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cirque de la solitude
“Il poeta produce il bello con l’attenzione fissata su qualcosa di reale. Lo stesso avviene con l’atto d’amore. Sapere che quest’uomo, che ha fame e sete, esiste veramente come me, questo basta, il resto viene da sé” (Simone Weil)
“L'anarchia viene dal di dentro. Non c'è un modello di anarchia, né alcuna definizione. Definire, vuol dire confessarsi battuti in partenza. Definire, vuol dire fermare il treno nella notte quando devia sullo scambio. Tanto vale ammettere che si ha fretta di farla finita con la comprensione dell'avvenimento. Proprio per la sua inattitudine di fondo a non saper definire niente, l'uomo scalpita nelle obiezioni e nella filosofia” (Léo Ferrè)
QUANTO ALLA MUSICA, CI SONO IL MYSPACE E IL BLOG SBANDATI il 23 luglio esordio/anteprima di LibertAria al festival UrlaPadula a Carrara
lunedì, 28 febbraio 2005
Mercoledì pomeriggio (ore 17) presento il mio libro di poesie, Corpo esposto. Alle Giubbe Rosse di Firenze, storico caffè letterario di vociani, futuristi, e quant’altro. Introdurrà Mariella Bettarini (che è stata miglior fabbro di questa raccolta), glosseranno il mio amico Alessandro Raffi (ateologo) e Giuseppe Panella (docente di storia della filosofia). Pare che il tutto si concluderà con le letture dell’autore. Osserva il mondo dal margine. Senza cardini né giunture. Dall’estremità del dissenso. Strappa le cose al sole che nasconde alla luce che riverbera e non rischiara.
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giovedì, 24 febbraio 2005
ISTANTANEE (viaggio Massa-Sarajevo-Massa 20-24/5/1999) Jugoslavia: la condanna della memoria. Dell’inutilità e del danno della storia. Di nuovo un’alba, non a caso. “Non farti sapiente per mezzo dei tuoi occhi” (Proverbi 3,7). Non sono un sapiente, ‘non so nulla’ continuo a ripetere, unica, precaria certezza la verità delle mie sensazioni. E la mia infinita inquietudine, la verità del buco che mi attraversa. La Neretva ci scorre a fianco. Poco fa la visione è stata folgorante, la vallata con il verde del fiume limpido e brillante, denso come sciroppo (secondo Erri, dice Giuliano, del colore del gheriglio dell’aglio), a snodarsi fra campi e case. Man mano che si scendeva, le tracce dell’uomo si facevano sempre più visibili, una macchina in una scarpata, poi case distrutte dalle granate, tra cui un monastero di monache serbe distrutto dai croati, e campi minati, e cimiteri. L’interrogazione, banale, che mi punge la testa: come questa bellezza può farsi scenario di tanto orrore… Passiamo sopra Mostar. Sotto di noi la parte est della città, ancora piena di case sventrate. Di là dal fiume la parte croata, occidentale, già ricostruita, con i suoi orribili palazzoni bianchi. Il cimitero è una grande piana, pare non finire mai. Di una grande chiesa ortodossa, la più grande di tutta la Bosnia, non sono rimaste che le mura. Poi si entra nella zona musulmana. E qui sono tutte cattoliche le case distrutte, e così la chiesa. Non verranno mai più ricostruite. Penso a cosa dev’essere, vivere avendo davanti questi scheletri di case nemiche, a perpetuare la memoria all’infinito… l’orgoglio, la divisione, il conflitto, che si rafforzano dentro di te, e divengono natura nei bambini… Questa lunga vallata chiusa. Il carattere del popolo che lo abita, e che lo ha abitato. La faccia gioiosa, fanciullesca, del soldato ucraino di guardia al ponte. Al cb Giuliano ricorda che a Jablanica Tito iniziò la resistenza per la lotta di liberazione. Lo stratagemma di Tito col ponte di Jablanica (tagliare i ponti per ingannare l’avversario, arte della guerra e della vita). Questa lunga vallata chiusa. Il carattere del popolo che lo abita, e che lo ha abitato. La faccia gioiosa, fanciullesca, del soldato ucraino di guardia al ponte. Sarebbe l’ora di smetterla di correre sempre dietro alle guerre, bisognerebbe andare a costruire la pace adesso, diceva Giuliano ieri l’altro. Era stato in Uganda, per qualche tempo, a costruire pozzi nei villaggi. Ma la pace, penso, è superiore alle nostre forze. Dipende dalla grazia di Dio… Basta un attimo, per mandare in fumo anni di costruzione della pace. E poi, costruire la pace significa lottare per la giustizia, e questa, di solito, non è una lotta che si può fare nella pace. Si entra in centro Bosnia. Cambia il paesaggio, ora è più morbido, ondulato, le colline sono ricoperte di conifere. Sulla nostra destra, il monte Igman sulla cui cima risplende ancora la neve. Dietro, c’è Sarajevo. Mi sono mezzo appisolato, e apro gli occhi che stiamo entrando in Sarajevo. La sede del giornale interetnico ci accoglie, non rimane che lo scheletro di questo grattacielo sbucciato come una banana, macerie come petali a far da base alla spina dorsale del nulla. Alla sede dell’associazione Sprofondo, ragazzi kosovari seduti davanti alla porta ricordano a tutti che non siamo a far beneficenza, ma siamo tra uguali. Nessuna differenza, nessuna garanzia per nessuno. Andiamo verso il centro della città, a scaricare il furgone a un associazione di albanesi. La vita di Sarajevo appare inaspettatamente brulicante. Ma è solo apparenza, ci dicono. (Passiamo dal mercato della strage. Silenzio). Poi dicono che a Sarajevo non c’è McDonald’s. Campo di Rakovica. 1600 kosovari. Luigi e Indira, di Sprofondo, ci portano al campo profughi di Rakovica I. Lei è una giovane musulmana, quando le chiedo se è praticante si mette a ridere, la mia famiglia è internazionale, dice, greci, ortodossi, musulmani. ‘Non c’è futuro per noi giovani a Sarajevo’, per questo tra pochi giorni andrà con Luigi definitivamente a Padova. ‘Magari torno quando sono pensionata’ dice ridendo. Arriviamo al campo. Un grande sterrato e nient’altro, ridicolo parlare di servizi e infrastrutture. I bambini giocano su mucchi di terra e detriti, giocano con pezzi di legno e metallo, e picchiano un bidone, e fanno rumore, picchiano e picchiano, cercano di buttare fuori tutto l’orrore che hanno in corpo. (Si prendono foto. E’ questo rispettare il dolore? Anche qui, forse, vale l’uso che se ne fa: il modo è il nodo). Mentre siamo per andare via, Luigi e Indira vengono fermati da un ospite del campo, di loro conoscenza. Ci invita nella sua tenda per un caffè, gli faremmo piacere, dice. Non entro nella tenda senza essermi levato le scarpe. Dentro, un letto di assi di legno su cui dormono due piccoli e bellissimi gemelli, maschio e femmina. Ci fa accomodare su tre approssimativi letti-divani, mi siedo, un pezzo di ringhiera a far da bracciolo. Subito l’uomo (non saprò il suo nome) prende un pacchetto di sigarette, offrendocene due per ognuno (siamo in sei). E’ stato prigioniero dei serbi per tre mesi, ci dice Indira, ha avuto ferite da taglio alle gambe, la moglie, che ci sta preparando il caffè, è stata violentata davanti alla figlia di otto anni, ai gemellini è stata aperta la pancia con un coltello. La bimba si lamenta nel sonno. I suoi sonni sono sempre agitati, ci dicono. Sulla tavola di compensato che fa da spalliera al letto-divano, la bimba più grande (il suo viso è triste, quando prova a sorridere la tristezza aumenta) ha disegnato una casa, e sopra, come un’apparizione demoniaca, un mitra. E’ da un anno che questa tenda dell’UNHCR le fa da casa, e da cortile questo campo che si fa lago quando piove. Non riesco a sapere più nulla dei miei genitori, dice il padre, e qui non c’è nulla. ‘Nemoš, nemoš, nemoš’. Vorrei chiedere, sapere: ma (a parte la naturale incapacità della mia voce di far pace con le parole) perché, domandare? E’ sufficiente ciò che vedo, a saturarmi la memoria, a mettere l’ipoteca sui miei ricordi a venire. E poi: chiedere del ‘prima’? Sarebbe riaprire una ferita che è invece da rimarginare, e come far entrare quel ‘prima’ in questa tenda? Sarebbe un peso che questo non-luogo (dove la memoria è annientata) non potrebbe sostenere. Si sentono degli spari, vicino. Sono quelli che abitano appena fuori del campo, dicono. Quando si ubriacano prendono a sparare. Così ho messo il compensato contro le pareti della tenda, dice lui, a protezione di spari che volassero sin qui. E’ seduto su una sedia, a gambe incrociate, nella postura degli orientali, il busto è eretto, il volto dolorato ma fermo, saldo di una secolare moralità, e mite, non ho mai fatto male ad alcuno ci dice. La moglie ci porta il caffè, lui prende due cartoni di aranciata e versa un bicchiere per ciascuno, poi la cioccolata. Non hanno nulla, e ci danno tutto. Andiamo via senza fiato, devo soffiare via tutta l’angoscia che mi ha preso allo stomaco. Torno con Giuliano. La Neretva è ancora a risplendermi negli occhi come pietra preziosa. Ripassando da Konijc, la vedo stracolma di gente – la maggior parte giovani – ai lati della strada. Forse sta per arrivare un’autorità. Forse, chissà, un eroe di guerra. Siamo nella terra dei croati. I croati sono volpi, diceva ieri Indira. Non c’è differenza tra Tudjman e Milosevic, dicevo io, e Indira confermava, solo che il primo è più furbo e non ha avuto bisogno di assumere il ruolo di massacratore, vestito che invece Milosevic non ha mancato di indossare agli occhi del mondo – e oggettivamente, peraltro. Mi rendo conto, ora che siamo sulla via del ritorno (in questo momento il poliziotto di frontiera ci controlla i documenti), che quanto più sono andato avanti in questo viaggio, tanto più le parole sono venute meno, e il senso di sgomento fatto più grande. (Il senso di impotenza che mi muoveva non si è reso meno assillante, piuttosto si è accresciuto; il mio buco interiore non si è colmato, si è ulteriormente allargato: la dismisura. Ancora: trovare la misura della dismisura).
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domenica, 20 febbraio 2005
Vallanzasca e Pasolini. I servizi segreti a cavallo. La nascita de Les Anarchistes è stata una vera fortuna, per me. Tanto più lo posso dire dopo questi ultimi tre giorni passati dentro il carcere di Volterra. Siamo stati dentro per registrare insieme ai detenuti attori della Compagnia della Fortezza le parti recitative e corali di un brano di Léo Ferrè, Muss es sein? Es muss sein! : Così dev’essere? Così è! Un grido nietzscheano (ripreso da Beethoven) che, là dentro, assume un valore ben più ultimativo, estremo – se ne percepisce interamente la portata tragica, destinale. Lì, nella stanza del reparto, ho incontrato persone speciali. Persone la cui stretta di mano è una stretta di mano, e che ti guardano negli occhi. Persone che, a dispetto di ciò che si pensa, ti mostrano di avere un’etica. Volterra (che un tempo era l’inferno delle carceri – la Caina – e adesso è diventata l’isola felice, l’eccezione alla normalità dell’inferno carcerario) è un carcere dove si scontano lunghe pene. Trenta, cinquant’anni. Ho conosciuto persone della banda Vallanzasca, della banda della Magliana, dell’anonima sequestri, giusto per dirne qualcuna. Che mi hanno raccontato di sé, della loro vita, e anche delle loro rapine, del traffico d’armi, del ruolo fondamentale dei servizi segreti nei traffici internazionali… (Che i servizi segreti esigono il pizzo dai trafficanti internazionali d’armi – mi hanno raccontato di uno scambio con l’Iran di Khomeini - è una cosa che si legge, ma quando te la senti dire direttamente da chi c’era dentro la cosa assume un tono ben diverso). L’immagine più forte che mi porto dietro è la passeggiata in reparto. Tu cammini per quei dieci metri di corridoio, o anche per i tre metri di una stanzetta, e all’estremità ti giri macchinalmente, in un movimento innaturale che è diventato di quotidiana naturalità. Come una bestia in gabbia, né più né meno. Spesso parli con un compagno, in quella passeggiata, e allora pare di assistere a una coreografia teatrale. Poi c’è Alì, che ha messo a frutto i suoi sei anni di carcere, si è letto tutta la Divina Commedia, tutto Nietzsche, tutto Pasolini. A maggio esce. Si è bruciato milioni alle corse dei cavalli, prima. Adesso gli ho promesso di portarlo al trekking della Brugiana, stavolta sul cavallo ce lo faccio montare.
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mercoledì, 16 febbraio 2005
Non potevo fare a meno di inaugurare la mia partecipazione al blog di Stampa Alternativa con un canto alle streghe e una lode al surrealismo. Con la carne, insomma, e l'esperienza. Dacché Stampa Alternativa non fa letteratura. Nello stesso senso in cui non faceva letteratura Artaud.
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Po - Frammenti di un fonema L’incrinatura nel vetro dello specchio. Il bollire dell’acqua sul fuoco. La noia della spulatura del grano. Le gocce disseminate nell’annaffiare. L’incompiutezza del preparare. La morte di una vecchia. La lotta di uno schiavo. La sovranità di un uomo generoso. La lucidità di una persona intelligente. Lo scacco dell’un po’. Una macchina definita in rapporto al suo puro funzionamento e non alla sua utilità finale, al suo senso, al suo rendimento, al suo lavoro. (In gioco con Jacques Derrida, Margini, ed. Einaudi, pp. 147-151)
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martedì, 15 febbraio 2005
Preghiera del corpo assente. La bocca piegata in atto di dolore. Il ventre contratto. Il sangue che preme sotto pelle per strapparla. L'occhio cieco d'insonnia, spalancato. Voici mon corps. Tirate fuori la lingua e scioglietelo, madame. Ve ne prego. Dissolvetemi, fate scorrere il mio sangue. Masticate la parola che mi schiaccia, che io possa vederla finalmente, e gridarla, e farne vetro che si spezza. Fare del mio corpo un bicchiere di cristallo in mille pezzi, (frantumi frammenti lacerti trasparenti), di questo io prego la notte, e qui lo scrivo, per la gloria di questo corpo assente, rannicchiato come un disco d'ostia, per la sua bruciante brama di morire, per la sua presa nemica, che s'aggrappa ad ogni taglio, ad ogni appiglio, ad ogni aggetto.
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19:12 commenti (7)
domenica, 13 febbraio 2005
PICCHE A QUADRI (Dello spettacolo IL VUOTO, ovvero quel che resta di Bertolt Brecht, Nihil Company, di Armando Punzo) L’introibo è un’innodia weilliana, in un paesaggio arrossato di forme sbilenche degne del dottor Caligari. I fantasmi di Grosz e Dix campeggiano da squarci di un fondo che è tutto superficie, e al centro della scena un’ultima cena che gareggia in blasfemia con Viridiana: vescovi, spose, canti, balli e sodomie. Un imbonitore con la testa in gabbia come un pettirosso declama Nietzsche e ride come Butthead, mentre due gemelli siamesi in frac con protesi ferrigne sulla bocca accolgono il pubblico non più pubblico. Un prete-teschio danza. Di sbieco un altro teschio, imbiancato di cartone e di vaudeville, armato di bastone come mask, disegna un ritmo-campitura sulla scena: vous n’avez aucune notion de style. Lo stile della crudeltà. E la crudeltà non ammette più opere. Ma i soldi saranno comunque benvenuti. E via dunque col burlesque e col can-can, in processione dietro al prete-teschio e alle sue cocotte. Lasciate ogni di-speranza, o voi ch’entrate: Isidore Ducasse sospeso in aria ad una tiara canta la perfezione umana, la sua bontà, la fede nell’invincibile progresso, e rimane impiccato da un singhiozzo. Ne celebra la morte un canto idiota. Lasciatevi sedurre, lasciatevi ingannare, tanto nessuno torna indietro. Così l’imbonitore senza gabbia. Il male si succede in forme, e sono forme lineari. Vi viene offerto il perdono, e voi scegliete un piatto di lenticchie. Le forme lineari del male sfilano innocue, senza che una mano decisa le colga, le recida. Così compare Mackie Messer, aviatrice gutturale, dopodiché l’imbonitore riprova a condurre tutti, gioiosamente, sulla soglia del male. Senza che nessuno se ne avveda. Così accade una nuova ripartenza, il male si presenta sotto nuove spoglie (le stesse di sempre – le spoglie di un cadavere, come in un Trionfo della Morte): stavolta è una Butterfly fuor di misura. Una pendola, e il contorno sagomato di un uomo in noir che non cessa di pugnalare un corpo di donna crocifisso ad un tavolo obitoriale – mentre, da angoli e cunicoli, si offrono alla morte donne seminude, lisce e carezzanti. Ammazzare il Tempo. Io sono il distruttore, il sosia di me stesso, un burattino: ritorna eternamente il verbo clownesco e impersonale di un Nietzsche vestito da un castello di luci a mo’ di gonna. Entrate nella crudeltà, messieurs dames, scopritevi burattini. Di puri contorni. Un cocotte ubriaca invita al ballo, e finisce sotto il fuoco della mitraglia. Così, in questa nuova morte, c’è spazio pure per un verbo che si prende gioco di se stesso: sottrarre il senso alle parole, grida l’imbonitore (ruba il senso al suono, sono gli spettri di Breton e Eluard che tornano a cantare). Il teatro è assenza nella presenza. Non vogliamo dire niente. Eppur qualcosa qui si dice. Ed è la pura esibizione di quel dire che lo dice. Non siamo postini, non trasmettiamo messaggi. Eccolo, il messaggio superliminale. Indirizzato ai personaggi dell’Opera da tre soldi che sono ormai da ricercarsi tra il pubblico non più pubblico. Pandemonio. Non c’è nulla da dire, e per dirlo ancora interviene una tamburina senza tamburo che vuole la voce di Dio, che risuoni nei Grandi Macelli. Chiama a raccolta i miseri, questa traballante ed esitante Madre Courage. Anch’essa esibisce: espone oscenamente la retorica che la s.forma, e in quest’esposizione non viene meno il suo valore di verità. Perché è conforme alla sciocca verità del tutto, come non manca di ricordare subito l’imbonitore, e il suo canto: Tristezza per favore va via… Non vi chiedo un’opera ma qualcosa di diverso. Bisogna essere dei cannibali. Bum Cha Cha Cha. E sulla ribalta i ferri del mestiere sadomaso, forbici accette spade coltelli mannaie pugnali. E tante, tante armi da fuoco. Impugnate indifferentemente. Questi sono i dolci sogni dell’epoca che non sa sognare il proprio sogno. Obbedire è la mia salvezza. Mostrami il tuo volere. Esisto perché mi guardate. Ecco il mio corpo. Eccolo, il corpo esposto di un’altra jeune-fille, il corpo spettrale, masochista e narcisista, dell’eone dello spettacolo, incapace di trasfigurare il male che compie. Un eone che affonda nel suo nichilismo. Voglio dissolvermi. E si fa merce di ogni bandiera. Comunismo. Satanismo. Ognuno perde il suo nome, nell’oscena confusione delle storie. E non può che finire con il gangster Friedrich Nietzsche impiccato al suo singhiozzo, ed al suo Oui. Perché, in questa oscena confusione, nessuno sa ritrovar se stesso: il verbo del gangster che esalta la potenza e umilia la debolezza è caduto in mano a figuranti che sono vittime dei desideri. E’ caduto in mano a schiere reattive, laddove era destinato a (in)dividui attivi, uomini non più uomini. Così finisce in un eterno ritorno. L'eterno ritorno del medesimo. Finisce nell’immensa collezione di tragedie domestiche. Finisce in asincronia. Finisce in farsa. Finisce in banchetto, e si salvi chi può.
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venerdì, 11 febbraio 2005
Azioneparallela dà un'ebbra immagine dell'Assoluto hegeliano, in risposta a Sestoempirico (a proposito: da lui trovate una discussione interessante sulla 'barricata'. Leggetevi nei commenti la sua prima risposta a una sedicente Persialover). Quando si parla di banchetti bacchici non mi sottraggo, così riporto uno schema (che avevo fatto a beneficio mio, e finanche degli studenti) sul pensiero hegeliano come gheriglio del reale. Autocoscienza: il pensiero che si pensa come Assoluto. Che cosa significa? Il pensiero è produzione di senso. Crea senso - nel senso che esso è il (suo) senso, nella misura in cui ‘lo mette in atto’. ‘Lo mette in atto’, ovvero: il senso del dato (immediato) scaturisce dall’Azione creatrice/negatrice – dalla dialettica. Questa azione/produzione è rivelazione di un senso: le cose procedono in una connessione reciproca (in un senso) determinata dal pensiero. Il pensiero dunque appare come essenza del reale – ché al di fuori di esso propriamente nulla è. Il circolo del pensiero è il senso del reale: grazie ad esso il reale è compreso (si comprende). Il pensiero coincide con la trasformazione – è il Divenire. Il pensiero come gheriglio del reale. Il gheriglio è la physis (φύω), senso di crescita della pianta, venire alla luce, a-letheia – sottrazione all’oblio dell’insensato, illuminazione del senso, svelamento/rivelazione. Pensiero come forma (messa-in-forma), al di fuori della quale non si dà ‘alcunchè’. Non c’è nominabile, non c’è coscienza, non c’è distinzione.
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domenica, 06 febbraio 2005
Riproduco qui l'ultima newsletter de Les Anarchistes, con la quale abbiamo bandito il concorso di idee "Isidore Ducasse Comte de Lautréamont". Un nome per un disco. Se avete il nome, tiratelo fuori. Potete farlo anche più avanti, nel caso scrivete a newsletter@lesanarchistes.com. Car* tutt*, stasera vi invitiamo a un concorso. Non si vince nulla, se non una soddisfazione. Come sapete, stiamo lavorando al cd venturo. Ora, abbiamo pensato che sarebbe bello se il titolo venisse da tutta la comunità libertaria, se fosse espressione di una creatività collettiva. ‘La poesia dev’essere fatta da tutti. Non da uno’ scriveva il beato Isidore Ducasse, Comte de Lautréamont… E ci guadagneremo tutti, da questo concorrere – nel senso di un correre insieme. Per stimolarvi, vi tracciamo il senso di questo cd: l’idea che lo sorregge, e le canzoni che ne sono voce. Si tratterà di un disco a tema, visto che tutte le canzoni sono legate a un itinerario nei luoghi di reclusione e di esclusione della modernità biopolitica. (La modernità dunque letta secondo le nozioni di disciplina – da Foucault – e di campo – da Agamben). Ci saranno, come nel primo disco, rivisitazioni di canti tradizionali (come l’Inno a Oberdan) e di cantautori (non solo Ferrè, stavolta, ma anche Vysotskij e Theodorakis); stavolta, però, ci saranno anche canzoni originali: tra le quali, ‘Fuochi di parole’ – che affronta a ritmo electro-reggae la critica nella/della società dello spettacolo, e per cui si sta progettando un video – e ‘Il maggio di Belgrado’ – che nasce da un testo scritto da Erri De Luca appositamente per essere musicato dal gruppo. Come nel primo disco, ci sono una serie di collaborazioni: Giovanna Marini, Moni Ovadia, Il Parto delle Nuvole Pesanti, Steve Conte. E, la più recente, quella con la Compagnia della Fortezza di Volterra, la compagnia di attori detenuti diretti da Armando Punzo. Il discorso sulla biopolitica verrà ripreso, dopo l’uscita del cd, in un libro che verrà pubblicato da Stampa Alternativa. Nel libro – Vite esemplari di banditi e senza patria – compariranno storie di reclusi nelle carceri (anarchici, banditi) e di migranti reclusi nei Cpt. Per notizie più approfondite potete attingere qui: http://www.bielle.org/Interviste/Anarchistes_int.htm Grazie. Un grande abbraccio libertario e liberato.
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venerdì, 04 febbraio 2005
Rileggo il mio libretto di poesie, Corpo esposto, per una presentazione a venire. E ricopio questa poesia, ché ora, qui, è ancora così che mi sento, e mi figuro. Reclamo la mia inappartenenza il barbaro richiamo senza terra l’accoglienza al vento che devasta e libera presenza l’occhio rivoltato al poi il furore placato il corpo abbandonato al suo deserto. Reclamo l’odio senza oggetto l’amore che ne stilla senza colpa il tormento che abita il silenzio. Reclamo la parola la sua notte. La mia riconoscenza.
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21:40 commenti (7)
martedì, 01 febbraio 2005
Ieri Sergio pubblicava su Nazione Indiana una nota su Genova, Folklore italiano del XXI secolo. Ho dato un sequel a quel pezzo, e tramite lo stesso Sergio è comparso su Nazione Indiana un pezzo sulla violenza nelle carceri. Di quando Marcello Lonzi c'è morto, e di quando Alderano c'è entrato. Qui. (O qui, per commenti). Quante volte si pensa al carcere? A come si vive, là dentro? Il carcere è la discarica della società, e una discarica è anche il doppiofondo del pensiero: il pensiero non ci va mai, non ci si sofferma. Per il cittadino normale il carcere non esiste, né lui pensa che il carcere abbia a che fare qualcosa con lui. E questo è tanto più vero per i migranti, e non solo quelli clandestini. Un giorno, in Germania, gli ebrei hanno cominciato a sparire. La gente faceva finta di niente, si raccontava che tutto andava bene. Guardava da un’altra parte, si autocensurava. Lo stesso accadrebbe oggi, se i migranti cominciassero a sparire. La reazione diffusa sarebbe nulla. Dacché non si può essere più nulla del nulla…
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