informazione (che peraltro fa il suo mestiere: mette-in-forma – e la forma è vuota). Homines viatori, in un esilio che attende il ritorno alla Patria Celeste – che si mostra nell’icona televisiva. Solo lì, è il vero. Il resto è solo degradazione, e ha realtà solo nella misura in cui partecipa dell’essere vero che lì si mostra.

Lo Spettacolo – Debord non si stanca di dirlo – non va identificato, come troppo spesso si fa, con i mass-media, o con la tv: esso è il sistema sociale globale.  Ma la tv è pur sempre la sua icona, il canale dove esso si mostra: mostra la sua essenza realissima. E il reale dello Spettacolo, appunto, è il falso.

Se Blob rimane la trasmissione più efficace, è perché in esso si mostra compiutamente la degradazione e il rovesciamento del linguaggio nello spettacolo. L’impossibilità di dire il vero. E non a caso il vero inventore di Blob è proprio Debord, con i suoi film. Blob è immortale, perché immortale è lo Spettacolo.

Blob – che è l’unico programma che io segua quando posso – è davvero una profondissima Immersione Senza Bombole Nella Desolazione.

“«Are you alive, or not? Is there nothing in your head?»”

 


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mercoledì, 27 ottobre 2004

 

Paradigmi.

 

Ora di pranzo. Mi scaldo salsicce e rapini (tipico piatto apuano). Accendo la tv. E’ l’ora del tg. Buttiglione è stato trombato. A volte l’ovvio riesce persino ad averla vinta. Mi annoio. Cambio canale. Capito su Italia Uno. C’è un reality-show. Di calciatori. Ciccio Graziani, indimenticato numero undici plebeo. Declama ai suoi ragazzi:

 

Tutto ha un prezzo.

Fuori da questa realtà è una giungla.

 

Un’illuminazione. La tv è maestra di vita, sempre. Qui appare con inequivocabile evidenza. Che tutto abbia un prezzo, lo sappiamo bene. Il valore di scambio tende a sopprimere il valore d’uso. Bisogna pagare. Anche qui, in questa realtà, in quest’empireo verso il quale ogni cosa converge. Questa realtà è l’ens realissimum, il più reale del reale: la sua essenza. Fuori, la giungla. Non c’è scampo, sappiatelo, cari ragazzi. La realtà là fuori è meno vera - in senso ontologico e assiologico: lo Spettacolo rimpiazza Dio, ne prende semplicemente il posto. Ogni cosa partecipa dell’essere che si mostra, nella sua purezza, dallo schermo televisivo. Qui il vostro sguardo deve guardare – qui il vostro desiderio deve desiderare. Fuori, è la giungla. Non abbiate speranza. Rassegnatevi.

Ciccio Graziani, l’Arcangelo dello Spettacolo Universale.

 

“Quando dunque tu, Dio mio, mi ti presenti come fossi materia prima formabile, perché accogli la forma di ciascuno che ti guarda, mi elevi fino a farmi capire che non è colui che t guarda che ti dia forma, ma egli in te vede se stesso, perché è da te che egli riceve il proprio essere. Ciò che tu sembri ricevere da colui che ti guarda sei invece tu che lo doni, come tu fossi specchio vivo dell’eternità, che è forma delle forme”.

(Niccolò Cusano, De visione Dei).

 


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martedì, 26 ottobre 2004

 

Spettacolismo.

Bush che atterra con il suo elicottero con la musica trionfale di Airforce One; Bush che fa il miracolo: bacia una bimba traumatizzata - la bimba parla; Bush che si fa forte del muscolo di Schwarzenegger.

Alcune ottime ragioni per cui temo che lo stolido sovrano dell'Impero Universale dello Spettacolo sarà nuovamente incoronato.

 


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domenica, 24 ottobre 2004

 

Il Vuoto sotto i piedi, oggi. Nessuna metafora. Ciondolavo dalla roccia, ancora esposto al vento. Il Vuoto senza Vertigine. Ero appeso a un gancio - all'imponderabile - con una fiducia omicida.

 

L'essere è cavo.

L’essere è un mosaico di cavità interstiziali.

L’essere in quanto vuoto si di-strae da se stesso.

Per tutto questo, e altro ancora, si veda il simposio in corso presso la stanza di Pornobarman.

 


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lunedì, 18 ottobre 2004

 

Il carcere, fabbrica di mostri, si prende la parola, e protesta. Nelle carceri si continua a morire, per sovraffollamento, per incuria, per volontà. Nei prossimi giorni, dalle 21 alle 22, i detenuti batteranno le grate per farsi sentire. Rifiuteranno il cibo e i colloqui. Si sottrarranno al mondo per far sentire la propria mostruosa presenza. Io batto le grate con loro, e pubblico un brano della storia che racconterò in un libro a venire, Storie esemplari di banditi e senza patria, che rientra nel progetto de Les Anarchistes. La storia che racconto è una storia vera. La storia di un mostro fabbricato dal carcere.

 

Da Salerno, di nuovo a Orvieto. Anche lì danno i permessi, e la sua licenza a fascicolo è una garanzia. Sono passate solo due settimane, dei ragazzi romani entrano nella cella dei napoletani. Stasera non rientriamo in cella, dicono. Protestano contro il direttore. Viene dall’Asinara, dicono, è stato il vice di Cardullo, di uno che in carcere tutti chiamano ‘boia’ per come ha trattato i brigatisti, e ha portato i metodi di Cardullo a Orvieto.

Cosimo non l’ha mai visto, il direttore, ma sta con i ragazzi, gli è naturale stare con loro. La notte dormono per terra, sui materassi stesi nel corridoio davanti alle celle. Le guardie circolano tranquillamente per il corridoio, domattina viene il direttore a parlare. Invece. Alla mattina entrano duecento agenti della celere, con caschi e manganelli. Colpiscono alla cieca, rabbiosi, senza reazione, e non si fermano finché non c’è abbastanza sangue sulle pareti.

Cosimo sta giù alle celle per cinque giorni con altri cinque compagni. In quei cinque giorni nessuno gli porta del cibo. Quando entrano, li trascinano via, li caricano su un blindato, e li portano in Puglia. Cosimo è un sacco vuoto, ha la nausea, e il terrore di finire a Foggia, dove c’è il maresciallo Gentile. La prima è fermata è Foggia, e tocca proprio a lui. Scende, ma la nausea s’è ingoiata il terrore, ed è felice di essere finalmente all’aria. Per poco, però. In matricola, mentre dà le sue generalità, arriva Gentile. Come stai, gli dice. Cosimo finge, non la conosco, dice. Qui è difficile salire sui tetti, sputa Gentile. Poi, lo portano al reparto differenziato. E’ una sezione con dieci celle, e ci stanno solo in tre. Non gli danno biancheria. Aspetta, gridano. Cosimo ha già capito. Passa il pomeriggio steso sul letto, ad aspettare. Alla sera arrivano.

E’ un brigadiere sardo a entrare in cella, Cosimo sente il suo alito di vino. Ci sono altre tre guardie con lui, vieni nello stanzino, gli dice il brigadiere, ti diamo la biancheria. Nello stanzino ci sono altre guardie. Sono tutte pronte a eseguire il loro compito, hanno lo sguardo gonfio d’odio. Una di loro tiene in mano la fotografia del padre di Cosimo. Guarda tuo padre, dice, e lo butta a terra. Cosimo si china per raccoglierlo, ma non ha il tempo di afferrarlo, un calcio sul viso lo stende al fianco del padre, e lì cade morto.

Si risveglia nella sua cella pesto, dolorante. Loro continuano a venire davanti alla cella, sempre più gonfi, d’odio e di vino.

Il giorno dopo scrive a Gelsomina, non venire a colloquio, le scrive, c’è lo sciopero della guardie e non si fanno i colloqui, ti avviso per telefono quando potrai venire. Non vuole farsi vedere in quello stato.

Sta due mesi in quella gabbia, due mesi senza vedere nessuno, con l’odio che gli hanno scaricato addosso a maturargli in petto. L’unico che si fa vivo, che gli porta i saluti dei compagni, e anche qualcosa da mangiare, è il detenuto che fa il lavorante in cucina. Ma dura poco, le guardie lo hanno minacciato, non parlargli, non portargli niente da mangiare. Arriva solo il vitto, adesso. E Gelsomina. Il colloquio si fa nella stanzetta delle guardie, senza divisorio, un tavolino e quattro sedie. Ogni tanto la guardia esce, e allora si possono baciare, e Cosimo non è più solo.

26 settembre, San Cosimo. Scende Gentile, con la solita aria di padrone. Come stai, chiede. Bene, dice Cosimo. Prepara la roba, sali in sezione. E’ il regalo per il tuo onomastico. Poi vengono due guardie. Lo portano al secondo piano. E’ orario di passeggio, le celle sono vuote. C’è solo Giovanni, un compagno di Procida. Cosimo lo chiama, non vede l’ora di parlare con qualcuno. Il sorriso di risposta è tirato. Cosa c’è che non va, chiede Cosimo. Ti sei chiamato l’incontro con tutti, risponde Giovanni. In giro si dice che Cosimo è un infame. Cosimo è come se prendesse una coltellata, reagisce con lo sguardo. Ce lo ha detto il maresciallo, dice Giovanni. Per questo nessuno ti mandava più niente da mangiare. Dove sono i miei paesani, dice Cosimo. Stanno tutti giù.

Si apre il passeggio. Cosimo entra armato di una furia incontenibile. Chi ha detto che mi sono chiamato l’incontro, grida. Gli va incontro Vincenzo, un paesano. Il maresciallo, gli avevamo chiesto di farti salire in sezione, è lui che non vuole salire, ci ha detto, si è chiamato l’incontro con tutti. Non ne discutono oltre, stanno tutti giù per protestare contro le condizioni di vita del carcere. Ci vuole poco a Cosimo per capire la trappola di Gentile. Lo ha fatto salire solo per coinvolgerlo nella protesta, senza dubbio è già pronta la squadra di guardie per massacrarli di botte, dobbiamo salire in sezione per l’ora della chiusura, dice. Uno ad uno li convince, alla chiusura salgono tutti. Vi siete salvati, gli dice una guardia per le scale, eravamo già pronti.

 


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domenica, 17 ottobre 2004

 

Aggrappato alla Montagna. Esposto al Vento. Vino come Luce. Luce come Vino.

 

L'occhio riposa sulle forme.

Rotondo

il culmine della rovina. In cipressi.

(L'alcool fa canale: spalancato).

Sulle forme tonde di silenzio le onde radio si dissolvono.

 

Ora che posso parlare – la gola stretta – nell’ombra che annuncia.

 

La pianura distesa alla luce è l’esatta forma del mio corpo spalancato.

Accoglie, subisce, soggetto.

Corpo alla luce tra forme rotonde

gioia rotonda – impeto di morte

(si sporge, s’affaccia).

Lo annoto.

(Si annotta).

Il corpo è trafitto – scheggiato, trafitto – offerto alla luce.

Trapasso.

 


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giovedì, 14 ottobre 2004

 

"I primi filosofi sono coloro che istaurano un piano di immanenza come un ponte teso sul caos. Si oppongono in questo senso ai saggi, che sono personaggi della religione, perché concepiscono l'istaurazione di un ordine sempre trascendente, imposto dal di fuori da parte di un grande despota o da un dio superiore agli altri...

Solo degli amici possono tendere un piano di immanenza come un terreno che sfugge agli idoli."

Gilles Deleuze - Felix Guattari (Che cos'è la filosofia?).

 


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martedì, 12 ottobre 2004

 

La Rete Fognaria

(pt. 1)

alle 20:27 del 11 ottobre, 2004

e allora caro il nostro alderano, pare che la tua ancor più cara fidanzatina abbia chiuso il suo bel blog.o forse la sua forma mentis non ha retto...
e dicci caro alderano, si può sapere cosa si prova a stare con una ragazzina? spero che il livello del vostro rapporto sia ben oltre il fartelo leccare.ma probabilmente risulterebbe difficile chiederle altro.non è cattiveria la mia...solo semplice curiosità.che forse tutte queste persone che ti leggono e stimano non sanno che il signor rovelli se la fa con una ventenne che per quanto bellina possa essere non avrà certo quello spirito per poter sostenere un uomo del tuo calibro...se ancora ne hai uno...

IP: 80.104.72.29

 

alle 20:41 del 11 ottobre, 2004

e per quale strano motivo non commenti? non eri tu quello che aveva il vizio di riempire tutti gli spazi vuoti? è tutto quello che riesci a fare? mi aspettavo di meglio caro alderano.ti trovo cambiato, non più pronto a scagliarti in difesa di quello che reputi giusto...non sarà che la bimba ti sta del tutto rincoglionendo?

IP: 80.104.72.52

 

Utilizzando uno strumento idoneo, risulta che l’ip in questione appartiene al nodo di Milano. Al nodo di Milano fanno capo molte città del Nord Italia.

Per precisare l’utente occorrono ulteriori indagini.

 

alle 09:43 del 12 ottobre, 2004

sono stato dalla bho oh boh cara bo. interessante. molto interessante. c'è un cristo: sarebbe bello inchiodare bo ai pali vero alderà? cosa le faresti tu? io le spaccherei il culo.

IP: 151.9.83.17

 

alle 11:25 del 12 ottobre, 2004

è bello spaccare i culi alle ragazzine.vero alderà?la depravazione imperversa.

IP: 151.9.83.17

 

alle 12:10 del 12 ottobre, 2004

è fantastico e stimolante vedere una puttanella gemere con un bel cazzone conficcato in culo.qui di puttanelle ce ne stanno molte.

IP: 151.9.83.17

 

Utilizzando uno strumento idoneo, risulta che l'ip appartiene a:

inetnum: 151.9.83.16 - 151.9.83.31

netname: INFOSTRADA-CUSTOMERS-151983

descr: RAMA MOTORI

Basta andare su google e scoprire che il sito di rama motori SPA (Reggio Emilia) è www.rama.it

 

Mi limito ad offrire i dati, qui. Non traggo alcuna conclusione.

 

Per quanto riguarda il lavoratore (o lavoratrice) di Reggio Emilia, sono già in possesso degli elementi necessari per rivelare l’identità (vi lascio nella suspence…).

Per quanto riguarda l’anonimo milanese, presto – grazie ad alcuni sapienti amici che sanno utilizzare altri strumenti a me inaccessibili, combinando varia telefonia e rete telematica – ne rivelerò l’identità – e saprete se si tratta della stessa persona oppure no.

Chi vuole può provare a indovinare di chi si tratta. Oppure, chi lavora alla Rama Motor potrebbe farsi avanti.

Mi approprio degli strumenti del controllo in funzione di legittima difesa.

 

A bientôt.



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sabato, 09 ottobre 2004

 

Oggi, alle 18, nella sala del comune di Sarzana, un amico-compagno-confratello presenterà il suo libro: trattasi di La gloria del volgare. Ontologia e semiotica in Dante (Rubbettino editore). L'auctor è Alessandro Raffi - a.k.a. Pornobarman (non so se avete mai meditato a sufficienza l'immenso campo semantico di tale nome: il porno.barman altro non è che il pontifex, il coppiere del Vino versato, sprecato nell'eterna dépense del tutto, il sacerdos dell'osceno, l'esposizione del corpo assente). Il libro di Alessandro (stavolta anch'io mi faccio pornobarman: espongo il suo nome, il suo fuori scena) è tutto fuorchè un libro pedante e accademico. La qualità della sua scrittura è altissima, di un nitore lirico, ma anche di una chiarezza espositiva e di un'intelligenza critica, che davvero sorprendono, laddove uno sia abituato ad associare l'argomento a tediosi ricordi scolastici. Vi trascrivo la superlativa chiusa del libro - in modo che, al fine di intenderla, siate spinti a leggere ciò che la precede:

"Il poeta è sempre coinvolto in una sorta di paradossale 'arte della fuga': attraverso la sua voce il linguaggio ritrova il luogo della propria Origine solo a patto di trasmodare, eccedendo se stesso e aprendosi all'Ineffabile. A ben vedere, il volgare illsutre così inteso è l'unica lingua degli angeli che Dante sia disposto ad ammettere. Solo in quanto memoria dell'Origine la poesia ci permette di recuperare un barlume della comunione primordiale tra Dio e uomo accogliendoci sicut angeli nel 'convivio' che prelude alla mistica festa di Paradiso. Memoria dell'Inizio e profezia dell'Ultimo si richiamano reciprocamente. Tra questi due limiti asintotici si colloca il destino della parola umana, sospesa in uno stato di oscillazione perpetua che solo la poesia sembra essere in grado di esplorare in tutta la sua ampiezza."

E già che ci sono, ecco quanto l'auctor ha scritto, qualche mese fa, come glossa del libro di poesie dello scrivente, Corpo esposto (Memoranda edizioni).

"Nel mezzo di quest'orribile anno 2004, straziato da venti di guerra permanente, e dall'ottusità massmediologica di un'infinita teoria di servi blateranti, un nobile giullare di nome Marco Rovelli decide di mandare alle stampe il suo "Corpo esposto". Che significa? - si chiederanno in molti, spinti dal riflesso condizionato di trovare a tutti i costi un senso per far quadrare il cerchio (o l'ellisse) delle cose. Un titolo che evoca una rosa variegatissima di sapori e dissonanze. Forse il caput mortuum della simbologia alchemica. O forse la deposizione di un Ecce homo balbettante che tiene lo sguardo spalancato in un abisso di luce inesorabile, quella follia che il linguaggio poetico prova a rendere, di volta in volta, abitabile. Esposizione del corpo, denudazione di sé. Pornografia del gesto idiota che resiste alla volgarità dello stato di cose presente. Scrittura che non è più  proiezione del desiderio o della volontà espressiva del cosiddetto "io", ma è essa stessa movimento desiderante e quindi liberato. E quindi, ancora, denudatio mentis, quell'esercizio che nel linguaggio della mistica sufi indirizza alla dissoluzione dello psicologico nella resurrezione del Corpo di gloria. In ciò (è pleonastico dirlo) non vi è nulla di pomposamente autobiografico - che sarebbe come dire: autocelebrativo.  Nella sinfonia dello spreco che questi versi innalzano al cielo, riecheggiano antichi  ritornelli infantili. Il bisbiglio dei morti che ci salutano da lontano. L'urlo affogato dei non nati. Lo stupore di Adamo che scoppia a ridere in faccia al Padreterno, nel primo giorno della creazione. Tra il rumore della già vecchia e arrugginita macchina del cosmo, e il silenzio delle coorti angeliche. Di tutto questo ho trovato traccia nel "Corpo esposto". E altro non saprei dirvi."

 


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mercoledì, 06 ottobre 2004

 

Ricapitolando...

 

Lo Spettacolo. Gli occhi. Il cuore.

 

 

1. Ero in auto, quando mi ha chiamato la mia compagna per dirmi che avevano liberato Simona e Simona. Non ho esultato, non ho detto ‘evviva’, non mi si è aperto niente, dentro. Dal cuore non si è levata croce, per parafrasare maestro Eckhart. Una notizia come un’altra. Tra le (tante) altre. Niente più che due nomi, in fondo, confusi tra milioni di altri nomi a me ignoti – che non conosceranno mai liberazione. Comincio a pensare a quale saranno le conseguenze politiche di questa liberazione, come il governo ne potrà trarre vantaggio, cosa cambierà nello scenario irakeno. Le due simone sono già passate. Non sono altro che pedine in un risiko interminato. Sono già passate, dicevo: in realtà, non ci sono mai state.

Una volta a casa accendo la tv, per le notizie del telegiornale. E vedo le immagini della liberazione delle simone. Vedo il volto della prima Simona che si leva il velo, il suo sorriso – ed è in quel momento che vedo una sorella. E qualcosa, dentro, si apre. Un brivido. Come se il suo svelarsi implicasse una rivelazione. Mi riconosco in lei. Empatia , si chiama – un gioco di specchi  che costituisce la nobiltà dell’uomo.

 

Così lo dico, di questa gioia condivisa. Ma qualcuno – una voce, un demone - m’inchioda alla Ragione. A quella Ragione che non mi aveva liberato l’emozione, che non mi aveva fatto gioire della gioia di Simona.

(E l’infanzia, direbbero i filosofi, torna a farsi storia).

La tua gioia è asservita al veleno del linguaggio capovolto, è l’accusa. Lo Spettacolo se la prende, e ne fa uso. Lo Spettacolo manipola le emozioni. Sono le emozioni la materia prima dello Spettacolo. Occorre sottrarsi al suo dominio sottraendogli le nostre emozioni.

 

Allora, mi arrischio a tematizzare.

Lo spettacolo espropria le forme e i sentimenti.

Lo spettacolo non colonizza solo l’inconscio, ma anche la percezione.

Lo spettacolo fa della percezione stessa lo strumento di una (falsa) visibilità totale, che – in realtà - è selezione ‘oculata’ da parte dello stesso potere spettacolare.

 

Bacone scriveva che occorre liberarsi di quattro specie di ‘errori’, di false immagini della realtà che si producono nella mente degli uomini, per avviarsi sulla strada della conoscenza. Idola, li chiamava.  Tra questi, gli idola theatri, cioè gli errori derivanti dalle varie, mutevoli, fittizie  ‘rappresentazioni del mondo’ che gli uomini si sono fatti e si fanno. Delle ideologie, insomma. 

Il nostro tempo è dominato dalla ideologia più assoluta che sia mai stata concepita, quella dello Spettacolo, il regno del falso. Così l’impresa è disperata, poiché nell’Impero dello Spettacolo gli idola theatri si sono installati nel cuore della vista – fin dentro il bulbo oculare. Si tratterebbe di strapparseli, gli occhi.

 

 

2. Poi, da una gabbia, un uomo arancione alla catena. Quest’uomo-cane si chiama Ken Bigley, dicono. Il suo volto – il suo sguardo – fanno male agli occhi. E pure è immediato il pensiero delle tute arancioni di Guantanamo, quelle vere. Un branco di uomini-cani reclusi, chiusi alla vista. Allora, torna la voce – il demone - che s’oppone alla mia compassione: come puoi com-patire quest’uomo-cane quando tanti altri stanno reclusi, e sottratti alla tua vista? Sottraiti. Sottrai la tua emozione al dominio dello Spettacolo. E ancora: se quella dell’uomo-cane non fosse che l’ennesima messinscena? Vuoi rischiare di essere ingannato dallo Spettacolo?

 

Ma basta un affondo nel pensiero – e mi avvedo di come ciò che il demone suggerisce è: perdere la pietas. E’ questa la soluzione? No. Questo è in realtà proprio ciò che lo Spettacolo ci vuol far diventare. Lo Spettacolo vuole che stiamo da una parte o dall’altra, macchinalmente; che diventiamo automi, soldati di eserciti contrapposti – e non importa quale: l’importante è riconoscersi in una maschera, in un’identità, in qualche luogo del risiko interminato in cui ci ha precipitato, uno qualsiasi va bene, l’importante è che prendiate posto. Così va bene anche l’indifferenza, se non addirittura il moto appena represso di soddisfazione, all’attentato di un resistente palestinese che si fa esplodere in un autobus – siamo in un’arena, à la guerre comme à la guerre, e così via. A volte mi pare che dobbiamo, tutti quanti, giocare ai soldatini.

 

Preferisco rischiare di restare ingannato che perdere la pietas. Il resistente non perde mai la pietas. (Ricordi Fenoglio?). In questi tempi disperati, l’unica arma che ci rimane è non farci sradicare la pietas. Se ci hanno colonizzato gli occhi, non facciamoci sradicare il cuore.

 

 

 


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lunedì, 04 ottobre 2004

 

Pare che Ayad Anwer Wali – l’italo-irakeno in mano ai terroristi integralisti dal 31 agosto - sia stato decapitato. Questa è una sconfitta per tutti noi. Non tanto politica. Etica, soprattutto. Perchè il movimento - 'pacifista' e non - non è stato in grado di non fare cadere nell'oblio questa vicenda? Perchè noi - ognuno di noi (ed è questo che intendo, quando dico ‘movimento’) - non ne ha mai parlato?

Il movimento, alla fine della fiera, segue l'agenda stabilita in altri luoghi. Si accoda alla fantasmagoria dell'Impero, alla processione - senza capo nè coda - dello spettacolo: si mette ai lati della strada per contestarlo, e non riesce a tracciare un altro percorso.

Ayad era un non-italiano e un non-iracheno - qualcuno che non aveva identità - che rivelava la natura bastarda (spuria, se volete) dell'idea di patria, di nazione, di cittadinanza. Noi non siamo stati capaci di riconoscerci in lui - di riconoscerci nel suo meticciato.

Io credo che questo sia avvenuto, se vogliamo, per distrazione. Ed è questa la cosa più terribile. Perché rivela la nostra sudditanza all’Impero dello Spettacolo.

 


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sabato, 02 ottobre 2004

 

Oggi ho scritto queste cose. Non sapendo che fare, le pubblico tutte e due. Ognuno può leggere ciò che preferisce. E commentare il post che preferisce.

 

 

Lettera aperta alle amichecche

 

Amichecche care,

quelle che ho conosciuto in questa effimera evenienza virtuale, ma anche quelle di cui ho avuto la ventura di scrutare il volto.

Ieri è festa.

Il compagno Zapatero (per le sue recenti buone azioni, volentieri lo denomino compagno) ha firmato la legge che riconosce le unioni gay, ed ammette financo le adozioni. Talmente avanzata che i conservatori, per opporre una qualche resistenza, hanno dovuto ripiegare, attestandosi sulla linea: il matrimonio gay lo accettiamo (ingurgitiamo - deglutiamo - maceriamo), ma l'adozione - quella no.

Il ritiro delle truppe dall'Iraq, prima. Poi la commissione sui crimini franchisti. Adesso questa legge. Una rivoluzione, per la Spagna, là dove il clero è stato sempre particolarmente feroce, e ferocemente reazionario. Gli anarchici che durante la guerra civile deponevano il crocifisso dagli absidi e lo fucilavano seduta stante non lo facevano per caso.

Oggi, qui da noi, s'avrebbe da deporre dall'altare tu(ri)bolar-catodico i giornalisti - e, prima ancora, gli esperti. Come quel Sabino Acquaviva che sentenzia con assoluta certezza che il bambino, per una crescita equilibrata, ha bisogno di una figura femminile e di una maschile. E, quando la giornalista ribatte - siccome il gioco delle parti richiede - che nelle coppie gay codesta polarità si dà usualmente, l'esperto certifica detta polarità nelle coppie gay non si dà in maniera sufficientemente netta - come dio comanda.

Si sa, il vero è un optional. E se si presenta, si presenta sotto falso nome. Così, se più di cinquanta specialisti concordano sul fatto che i figli cresciuti con genitori omosessuali (e ve ne sono migliaia, in Spagna) non vengon su peggiori, o più squilibrati, o - che so - più depressi o aggressivi degli altri - ebbene, di codesto fatto (temenza della conversione di vero e fatto, forse) non si ode notizia. E' la parola dell'esperto, investito dal sacerdote mediatico, quella che conta. E di cosa sia esperto l'esperto, non conta.

Amichecche care, ho sempre odiato i parafernali nuziali, ma nel caso presente - attendo di essere invitato al vostro matrimonio.

 

Altre note sullo Spettacolo

 

A un sondaggio su quale sia il motivo per cui si segue la televisione, la maggioranza degli italiani ha risposto: ‘perché rispecchia i tempi’. (A seguire: ‘è divertente’; ‘tiene compagnia’; etc.).

La menzogna è compiuta,il rovesciamento perfetto.

 

E se quella di Ken Bigley, l’uomo cane in catene, fosse una messinscena? Preferisco rischiare di essere ingannato, che perdere la pietas.

 

Non smetto mai di stupirmi di quanto sia vero che la televisione certifica la realtà. Quando i ragazzi a scuola hanno scoperto che qualche volta sono stato intervistato in tv, gli si è illuminato il volto. Basiti. ‘Allora quello che stai dicendo (che hai un gruppo, che hai fatto un disco, etc - ndr), è vero’…

 

Per qualche anno ho vissuto in un bosco. Consideravo quello come il mio romitorio. Preferivo gli alberi alla città, contrariamente al dettato socratico (anche se a questa città avrebbe certamente preferito gli alberi anche lui). Ovviamente la tv non c’era. Quando mi capitava di andare in case di amici che la de.tenevano, ne rimanevo incantato: ero letteralmente incredulo, incapace di comprendere quello che mi appariva come un altro mondo. Era un carousel di cui vedevo tutta l’illusione – e questa illusione mi incantava. Allora ho compreso la contiguità (non solo semantica) tra stupore e stupidità.


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venerdì, 01 ottobre 2004

 

visione

gioia

SPETTACOLO

rivoluzione

 

 

1.

(All’inizio, il volto di Simona liberata. Nel suo riso ho riconosciuto una sorella).

 

Vedere.

Il sensorio cattura uno spazio, lo ac-coglie, lo elabora in immagine – e quella forma richiama altre forme, in un gioco di specchi.

Una forma umana provoca empatia: ti riconosci nell’espressione che segna il volto dell’altro – che sia gioia, o dolore.

 

Nobiltà dell’uomo, la visione.

 

La lingua articola le forme, ne fa segno.

Le forme cominciano a parlare.

L’infanzia si fa storia.

Le parole riformano le forme deformate.

 

Nella lingua sospesa – nel suo incanto

la gioia: il pianto.

Spalancato

alla ferita di una bocca

aperta in riso, di uno

sguardo.

 

2.

(Poi, un grido, è legittima la tua gioia? E’ ancora troppo al mondo il dolore per gioire.

E la tua gioia è asservita al veleno del linguaggio capovolto. Lo spettacolo se la prende, e ne fa uso).

 

La gioia non conosce diritto.

Il diritto s’impone su un territorio che lo ignora.

Ma il diritto impera, non ammette ignoranza, né afasia, né infanzia.

 

Scardino la legge consegnandomi all’infanzia

ne faccio carta straccia, artiglio

senza presa. La dileguo. Si dilegua.

 

3.

(Poi, da una gabbia, un uomo arancione alla catena).

 

L'uomo cane violenta, fa male nel campo visivo. 

Ma - poi - fa male il pensiero di chi non si vede.

Di un branco di uomini-cani reclusi, chiusi alla vista.

Le tute arancioni - le privazioni su cui non s’apre lo sguardo.

(Base a raggi X, Guantanamo bay, base dei porci).

 

4.

(Allora, mi arrischio a tematizzare).

 

Lo spettacolo espropria le forme e i sentimenti.

Lo spettacolo non colonizza solo l’inconscio, ma anche la percezione.

Lo spettacolo fa della percezione stessa lo strumento di una (falsa) visibilità totale, che – in realtà - è selezione 'oculata'.

 

Lo spettacolo, appunto, cuore dell'irrealismo della società reale: nel mondo realmente rovesciato, il vero è un momento del falso.

 

 

 


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