cirque de la solitude

 

“Il poeta produce il bello con l’attenzione fissata su qualcosa di reale. Lo stesso avviene con l’atto d’amore. Sapere che quest’uomo, che ha fame e sete, esiste veramente come me, questo basta, il resto viene da sé” (Simone Weil) “L'anarchia viene dal di dentro. Non c'è un modello di anarchia, né alcuna definizione. Definire, vuol dire confessarsi battuti in partenza. Definire, vuol dire fermare il treno nella notte quando devia sullo scambio. Tanto vale ammettere che si ha fretta di farla finita con la comprensione dell'avvenimento. Proprio per la sua inattitudine di fondo a non saper definire niente, l'uomo scalpita nelle obiezioni e nella filosofia” (Léo Ferrè)

QUANTO ALLA MUSICA, CI SONO IL MYSPACE E IL BLOG SBANDATI il 23 luglio esordio/anteprima di LibertAria al festival UrlaPadula a Carrara


venerdì, 29 aprile 2005

 

Quando i Wu Ming hanno chiesto un racconto su "la prima volta che ho visto i fascisti" (adesso raccolti in un pdf scaricabile dal loro sito), ho scritto di getto queste righe. E' stata l'occasione per tirar fuori frantumi della mia Bildung politica.

Le nere bandiere.

 

 

Forse si trattava della manifestazione contro il governo di Ciampi. Il nonno buono che adesso sta sul Colle a sventolare la bandiera. Come se le bandiere non fossero tutte insanguinate. E come se non fosse solo il fuoco a poterle purificare. Anche noi però avevamo la nostra bandiera rossa. Forse a mostrarlo tutto, quel sangue, come fosse l’ultima delle bandiere. Chiedeva di essere l’ultima, sì, ma non era lei la bandiera che sventolando s’ammaina e si fa cenere. E per questo non ero io a portarla. Quasi avvertissi in ogni bandiera una richiesta di sottomissione. Ogni bandiera chiede di restare nella sua ombra. Ma la carne vuole sole, e sfugge al suo cerchio scuro. In ogni caso avevo la kefiah. E il mio giornale che sbucava dal giaccone. Le avevo, le mie mostrine. E le mostravo insieme al corteo. Il pullman ci sbarcò a piazza del Verano. Da lì il corteo andò verso piazza Bologna, dove s’infilò nella metro. Io e altri due ragazzi (potrei dire compagni, certo, ma allora erano prima di tutto ragazzi: c’era un coté post-adolescenziale) decidemmo di andare a trovare un amico a via dei Volsci. La via storica dell’insurrezione romana. E’ lì vicina. Ma non sapevamo di essere in un quartiere nero. A noi ragazzi di provincia era del tutto sconosciuta la guerra per bande. Certo, negli anni settanta la nostra città era una polveriera. Ma io ero piccolo, e la mia famiglia apparteneva alla maggioranza silenziosa. Di quei giorni ricordo solo il fumo dei lacrimogeni in strada e la tapparelle abbassate nonostante fossimo al quinto piano. Così non conoscevo un’altra lingua. A undici anni presi partito. Ed era quello sbagliato. C’era stato il colpo di stato in Polonia, e una ragazza polacca era stata costretta a rimanere da noi. Mi aveva regalato la spilla di Solidarnosc, quella fu la prima mostrina che mostravo orgogliosamente. Mi sentivo democratico, e cristiano. Non avevo altre parole per declinare il mio sentimento di lotta alle ingiustizie. Solo più tardi avrei, brancolando, alzato il pugno. A sedici anni, a un concerto. Durante la canzone ‘The internationalists’. Il gruppo non era neppure di quelli più arrabbiati: erano i morbidi Style Council, quelli dell’ex-Jam Paul Weller. (Fu la sera delle prime volte, quella: fu anche la prima volta che finii in televisione, intervistato da Clive per Videomusic). Insomma, non conoscevo le durezze della lotta. Né avevo mai visto i fascisti, se non quelli da operetta del liceo (da operetta fino a un certo punto, peraltro: ho saputo che il più convinto tra loro è un parà, adesso). Così non sapevo di dovermi guardare le spalle, scendendo da piazza Bologna e tornando verso il Verano. Fu solo all’ultimo momento che me ne accorsi. Ci stavano seguendo in tre, e acceleravano il passo. Non feci in tempo a dire, ‘questi ci seguono’, che ci furono addosso. Avevano bastoni, bottiglie e catene. Noi non avevamo niente, a cominciare dalla disposizione alla battaglia. Nemmeno il tempo di aver paura: c’era solo il tempo di scappare. Scappammo, anche se mi presi una bottigliata appena sotto il collo, da cui mi salvò il giaccone imbottito. Pensai di ripararmi in un bar, ma questi mi inseguirono anche lì dentro. Se ne andarono solo quando passò per caso una macchina della polizia. Ignominia delle ignominie. Nell’andarsene, uno di loro si fermò a qualche metro da me. Provai a parlarci. Gli chiesi il perché. Qui non dovete venirci, qui è quartiere nostro. Noi nel quartiere vostro non ci veniamo. Una logica tribale che mi era del tutto sconosciuta. Non li ho più rivisti, così da vicino. Inch’allah.


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martedì, 26 aprile 2005

 

Il 14 marzo scorso ho pubblicato qui un monologo teatrale. (Al quale monologo, tra l'altro, sono dovute le accessioni di chi cerca su google "sborrato addosso blog", "pericolo di ingoiare sperma" o cose del genere, come risulta dal referrer in fondo alla pagina). Se vi accade di voler leggere il testo che segue, è meglio che cominciate dall'altro - essendo questo un suo sequel...

                                                                        

                                                                                  L'afferramento

                                                                                   parte seconda

 

Tu lo sai, Lama. La verità è che io non ho mai iniziato. Non l’ho mai fatto. Non so come si faccia, a iniziare. Sono sempre stata così. E prima che io fossi, gli altri lo sono stati per me. E’ come se ci fosse una fatica infinita su di me. Che io devo rilasciare. Ed è questo, forse, che ci ha diviso fin da sempre. (Stavo dicendo - fin dall’inizio. L’inizio, lo vedi, è un vizio inestirpabile. Nobile, forse, ma pur sempre un vizio). Ci siamo separati quando abbiamo riconosciuto la divisione che esisteva da sempre, tra di noi. Quando ti ho visto con Sara, sul greto del fiume. Eravate uniti in un gesto perfetto, Lama. Vero, e senza inizio. Se mai ti ho amato, è stato in quel momento. In quel momento ho capito che non avevi più bisogno di me. Quando non si ha bisogno di nulla, l’unica cosa di cui si ha bisogno è un servo. Ho visto con chiarezza, in quel momento, con le labbra bagnate di sperma e di lacrime, la scelta che avevo davanti. Essere il tuo servo, o scomparire. Tutto il tempo che è passato da allora fino ad ora è stato il tempo della scelta. Sono scomparsa, Lama. Ma sono scomparsa da serva, perché sei stato tu a scegliere per me. Quando hai scelto di non succhiare il mio seme, nel portone di Dresda, hai scelto di non fare di me il tuo servo. Ti avevo offerto la mia sterilità, mi ero consegnata alla tua esecuzione. Ma tu hai avuto schifo del mio abbandono. Hai rifiutato la mia sterilità. Non te ne faccio una colpa, Lama. Eravamo divisi da sempre. Ciò che ci univa era ciò che ci divideva. Sara, era lei che ci univa, lei che ci divideva. L’ho amata, Lama. Tremavo di follia quando le stavo lontano. Lei era il mio tremore, il gesto perfetto, la linea pura della mano, la contrazione del contorno. Non lo hai mai saputo, Lama: sono stata io a darle il figlio. La vostra Agar ha succhiato il tuo sperma sul greto di quel fiume, e lo ha lasciato colare dentro di lei. Ma il figlio te lo sei preso. A me non è rimasto alcun Ismaele da accudire, da portare nel deserto. Nella mia traversata non ho avuto che un fantasma, come un’allucinazione dovuta al riverbero del sole. Ismaele è rimasto a casa, con i suoi legittimi genitori. Tu avevi parlato, e avevi scritto la legge. Io ero la serva in sovrappiù, rimasta con la caligine del deserto negli occhi. Sono rimasta con questa caligine negli occhi fino a Dresda, nell’attesa del rifiuto che alla fine è arrivato in quel portone. Sono rimasta così per te, Lama. Ma neanche di questo ti faccio una colpa. Ho scelto io, di non scegliere. Continuare a passare le notti con la bocca appiccicata alle sue labbra. Con le mani appigliate ai suoi fianchi, alla sua pelle scivolosa. Lucida. Lei te lo teneva in bocca, per ore, e tu ti addormentavi così, a volte. Io e te non ci toccavamo. E’ il cerchio che non si deve mai chiudere. Non c’era nulla di vizioso, in questo. Era qualcosa che scorreva, come la pioggia che sciacqua i pensieri. Non c’era vizio, nel nostro toccarci, nel nostro aggrapparci l’uno con l’altro. Il vizio sta solo nell’origine. Nell’inizio. E noi non avevamo mai iniziato. Siamo stati così da sempre. E i nostri padri e le nostre madri, e i nostri nonni e le nostre nonne, sono stati così prima di noi, per noi. Eravamo perfetti, Lama, quella perfezione che si è rivelata in tutta la sua pienezza quando hai preso Sara da dietro, e io ho capito che non avevi più bisogno di me, e ti ho dato un figlio. Ma quella è stata l’ultima volta. Lì la perfezione si è compiuta, ed è trapassata in caligine. Fino a Dresda. Dove la caligine si è dissolta, e siamo diventati santi. La separazione della santità.

 

 

 


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giovedì, 21 aprile 2005

 

Il 10 maggio uscirà il nuovo romanzo del mio amico di penna Franz Krauspenhaar, a.k.a. Markelo Uffenwanken. Io gioco d'anticipo, e pubblico la mail che gli ho mandato dopo la lettura del suo romanzo precedente, Le cose come stanno.

Per maggiore chiarezza: considero il libro di Franz uno dei libri migliori che mi sia accaduto di leggere nella narrativa italiana contemporanea. E aggiungo questo anche in relazione a ciò che Beppe Sebaste, oggi, risponde a Loredana Lipperini quanto alla definizione di letteratura.

Caro Franz,

 

 

ho letto Le cose come stanno. E sono rimasto con un'ottima sensazione addosso. Insomma, mi è piaciuto. Non posso darti un giudizio da critico, ché non lo sono, ma da lettore. Ti descrivo fenomenologicamente la mia esperienza di lettura. Le prime pagine le ho trovate faticose. Come un treno che parte, e poi s'incaglia bruscamente. L'incaglio, per me, era nelle parti più metaforiche, perfino barocche. Troppo accumulo, per i miei gusti. Peraltro, anche lì, uno squarcio splendido come quello del direttore del negozio sbirciato da Puch. Poi, da pagina quaranta, fino in fondo, il libro s'impenna, e scivola via. In particolare Fredy e Margarete danno la stura alla carica esplosiva ed implosa di Puch. Allora il lettore (io-in-quanto-lettore) assiste a bellissime, furiose cavalcate dal sapore bernhardiano. E alla costruzione di un delirio cosmico, il regno dell'impotenza e dell'indifferenza, il pensiero deposto e abbandonato, l'indiscernibilità di colpe e di valori. All'esistenza impossibile che si costruisce dio, e questo dio non può che essere un dio assassino. Pagine splendidamente blasfeme. Immensità criminale, gridava Bataille. Qui, questo grido diventa un sussurro impotente, ma dice lo stesso. Ecco, è questo che cerco nei libri. Un grido. E qui c'è.

 

 

 


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mercoledì, 20 aprile 2005

 

Maledetto Il Sedicesimo.

 

(Lo volevate il Papa Nero? Ora ce l’avete).

 

 

VORREI CHE IL VATICANOANDESSE ‘N FIAMME

E IL PAPA NE BRUCIASSE LEMME LEMME

E IL PAPA NE BRUCIASSE LEMME LEMME

BRUCIASSE I PRETI IN CORPO ALLE SU’ MAMME

 

(E con questo chiudo l’argomento: non ho voglia di dispiegare ragionamenti, ma solo di dar Voce cantata al mio sentire nei confronti del Führer di S. Pietro, Maledetto In Sedicesimo.).

 


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venerdì, 15 aprile 2005

 

Quando si dice 'fare l'indiano'...

Ho detto anch'io la mia sulla polemica che negli ultimi giorni infuria su Nazione Indiana. Pubblico qui ciò che ho scritto nei commenti all'ultimo intervento di Caliceti. Credo sia opportuno rilevare che la destinataria del mio intervento, Carla Benedetti, non mi ha risposto neppure stavolta.

Sinceramente, non so a chi dar ragione. Nel merito - ma prima di tutto nella Stimmung - mi sento con Moresco toto corde. Così come a suo tempo mi sono sentito d’accordo con l’intervento della Benedetti che scatenò tutto l’ormai mitico dibattito. Credo che oggi la letteratura, come ogni visionario, sia necessariamente ai margini. Che questa marginalità non vada accettata. Ma anche che si dovrebbe far leva proprio su questa marginalità (o 'minorità', nel senso notato in qualche commento). L'apologo di Scarpa sulla volpe e l'uva è magistrale.

Però direi alla Benedetti che, in questo caso, trovo il suo tono viziato da un certo moralismo. Il fatto che tu sia stata attaccata in passato, chetu abbia subito le vicissitudini che ben conosciamo – non mi pare che giustifichi il tono con cui ti sei è rivolta a Caliceti. Non sono d’accordo con lui, ma pure è una persona che fa, che agisce, che produce. Non merita, credo, di essere indicato come nemico.

Perdonami se adesso mi riferisco qui al mio particolare, ma lo faccio perché penso che le cose siano più complesse delle semplificazioni che a volte – tutti quanti – tendiamo a fare. Ché il mondo non è in bianco e nero. Tu parli di urgenza, di marginalità rispetto a un circuito letterario soffocante. Lo penso anch’io. La mia attività artistica principale, al momento, è musicale. E anche lì le cose stanno così. Siamo sicuri di fare davvero tutto ogni volta per cambiare le cose? Io non lo so. Tu lo sai? Ad esempio, io ti ho mandato due mail chiedendoti se potevo sottoporti il mio romanzo. Te lo chiedevo per la stima che nutro nei tuoi confronti, per quello che scrivi. Evidentemente non lo facevo per avere uno sbocco editoriale, ma per avere un parere di una persona che stimo. Non ho mai ricevuto risposta. Sono condannato a restare marginale anche per i marginali, evidentemente… Scrivo questo, cara Carla, non perché tu mi debba qualcosa – anzi, io ti ho invaso la casella postale. Lo scrivo invece perché ognuno di noi potrebbe fare delle cose che invece non fa, e fa cose che non dovrebbe fare – me compreso. E non mi pare giusto che un Caliceti diventi il capro espiatorio di un serrate le fila. Le fila dovrebbero essere già serrate. Con immutata stima.

 


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mercoledì, 13 aprile 2005

 

L’anarchia coronata.

 

 

Accendo RadioTre. Sento il conduttore che dice, per adesso sei il re del vino. E' il gioco dei libri, vince (nulla, se non il gusto della vittoria) chi trova più occorrenze di una data parola in testi di varia natura (poesie, romanzi, opere teatrali…). Oggi la parola è: vino. Devo partecipare. Non l'ho mai fatto, ma stavolta lo faccio: l'argomento lo richiede. E infatti ne trovo tanti, di testi avvinazzati. 42 – per la gran parte poesie. Ben nove del vegliardo cinese Li Po. Telefono. Vinco: sono il re del vino. Non solo: faccio pure il record storico di Fahrenheit. E ancora: più tardi scoprirò di aver parlato con Tommaso Giartosio, che ho avuto modo di conoscere virtualmente grazie ai blog (trovate il suo tra i miei link in fondo alla pagina).

Dopodiché, cosa potevo fare? Mi sono bevuto una bottiglia di vino da solo in studio. E adesso ceno.

Di seguito, gli autori che ho scovato.

 

Archiloco. Alceo. Cantico dei Cantici. Ibn Khultum. Hafiz. Rumi. Khayyam. Li Po. Tu Fu. Po Chu-i. Al-Qadir. Abu Nuwas. Rabelais. Shakespeare. Baudelaire. Rimbaud. Valery. Vrchlicky. Hoffmanstahl. Dehmel. Machado. Gide. Neruda. Miller. Pavese. Pasolini. Celan. Bene. Lamarque. Inglese. Bettarini. E pure Rovelli.

 

 


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mercoledì, 06 aprile 2005

 

Avviso agli studenti.

“La scuola è stata, con la famiglia, la fabbrica, la caserma e accessoriamente l'ospedale e la prigione, il passaggio ineluttabile in cui la società mercantile piegava a suo vantaggio il destino degli esseri che si dicono umani.”

Così inizia Avviso agli studenti, straordinario testo del situazionista Raoul Vaneigem. Testo che leggo quasi sempre, agli studenti stessi. Al quarto anno in particolare, perché non c’è migliore introduzione al concetto di società disciplinare e di biopolitica. Su una cosa i ragazzi sono tutti, sempre, d’accordo: che la scuola è una palestra di noia che allena alla barbarie. Che se è vero che l’essere umano che esce dall’infanzia vuole sapere, e chiede il perché di ogni cosa (l’uomo è mio parere non è tanto l’animale razionale, quanto l’animale che si meraviglia), quel sapere, quando gli viene offerto, diviene privo di ogni interesse e si trasforma in una tortura. La scuola educa alla passività, deprivando gli esseri umani della loro passione: questo i ragazzi lo capiscono bene. Ognuno di loro afferma che la loro esperienza scolastica è stata vissuta nell’infelicità.

Ma se qualcuno gli propone di agire per evitare di continuare a esperire per tutta la vita quell’infelicità che essi stessi dicono di esperire – ecco che molti si perdono, e alcuni ti guardano con sospetto. Ed è qui che – cominci a pensare – si opera una divisione essenziale del genere umano. Sì, va bene, dice qualcuno: ma allora cosa bisogna fare? Lungi dal comprendere la strada indicata da Vaneigem – la strada dell’autonomia e della creatività, contro la strada dell’asservimento passivo alle esigenze della società mercantile – si rifugiano nella prigione rassicurante della disciplina. Avviene allora ciò che Platone dipinge nel mito della caverna – ciò cui mi ha fatto pensare proprio una ragazza che esplicitamente diceva: meglio stare in catene che esporsi al rischio del vuoto. Altri invece ti guardano raggianti – illuminati - chiedendoti dove possono recuperare il testo che hai appena letto (e che si scarica in rete). Perché, in loro, le parole autonomia e creatività fanno risuonare qualcosa – laddove gli altri sono già morti, forse, oppressi dalla pietra tombale della paura (la vera Bestia per l’essere umano), accettando ciò che gli è stato indicato, accettando di essere parlati per tutta la vita invece che cominciare ad articolare il proprio linguaggio, con la fatica, la sofferenza e, soprattutto, il rischio barbaro del balbettio che questa intrapresa impone.


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lunedì, 04 aprile 2005

 

Figura umana.

 

 

Due parole su Wojtyla, e una riflessione più generale.

 

In Wojtyla (‘il Papa che ha cambiato il mondo’: spiegatemi come, per favore), ciò che ha affascinato – che ha chiamato – è stata l’incarnazione di una domanda, più che il senso di una risposta. I giovani che oggi lo piangono sono stati e.mozionati non dal suo pensiero, ma dalla ‘posizione’ – ed esposizione - di una questione: ovvero la riproposizione, per dirla nella maniera più succinta possibile, del senso della vita – c’est à dir, la morte. Non è quello che ha detto, insomma, ciò che conta – e qui sta lo scacco irrecusabile e irrefutabile della sua azione. I giovani che lo piangono continuano a far sesso, a studiare per diventare ingranaggi del mercato, e così via: insomma continuano a essere, inevitabilmente, parte dello Spirito del Tempo – che non è il Tempo del polacco. Il conservatore ha avuto successo solo a metà, lo sappiamo – contro il collettivismo (al di là della favoletta che sia stato lui a far crollare il comunismo) e contro ogni fantasma marxista, come dimostra il compiuto annichilimento dei teologi della Liberazione. Ma nonostante questo scarto, quei giovani lo amano. E io credo che lo amino perché la sua figura – malgré soi – li ha richiamati a ciò che l’Impero occulta nella frenesia dello Spettacolo, evocando l’impossibile, il limite: il tragico.

 

I media ci dicono che tutti sono profondamente commossi per la morte del Papa. Ci chiamano a commuoverci tutti. A raccolta. Tre giorni di lutto nazionale, le partite sospese. Io non mi sono commosso. Anzi, ho intonato gli stornelli anticlericali: Vorrei che il Vaticano andesse in fiamme e il Papa ne bruciasse lemme lemme… Sono inumano, secondo i media, visto che non appartengo alla comunità commossa, e preferisco indulgere nel vecchio e consunto vizio plebeo dello sberleffo, e magari mi incazzo perché nessuno può dir male del Papa, c’è sulla sua figura un unanimismo plumbeo. Ma - a parte il fatto che Wojtyla era un vecchio che è arrivato con tutte le cure del caso a morire di morte naturale a ottantacinque anni (ben fortunato, io non credo proprio che arriverò a quell’età…) – lui per me non è altro che un ruolo, nonché un’icona mediatica. Una posizione nella grande mappa esistenziale dell’etica. E – come Krsna insegna ad Arjuna (ciò che cito di frequente) – non si può non combattere. Ma distinguo tra ruolo e persona. E’ questo ciò che ritengo importante. Oggi, tornando da Marsiglia con Les Anarchistes, abbiamo incontrato due giovani frati domenicani (di un ramo di quell’ordine che è tornato allo spirito mendicante, e vive in povertà, di questue) che facevano l’autostop in autogrill. Andavano a Roma, da Carcassonne. Gli abbiamo dato un passaggio. Erano due giovani cileni, molto semplici. Abbiamo parlato con grande tranquillità. Ho avuto modo di dir loro cosa penso di Wojtyla (e, tra l’altro, del suo affacciarsi al balcone con Pinochet). Ma li ho portati fino a Sestri Levante. Salutandoli così: dites que vous etes aidés par des anarchistes

 


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