cirque de la solitude

 

“Il poeta produce il bello con l’attenzione fissata su qualcosa di reale. Lo stesso avviene con l’atto d’amore. Sapere che quest’uomo, che ha fame e sete, esiste veramente come me, questo basta, il resto viene da sé” (Simone Weil) “L'anarchia viene dal di dentro. Non c'è un modello di anarchia, né alcuna definizione. Definire, vuol dire confessarsi battuti in partenza. Definire, vuol dire fermare il treno nella notte quando devia sullo scambio. Tanto vale ammettere che si ha fretta di farla finita con la comprensione dell'avvenimento. Proprio per la sua inattitudine di fondo a non saper definire niente, l'uomo scalpita nelle obiezioni e nella filosofia” (Léo Ferrè)

QUANTO ALLA MUSICA, CI SONO IL MYSPACE E IL BLOG SBANDATI il 23 luglio esordio/anteprima di LibertAria al festival UrlaPadula a Carrara


lunedì, 29 novembre 2004

 

No trespassing.

 

Non fare entrare in un'intimità coloro che le sono estranei. Ogni intimità è segreta. Rispettare la spaziatura delle esposizioni. La trasparenza è trasparenza dei contorni, senza annessioni. Nitidezza del gesto.

 


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venerdì, 26 novembre 2004

 

La ragione, o la passione della prospettiva (filastrocca).

A lato d'autostrada

ti trascina un suono, e la sua vista.

Segui un rumore d'auto

finché un altro non ti attrae - non ti conquista.

Poi lasci campo libero alla vista

e ti attira un suono, ancora, o una visione.

Subentra il tatto

senti le tue mani

i polpastrelli che si snodano a contare fino a cento.

E' il pensiero che ti dice

gli altri sensi non li sento.

Il pensiero è il sesto senso.

 


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martedì, 23 novembre 2004

 

Portare al linguaggio un vissuto è, ogni volta, un miracolo.

Scrivere è un atto resistente nella misura in cui esso è mostrarsi, e non essere mostrati. Resistere alla chiacchiera spettacolare - ciò che si può dire anche: resistere al movimento che ci rinchiude, che ci costringe nell'ideologia - ovvero nel discorso sull'idea, che si chiude a tenaglia sull'idea, dunque il discorso che la cela. Lo spettacolo, ovvero vivere nell'incapacità di portare al linguaggio ciò che si vive.

La narrazione - mettere in figura il vivere, farne costellazione di miracoli - ha dunque la sua specifica qualità resistenziale: in quanto porta al linguaggio un vissuto - l'esperienza. E soprattutto nella misura in cui mostra l'esistenza comune, la comunità di esseri qualunque - che sono qualunque nel porsi fuori da ogni appartenenza, da ogni identità. Nudità. Corpi esposti. Contagi. Fare i conti col contagio - conti che non tornano mai.

 


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domenica, 21 novembre 2004

 

"E invece, sotto il cielo plumbeo, è tornato pieno sole. Gli impianti petroliferi, gli acciai, tutto ciò che brilla ha scintillato.

Per qualche secondo è stato come un miraggio. Abbiamo cercato il sole"

(Marguerite Duras, Emily L.)

Lo scintillio che rivela le cose nella loro potenza di brillare. Le fa essere, in atto. Confuse in un fulgore che le fa esistere, esse non sono più altro dalla loro impropria, comune proprietà.

E' il vedere, qui, che si espone come tale. La visione, ovvero lo stupore del linguaggio che si espone alla notte. Il parlante che inciampa sul limite. La notte, l'abbaglio, le cose - sono lo scandalo del linguaggio.

Inciampare - come lo scuotimento del comico, o il time out of joint: interruzione, sospensione del linguaggio, come nel singhiozzo. Il linguaggio, al limite, inciampa, e sta in bilico sul vuoto, rischiando di cadere, di sprofondare. Contempla la sua rovina.

La bellezza come contemplazione della rovina.


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giovedì, 18 novembre 2004

 

Suono impasto poroso di brecce ed appigli

palla dentata a diamanti

traccia tortura

sangue vinoso per strada ad limina Imperii

al bosco ferrato di notte

spalancamento di voce

risucchio risuono rantolo a terra

un canto di meno

di più al trapasso

un dono a nessuno

da niente.

Suono.

Non suono.

Non c’è più suono.


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sabato, 13 novembre 2004

 

Un nuovo delirio di critica televisiva è in linea su Markelo Uffenwanken GmbH & Co.KG. Stavolta sparo sulla Croce Rossa. (Il) nulla da dire. Mi limito a mostrare l'ovvio, e lo mostro con un calcio nelle palle di Bonolis - dei milioni di Bonolis. "Infine,/io ho pienamente ragione./I tempi sono cambiati,/gli uomini non domandano/ più nulla/dai poeti: e lasciatemi divertire"

Sono state versate lacrime e parole sulla rapida sostituzione della civiltà dell’immagine a quella della parola. Con qualche ragione, credo. C’è chi pensa che lo Spettacolo non sia che la conseguente fine della storia della metafisica occidentale. Ma non è di questo di cui voglio dire.

E’ di Bonolis, invece, ciò di cui voglio dire. (E – voglio dirvelo – uso questa rubrica anche per superare il ribrezzo che ho naturaliter per le parole come ‘Bonolis’ – mi terrorizza metterle su carta, mi vedo rispecchiato in un secchio d’immondizia. Gli aspetti fangosi dell’esistenza. Il bruto al posto di virtute e canoscenza.). Bonolis è un uomo (sic) che riflette la progressiva degradazione dell’uomo qualunque (uso questa espressione nonostante alla parola ‘qualunque’ sia stata restituita la sua nobiltà da un filosofo come Agamben – mi perdoni, maestro). Se questi personaggi hanno successo, è perché rispecchiano una mediocrità diffusa – la catturano, e la rimandano nobilitata allo spettatore, che in essa si vede confermato. Un idealtipo, si potrebbe dire. Che conserva le caratteristiche qualunque e le porta al massimo grado. Bonolis è il tipo della carogna. Riflette perfettamente la meschinità dell’uomo contemporaneo – che gode nella piccola vendetta (nemmeno di un grande risentimento siamo – siamo, noi? sono, loro! - più capaci), che si prende gioco delle debolezze altrui, che si sente sovrano nell’immensità della propria banalità.

L’ho sentito pronunciare una frase che ci riconduce all’incipit di questo pezzo. Al maitreapenser della sinistra Fabio Fazio che gli chiedeva ragione di certi suoi calembours dei quali pare faccia largo uso nella sua trasmissione (dico pare perché non l’ho mai visto, c’è un limite a tutto) – ha risposto “Mi diverto molto a leggere”.

Ti diverti? Crepa, Bonolis.

Eccolo, il messaggio di un uomo che si propone come modello. La lettura è divertimento. Nient’altro. Niente che sia messa in gioco, krìsis, esposizione al limite – alla morte. O anche, più semplicemente, più borghesemente, pensiero. Solo un divertimento – circenses (e pure il circo ha un aspetto tragico che in Bonolis non compare). Ricordate Fahrenheit 451? Bruciate i libri, possono far diventare pazzo un uomo. Ciò che è permesso (ovvero indicato come oggetto del desiderio, come suo unico senso possibile) è il divertimento. E’ così compiuto l’asservimento della lettura (dunque della scrittura) al meccanismo televisivo. Lo Spettacolo che si scrive non può essere che divertissement.


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giovedì, 11 novembre 2004

 

Marcello Lonzi è morto l'11 luglio 2003. Aveva ventinove anni. Era detenuto nel carcere di Livorno per tentato furto, con quattro mesi ancora da scontare. Infarto, hanno detto. Ci hanno messo dodici ore per avvertire i familiari. Poi sono venute fuori le foto. E sarebbe difficile negare che Marcello è stato vittima di un pestaggio - se non fosse per le reciproche complicità dei poteri. Leggetevi la storia. E questa storia, non è che una delle tante. Se potete, fatevi un giro sul sito dei Filiarmonici - per un meraviglioso viaggio nel mondo segreto delle galere.


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lunedì, 08 novembre 2004

 

Nel 1933 Georges Bataille scrisse un breve testo in cui condensa i motivi ispiratori del suo pensiero. Lo pubblicò tre anni dopo in una plaquette - Sacrifices -, ad accompagnare cinque acqueforti di Andrè Masson. Questo testo non è stato pubblicato in Italia, fino ad oggi. Lo sto traducendo per un pubblicazione a venire per Stampa Alternativa. Ve ne trascrivo un brano straordinario.

 

Tuttavia, l’amore bruciante – che consuma l’esistenza esalata ad alte grida – non ha altro orizzonte che una catastrofe, una scena d’orrore che libera il tempo dai suoi legami.

La catastrofe – il tempo vissuto – deve essere rappresentata estaticamente non sotto forma di vecchio ma di scheletro armato di una falce: scheletro glaciale e lucente ai denti del quale aderiscono le labbra di una testa tagliata. In quanto scheletro, è distruzione compiuta, ma distruzione armata che s’innalza alla purezza imperativa.

La distruzione corrode profondamente, e così purifica, la stessa sovranità. La purezza imperativa del tempo si oppone a Dio, il cui scheletro si dissimula in drappeggi dorati, sotto una tiara e sotto una maschera: maschera e soavità divine esprimono l'adeguamento di una forma imperativa - che si dà come provvidenza - all'esercizio dell’oppressione politica. Ma nell’amore divino si rivela infinitamente il bagliore raggelante di uno scheletro sadico.

La rivolta – la faccia decomposta dall’estasi amorosa – strappa a Dio la sua maschera ingenua, e in questo modo l’oppressione rovina, nello schianto del tempo. La catastrofe è ciò per cui un orizzonte notturno è abbracciato, ciò per cui l’esistenza lacerata è entrata in trance – è la Rivoluzione – è il tempo liberato da ogni catena e puro cambiamento, è uno scheletro, uscito da un cadavere come da un bozzolo, che vive sadicamente l’esistenza irreale della morte.


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mercoledì, 03 novembre 2004

 

La pubblicazione de L'Amicizia Complice si interrompe qui. Magari, in un (in)certo a venire, riapparirà magicamente.

"La vecchia, da morta, sembra una roccia. Una roccia giallastra, cerea, ma una roccia. Guardandola lui prova la stessa sovrana indifferenza che sperimenta dall’alto delle montagne, un paesaggio inanimato ed eterno, pervaso da una pace terribile alla quale non ci si può che arrendere.

Lui seppellisce la vecchia nel bosco, senza chieder nulla a becchini, preti e funzionari, convinto che non vi sia autorità capace di sanzionare la morte, autorità suprema che nientifica ogni altra autorità nell’atto di annullare se stessa.

La morte, pensa lui, è il buco nero in cui sprofonda ogni pretesa di potere, e la voragine da cui s’innalza la fiaccola nera dell’anarchia."

(da Cirque de la solitude. Trilogia).

 


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L’Amicizia Complice, o l’Utopia della Lingua.

1. L’Origine della Lingua: il Dono.

Nel De vulgari eloquentia Dante - contro la parola della Genesi, dove la prima a parlare è Eva - afferma che la prima parola del linguaggio umano è stata pronunciata da Adamo. E questa parola è stata il Nome di Dio: El.

La prima parola di Adamo, dunque, è una corresponsione al dono di Dio (al dono della lingua). E’ l’invocazione del suo Nome. El. Ma non c’è scopo, in questa enunciazione. Adamo non comunica niente, a nessuno. Non si può dire propriamente nemmeno che sia un’invocazione, poiché Dio - che sarebbe il destinatario dell’invocazione - non ha bisogno di essere invocato. Egli è già lì. El. Adamo ne ha piena coscienza. Non lo invoca come potrebbe fare l’uomo scacciato dall’Eden, che ne sente la mancanza, che ne patisce la separazione. Non c’è separazione, Adamo è nella presenza assoluta - nella presenza dell’Assoluto. E nella presenza assoluta - nella pienezza del Verbo - non si dà alcuna significazione: il processo di significazione si dà a partire da un’assenza. (Il processo linguistico si insedia su una frattura, su una mancanza. Io devo dire qualcosa: la mia parola deve rappresentare qualcosa - che non è evidentemente la parola stessa. In questo senso, la parola uccide il reale). La prima parola non è segno di qualcosa. E’ un canto di lode al Creatore. E’ il canto del Verbo: la pienezza del diletto, il diletto della pienezza. Il riverbero di luce - la gloria - del Verbo.

"Volle che egli parlasse affinché nell’esplicazione di sì grande dono fosse glorificato Chi per grazia aveva donato" scrive Dante. Non comunica qualcosa, dunque. E’ piuttosto un’esposizione della lingua in quanto tale. Mera esposizione del factum loquendi. Il fatto del linguaggio viene esposto nella sua forma pura - forma che è l’eco stesso del Verbo creatore. Quella pura forma non ha bisogno di dire niente. La lingua edenica non ha bisogno di comunicare. Si dice, e basta. E questo puro dire è replicazione e ripresentazione del dono divino - della sua grazia. Dell’Origine.

Non dimentichiamo che nella dottrina tradizionale del cattolicesimo la grazia viene caratterizzata in questo modo: gratia gratum faciens - la grazia rende grati. Se la innestiamo su questo luogo dell’Origine della lingua, ne risulta che l’espressione pura della gratitudine è il linguaggio. L’uomo è grato, e parla. La lingua pura è presa nel circolo dell’amore di Dio, e nella sua gloria.

Giorgio Agamben afferma che l’idea del linguaggio si manifesta in un bel volto - ‘il solo luogo in cui vi sia veramente silenzio’. Il linguaggio si mostra, in quella bellezza silenziosa: là - nella sua intensa espressività, che nulla ha da dire, ma che si dice, negli occhi dove si legge un magma alfabetico (e infatti gli animali non sostano nella sospesa contemplazione dei volti dei propri simili) - là la parola si vede nella sua pienezza - sospesa sull’abisso. Se vediamo questa idea, allora il volto di Adamo non può che essere stato il volto sublime.

Se facciamo un salto cronologico di sette secoli - cronologico, non logico - vediamo come questa concezione di Dante vada ad intrecciarsi sorprendentemente con quella di Walter Benjamin. I due sono legati dall’influenza su di loro esercitata, in maniera determinante, dalla concezione linguistica della Kabbalah.

Nel suo saggio Sulla lingua, Benjamin espone la sua teoria linguistica. Nella lingua, dice Benjamin, si esprime l’essenza di ogni cosa. Ciò significa che l’essenza di tutte le cose, la verità di ognuna di esse, non si dà se non nel loro essere-in-relazione. Il medium (ovvero la funzione comunicativa) del linguaggio è il solo luogo dove è possibile cogliere la verità delle cose. Il linguaggio è - paradossalmente - un medium immediato, dacché in esso si dà immediatamente (senza mediazioni) l’essenza-verità delle cose.

La lingua si dà anche tra le cose - nella "comunità materiale delle cose" -, che hanno senso solo nella loro relazione reciproca: Benjamin parla di ‘lingua muta’. La lingua sonora degli esseri umani, invece, nomina le cose. In questa denominazione delle cose l’idea della comunità materiale trova la sua voce. Solo nella lingua dell’uomo si può nominare l’essenza delle cose: l’essenza linguistica dell’uomo (che è la sua essenza spirituale) è quella di denominare le cose. Il nome, allora, è "l’essenza più intima della lingua stessa. Il nome è ciò attraverso cui non si comunica più nulla e in cui la lingua stessa e assolutamente si comunica". Il nome non ha nulla da dire nel senso di comunicare: esso mostra la cosa (il suo dire è un mostrare). Non c’è un senso da comunicare: indica la cosa, chiamandola. Questo è il carattere vocativo del nome, che confina immediatamente con la cosa (che è l’inesprimibile), che alla cosa è affine in quanto la mostra, la indica, la chiama. Il nome, allora, è la lingua della lingua: ovvero, è nel nome - nella sua immediatezza, in quanto non ha nulla da comunicare - che la lingua si mostra, che essa mostra la propria essenza, la propria verità. Ovvero: nell’atto della nominazione, all’uomo si mostra la sua essenza spirituale.

Una deriva nella deriva: questa è la chiave per penetrare la IX elegia di Rilke.

Ma il pellegrino dal pendio sulla cresta del monte non

porta a valle una mano piena di terra, indicibile a tutti,

ma una parola conquistata, pura, la gialla e celeste

genziana. Noi siamo qui forse per dire: casa,

ponte, fontana, porta, brocca, albero da frutto, finestra,-

al più: colonne, torre… ma per dire, capisci,

per dire così, come mai le cose stesse

intimamente sapevano d’essere. Non è forse l’astuzia segreta

di questa terra ammutolita, quand’essa preme gli amanti,

che nel loro sentire ogni cosa s’incanti?

 

Benjamin pone in relazione la lingua dell’uomo con la lingua divina: "Dio non ha creato l’uomo dal verbo, e non l’ha nominato. Egli non ha voluto sottoporlo alla lingua, ma nell’uomo Dio ha lasciato uscire la lingua… L’uomo è il conoscente della stessa lingua in cui Dio è creatore… Ogni lingua umana è solo riflesso del verbo nel nome. Il nome eguaglia così poco il verbo come la conoscenza la creazione. L’infinità di ogni lingua umana rimane sempre di ordine limitato e analitico in confronto all’infinità assoluta, illimitata e creatrice, del verbo divino".

Tutto questo richiama lo schema di Dante, e si integra con esso. Il nome che Adamo pronuncia - El - è il riflesso originario - integro, pieno - del Verbo creatore di Dio: Adamo, chiamandoLo, Lo conosce, e quella conoscenza è speculare all’atto creatore di Dio - è immagine del Verbo. Il nome è una raffigurazione del Verbo, si può dire. (E qui non si può mancare di notare come questa tesi sia affine a quella, coeva a Benjamin, di Wittgenstein). Nella ‘vocazione’ di Adamo si mostra per la prima volta all’uomo la sua essenza spirituale, ovvero si mostra la lingua nella sua pura medialità, nella sua essenza che è l’essenza spirituale dell’uomo.

La parola El, si è detto prima, è una corresponsione al dono di Dio. Allora, si può dire adesso che il Verbo creatore è l’atto puro della donazione, e la corresponsione vocante è la forma originaria dell’uomo - la sua piena, incorrotta essenza spirituale, che è specchio del Verbo divino. Il nome - che mostra e conosce - è specchio del dono di Dio (della creazione del Verbo). Noi - scrive la Genesi - siamo fatti a immagine e somiglianza di Dio: e il primo nome è l’immagine pura di Dio - dell'inesprimibile.

 


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martedì, 02 novembre 2004

 

 

Inizierò domani, per la settimana a venire, l’esposizione di uno scritto d’occasione. L’occasione è la presentazione ventura del libro di Alessandro Raffi La gloria del volgare. Ontologia e semiotica in Dante, di cui è già accaduto che parlassi in questa stanza. (Per chi fosse interessato, la presentazione – che sarà reciproca: io presenterò il libro suddetto, Alessandro presenterà il mio libro di poesie Corpo esposto – avverrà a Massa il pomeriggio di sabato 4 dicembre nel contesto del Festival della piccola editoria).

 

Come metodo, una deriva. (Sono io legittimato a presentare il libro in questione – che tratta della teoria del segno e della concezione linguistica di Dante – essendo il mio unico titolo quello di amico di Alessandro?). Come forma, una costellazione.

Ma la deriva è stata troppo esuberante, ha ecceduto l’occasione, che non la potrà contenere. Così, intanto, la pubblico qui, sperando di avere qualche riscontro. E – magari – anche di scoprire di avere degli amici in questa stanza…

 

 

Questo il titolo dello scritto:

L’Amicizia Complice,

o l’Utopia della Lingua.

 

 

Queste le stazioni:

1. L'Origine della Lingua: il Dono.

2. La Caduta dalla Lingua: il Diritto.

3. L’a-venire della Lingua: la Giustizia.

4. Il Trapasso della Lingua: il Contagio.

5. La Notte della Lingua: la Follia.

6. L'Esposizione della Lingua: il Sacrificio.

 

 

 

A domani.


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