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cirque de la solitude
“Il poeta produce il bello con l’attenzione fissata su qualcosa di reale. Lo stesso avviene con l’atto d’amore. Sapere che quest’uomo, che ha fame e sete, esiste veramente come me, questo basta, il resto viene da sé” (Simone Weil)
“L'anarchia viene dal di dentro. Non c'è un modello di anarchia, né alcuna definizione. Definire, vuol dire confessarsi battuti in partenza. Definire, vuol dire fermare il treno nella notte quando devia sullo scambio. Tanto vale ammettere che si ha fretta di farla finita con la comprensione dell'avvenimento. Proprio per la sua inattitudine di fondo a non saper definire niente, l'uomo scalpita nelle obiezioni e nella filosofia” (Léo Ferrè)
QUANTO ALLA MUSICA, CI SONO IL MYSPACE E IL BLOG SBANDATI il 23 luglio esordio/anteprima di LibertAria al festival UrlaPadula a Carrara
martedì, 31 maggio 2005
La vita ai voti.
In Francia hannno votato sulla vita. E hanno scelto di difenderla, con un bel No. La Costituzione, se ha da venire, non può che essere la Costituzione del popolo - il popolo che si costituisce in quanto popolo. Nel caso della cosiddetta Costituzione europea, siamo da tutt’altra parte. In questa supposta Costituzione il popolo non c’è: c’è solo l'opinione pubblica, invece, costituita in Voce cui il popolo giubilante non può che rispondere di Sì. E allora il popolo, per riprendersi la Voce, non può che dire No. Un No a una Costituzione antisociale e neoliberista, che smantella definitivamente il sistema Europa.
In Italia il popolo nemmeno ha saputo che si è votato. In Parlamento, in gran segreto. Bella, questa democrazia dove il popolo si costituisce in popolo senza saperlo.
Però il 12 e il 13 giugno anche noi andiamo a votare per la vita. E lì, stavolta, la risposta deve essere un gran Sì. Rimando, in proposito, al bell’articolo di Girolamo De Michele pubblicato su Lipperatura.
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domenica, 29 maggio 2005
Luce, labbra.
Tra i boschi della Brugiana, oggi, abbiamo incontrato Gigi Guadagnucci, uno dei grandi Maestri della scultura italiana, vissuto in Francia dagli anni trenta agli anni settanta. Ci ha portato nel suo studio a vedere le sue magnifiche sculture. A toccarle con mano. Perché le forme pure disegnate dalla sua mano nitida sono la traccia tattile di visioni che trasformano il tempo in spazio. E si offrono dunque al tatto così come sono state partorite dal travaglio di Gigi – che ha gli occhi incarnati nelle mani.
Gigi vive di luce, di bellezza. Prima ha esaltato la luce radiosa della mia donna. Poi ci faceva toccare la luce delle sue sculture: ‘attento, copri la luce’. E ancora parlava di luce: dicendola assordante - da sfuggire riparandosi sotto le frasche – e poi sciocca – la luce di un’ora del giorno che resta a mezzo, e non ci investe con il suo sapore, il suo sapere.
Perché la luce si sa. E’ evento che investe, rapimento, estasi. Nutrimento che dischiude, e rilascia. Dissolve. E’ presenza piena sul limite sfuggente delle cose. E’ la parola che si esperisce in quanto evento, e non ha nulla da dire.
Pura meraviglia: il limite della luce, o il limite delle labbra.
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giovedì, 26 maggio 2005
Il taglio di Ismaele.
Infilò la lama, sprofondò nelle carni, e con le dita sentì il taglio. Si ritrasse. Lasciò cadere il coltello insieme al corpo di Sara.
Si rischiarò, e vide l’abbaglio della luce crepuscolare rifratta dalle sabbie che lo circondavano. Ne fu investito, portò una mano sopra gli occhi per ripararsi. Con sorpresa trovò il cadavere di Sara ai suoi piedi. Si inchinò per estrarre il coltello. Era come perso in una grotta, annaspava nel vuoto per afferrare qualcosa, una pietra qualsiasi, un fulmine, una luce. Un istante di gioia sconfinata. Lasciò cadere il coltello.
Colpiscimi nelle reni, con l’usura delle tue preghiere. Io non lotterò. Non ti riconosco.
Riprese la strada del deserto, da dove era venuto. Non c’erano testimoni. Senza fretta. Fra non molto il sole sarebbe calato, e anche il freddo. La vita si faceva un lumicino, e in quel lumicino il richiamo di un fragore senza nome.
Non si voltò per rivedere la casa in cui era tornato, ma la sentiva bruciare dietro di sé. Quel fuoco era il suo sì. Alla voce che era entrata nelle sue orecchie offerte in sacrificio.
Dov’era la sua casa, la notte non conosceva questo gelo. E poi, troppo silenzio. Qui non c’era il bisbiglio sottile e continuo degli spiriti di fuoco.
Si sedette su una pietra, tonda e liscia come da un fondale di oceano. Tracciava segni con il dito sulla sabbia. Ogni solco era una ferita sulla pelle di un essere privo di sensi, di tutti i sensi tranne quello del tatto…
Da lì – dalla carne viva di un essere mostruoso – sgorgava la parola. E in bilico sopra quella pietra scivolosa – si poteva pensare.
Più tardi, avrebbe avuto la certezza che solo in quell’istante – un istante che non aveva misura, e si confondeva con i sussulti della terra che pativa le sue ulcerazioni – solo in quell’istante aveva potuto concepire il suo crimine. E immediatamente – nello stesso istante del concepimento – aveva partorito la sua idea, e le aveva dato realtà. Gli parve di aver voluto all’indietro.
Si alzò per riprendere il cammino, per tornare all’itinerario della notte. Gettò uno sguardo lieve sul dorso del mostro, poi passò il piede sui solchi tracciati, per cancellare le prove.
Nel deserto non incontrò nessuno. Nessuno che potesse vederlo, e chiamarlo col suo nome. Non c’era che una distesa piena di cose. Nessun nome.
Il Dio di Sara non può essere nominato. Io non ho nemmeno un nome, e per questo li ho tutti e cento. Aveva i nomi che i mortali non possono più rivendicare.
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martedì, 24 maggio 2005
Cantano i poeti la dimenticanza...
La vicenda delle ricopiature si è propagata sul web. Ma non era mia, nostra intenzione creare un caso, additare il mostro. Abbiamo raccontato il fatto perché l'amicizia è fatta di corpi esposti: anche nel deserto della rete, stiliti che si toccano con la voce, e risuonano. Adesso che il fatto è stato raccontato, io mi auguro che sia dimenticato. Non abbiamo bisogno di damnationes memoriae, non di capri espiatori. Non è cosa buona e giusta creare il mostro, perché il mostro sta dentro ognuno di noi, pronto a saltar fuori in ogni momento. Indifferenza, ecco tutto quel che deve restare. Insieme alla solidarietà che si è levata.
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lunedì, 23 maggio 2005
Brutte copie
Torno sul web dopo qualche giorno, e credo di dovere qualche spiegazione a chi ha visto sparire un post da questo blog, nei giorni scorsi.
I protagonisti: Elos, giovane vicentina dotata di scrittura potente, visionaria, di uno stampo artaudiano non per deliberazione cerebrale, ma per condivisione di gesto e di carne. Si chiama Sole.
Razgul, ovvero Sergio Baratto, anche lui parte della medesima comunità comuniale.
La Mazzucato, scrittrice blogger.
Il sottoscritto ebbe con la Mazzucato una frequentazione via blog, all'inizio. Così come la stessa Elos, della quale la Mazzucato cantava le lodi. Per quanto mi riguarda, ebbi a mandarle il mio romanzo, a dicembre, come ho fatto con molte altre persone. Lei cantò le lodi pure del mio Cirque, in lunghe mail. Insomma, pareva ci fosse un buon rapporto. Per me, almeno, era così, tanto che l'avevo pure invitata a cena insieme al suo compagno. Durante una telefonata (l'unica intercorsa) lei disse, senza che io le avessi chiesto nulla, Domani faccio una telefonata a Marsilio. Dopo una decina di giorni, visto che lei non mi aveva fatto sapere niente le mandai una mail chiedendole en passant se aveva avuto modo di fare quella telefonata. Lei mi rispose con una mail pesante, dicendomi di non starle addosso e altre cose poco simpatiche. Al che io interruppi i rapporti con la suddetta.
In quei giorni, Elos scompare dal web. Blog chiuso. Ma i nostri rapporti telefonici e mailari continuano. Ricompare dopo tre mesi. La Mazzucato la accoglie attaccandola con una durezza inconsulta su questioni incomprensibili.
Dopo qualche settimana, Sole mi telefona, basita. Ho scaricato un e-book della Mazzucato, mi dice, ho trovato lunghi passi riportati pari pari. Ogni tanto qualche piccola interpolazione, ma quelle sono le mie scritture. Gran parte di quel libro è frutto del copia incolla dal blog di Elos. Io ne sono testimone. Mi incazzo. Sole non merita questo. Lei non sa difendersi, è persona di troppa fragilità, che con la vita ha un rapporto di tagli e ferite. Questa persona non può passarla liscia.
Telefono a Sergio, magari si può scrivere della cosa su Nazione Indiana. Lui dice, meglio di no, magari faccio un post sul mio blog. E fa un post filologico-comparativo in cui si dimostra con irrefutabile evidenza come quello della Mazzucato sia un copia incolla. Io linko il pezzo sul mio blog, e ne do notizia pure su Lipperatura. Parlo di plagio.
Al che la Mazzucato reagisce con violenza, minacciando querele. Fa un blog apposito contro Sergio, andando sul personale con una violenza inaudita. Agita fumo, ché non ha possibilità di difendersi nel merito.Chiede che ogni accusa venga rimossa -cancellerò il sito,scrive,solo se voi farete altrettanto.Dice che ha una famiglia di avvocati, suo padre condivide lo studio con Gamberini. Be', anch'io ho ottime conoscenze di avvocati di grido. Non sono quelli a mancarci.
La Mazzucato tira in ballo Moresco, mette in piazza mail ultra-private che a suo tempo Sole le aveva mandato, mette il suo numero di telefono privato e l'indirizzo.
Sole, che mi tiene aggiornato poiché io sono fuori e non ho la possibilità di connettermi al web, mi chiede di desistere. E' troppa la pressione da affrontare - e adesso voglio difendervi io, dice, lasciate fare a me. Le dò la mia password, lei cancella il post che linkava il pezzo di Sergio. Ma Sergio non desiste, ne riparla con Sole e decidono di aspettare. Anzi, stavolta la notizia va su Nazione Indiana.
Il blog della Mazzucato, nel frattempo è scomparso.Evidentemente qualcuno dei suoi avvocati le ha fatto notare che stava esagerando.
Vicenda triste. Certe persone saranno dimenticate per l'avvenire. Non per il passato.
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venerdì, 20 maggio 2005
In tutto questo, Klamm non c'entrava affatto. Perché avrebbe dovuto provvedere a me, o più esattamente: come avrebbe potuto provvedere a me? Di me non sapeva più nulla. Non mi aveva più fatta chiamare e questo era segno che mi aveva dimenticata. Egli dimentica totalmente le persone che non chiama più a sé. Non ho voluto parlarne davanti a Frieda. Ma non è soltanto dimenticanza, è molto di più. Perchè della gente che si è dimenticata si può pur sempre rifare la conoscenza. Ma con Klamm è impossibile. Coloro che egli non fa più chiamare non sono soltanto dimenticati per il passato, ma, letteralmente, anche per l'avvenire.
(Franz Kafka, Das Schloss)
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mercoledì, 18 maggio 2005
Dei Centri di Permanenza Temporanea ho parlato qui parecchie volte: sono una delle cose più vergognose della nostra ‘civiltà’ basata sull’esclusione. Ho incontrato molti ragazzi migranti che nei CPT sono stati e ne sono scampati. Da allora sono ancora più convinto della necessità di una lotta contro queste istituzioni carcerarie.
Nei giorni scorsi, a Lecce, cinque ragazzi anarchici sono stati arrestati per ‘associazione sovversiva’ (art. 270bis, novità assoluta che segna un’escalation nella repressione). Loro colpa, la lotta contro il CPT Regina Pacis di Lecce – vero e proprio lager, come testimonia un film-documentario come ‘Mare nostrum’ di Stefano Mencherini (film al quale anche Les Anarchistes hanno collaborato con ‘Bella ciao’). Giusto qualche tempo fa, finalmente, don Cesare Lodeserto è stato arrestato. Eppure il Regina Pacis non è stato che l’escrescenza più visibile del sistema carcerario dei CPT.
Cosa si contesta a questi cinque compagni? (Tralasciando la solita fissazione di voler costruire, contro ogni ragione, un soggetto anarchico, laddove gli anarchici non hanno leader né capi). Una serie di fatti: scritte sui muri, minacce a don Lodeserto, un incendio di un Bancomat di una banca che gestisce i conti del CPT, nonché il taglio delle pompe della Esso durante la guerra in Iraq. Naturalmente le prove non ci sono, si tratta di una ricostruzione arbitraria basata su interpretazioni di intercettazioni. Si tratta di perpetuare ancora il teorema del Grande Vecchio Anarchico in omaggio alla strategia di Pisanu, nonché, nel caso specifico, di riequilibrare l’arresto di Lodeserto, arresto così massicciamente biasimato dai mass-media, che hanno presentato il prete come un santo.
(E se le prove dei fatti loro imputati ci fossero? Per quanto mi riguarda, la solidarietà non verrebbe meno. E se fosse loro l’attentato incendiario alla sorella di Lodeserto? Certo, in quel caso la solidarietà verrebbe meno. Ma lo stile di quest’atto è mafioso, lo stile degli anarchici è sempre stato ben altro: lo stile di chi si mette in gioco senza giocare sulla pelle degli innocenti).
Stavolta la solidarietà la si può esprimere anche con i fatti, anche con un solo euro versato sul conto corrente postale 56391345 intestato a Marina Ferrari. Io vado in posta.
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10:23 commenti (1)
martedì, 17 maggio 2005
Questo è un post autocelebrativo, quindi potete anche saltarlo a pie' pari. Giocando col narcisismo, direi che è gratificante essere entrati nella storia... Più seriamente, sono felice di aver contribuito a cantarla, la storia. Dacché - dopo che un paio di settimane fa è venuta una ragazza che sta approntando, ahilei, una tesi su Les Anarchistes - ho scoperto che gli stessi Anarchistes sono citati nell'ultima pagina del libro di Stefano Pivato (docente di storia contemporanea all'Università di Urbino, che mi ero trovato a fianco lo scorso anno a un convegno su musica e protesta all'Università di Milano) Bella ciao. Canto e politica nella storia d'Italia (se ne parla qui, a pagina 15). Unico problema, i 18 euri che per adesso me ne hanno impedito l'acquisto - rimandato a tempi più floridi...
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sabato, 14 maggio 2005
Per il numero appena uscito di Alp, dedicato alle Alpi Apuane, mi è stato chiesto di tracciare un itinerario per le amate montagne attraverso i canti partigiani e anarchici. Lo riporto qui.
Siamo i ribelli della montagna.
“Dalle belle città date al nemico / fuggimmo un dì sull’aride montagne / cercando libertà fra rupe e rupe / contro la schiavitù del suol tradito. (…). Siamo i ribelli della montagna / viviam di stenti e di patimenti / ma la gran fede che ci accompagna / sarà la legge dell’avvenir”.
Questo è uno dei canti partigiani più belli, adeguato per essere intonato nei sentieri delle Apuane, dove già risuonava durante le stagioni della Resistenza. Cominciò nelle Apuane meridionali, la lotta partigiana (e dire che fu eroica, non è cadere nella retorica). Erano gli ultimi mesi del ’43, quando si formarono i Cacciatori delle Apuane. Ricordatevene, quando sarete sulla Pania della Croce – una delle due vette regine di queste Alpi. I partigiani stavano dal lato della Garfagnana, verso Piglionico, dove una cappella ricorda i partigiani uccisi il 28 agosto 1944 nelle loro postazioni sul Monte Rovaio, che sta di fronte alla cappella. Ma se passate da Stazzema (paese di cui è frazione Sant’Anna, dove il 12 agosto del ’44 vi fu un eccidio nazifascista che causò 560 morti), incontrerete il rifugio Del Freo, dove c’è ancora il ritratto del ‘nonno’. Chiedete al gestore di raccontarvi la sua storia. Chissà quante volte, qui, è risuonato ‘Fischia il vento’, il canto più amato dai partigiani (‘Bella ciao’, che è passata alla storia come l’inno partigiano, in realtà si diffuse all’indomani della Liberazione).
Risalendo a nord, si va avanti nel tempo: alla metà del ’44, quando alleati e nazifascisti si fronteggiavano sulla Linea Gotica – che tagliava l’Italia da ovest a est. Partiva dal Cinquale, sul litorale versiliese, passando per Montignoso, al monte Altissimo, e di qui, tagliando il gruppo delle Panie e la Garfagnana all’altezza di Barga, arrivava all’Appennino, proseguendo fino a Rimini. Tra il Carchio e l’Altissimo, c’era il cosiddetto Varco delle Apuane. Di lì, partendo dal paese di Antona, passando per la cresta che congiunge i due monti, e scendendo per il canale di Palerosa, passarono a sud, nell’Italia liberata, migliaia di condannati e di perseguitati politici. Migliaia di persone che trovarono la salvezza grazie ai Patrioti Apuani del comandante Pietro Del Giudice. Il feldmaresciallo Kesserling, al processo di Venezia, dirà di aver avuto più preoccupazioni dai partigiani dell’Altissimo che dalle truppe alleate schierate sul fronte. Furono molti a lasciarci la vita per la libertà altrui, come ricorda questo riadattamento di un noto canto degli alpini: “Il bersagliere ha cento penne / e l’alpino ne ha una sola / il partigiano ne ha nessuna / e va sui monti a guerreggiar. / Quando cade giù la neve / la tormenta dell’inverno /anche venisse pure l’inferno / il partigian riman lassù. / E se poi ferito cade / non piangetelo dentro il cuore / perché se libero un uomo muore / cosa ci importa di morir”.
Era invece dal passo del monte Tambura – l’altra vetta regina delle Apuane – che passavano i partigiani massesi e quelli della Garfagnana. E di lì arrivavano i rifornimenti agli affamati partigiani del massese, sacchi di farina in dorso ai muli per la via Vandelli. Di lì si scendeva a Forno. Dove magari si sentiva cantare una versione partigiana della vecchia canzone anarchica di Pietro Gori ‘Amore ribelle’ (già ripresa dalle mondine in lotta). Me l’ha cantata Alda Fruzzetti, testimone diretta dell’eccidio del 13 giugno ’44: “Noi che amiamo l’uguaglianza / siam al par dei malfattori / ma noi siamo lavoratori / e padroni non ne vogliam. / Se verrai fanciulla cara / noi lassù combatteremo / e quel dì che vinceremo / braccio e cuor ti donerò. / I fascisti alla montagna / e i tedeschi alla pianura / i partigiani non hanno paura / del fucile mitragliator. / Dei ribelli sventoliamo / le bandiere insanguinate / su facciam le barricate / per la santa libertà”.
Nella zona carrarese, invece, c’era la Brigata Garibaldi, dove forte era la presenza degli anarchici (Carrara è città anarchica per eccellenza). Il Battaglione Lucetti, comandato da Ugo Mazzucchelli, era la formazione anarchica, che aveva la base nelle cave di Calocara: “Dai monti di Carrara / un dì discenderemo / all’erta partigiani /del battaglion Lucetti / Più forte sarà il grido / che salirà lassù /fedeli a Pietro Gori / noi scenderemo giù”. E poi, i tanti bei canti degli anarchici: “Addio Lugano bella”, “Sante Caserio”, “Amore ribelle” (tutti e tre opera di Pietro Gori), “Figli dell’officina” (forse il canto più noto a Carrara, composto da un montignosino all’indomani della prima guerra mondiale).
La formazione Ulivi del comandante Memo era invece la formazione prevalentemente comunista: ““E se sapessi o mamma / quanti compagni che ci son lassù / lassù sulla montagna / ch’è presidiata dalla gioventù. La causa nostra / è la riscossa / di Garibaldi / camicia rossa. / Sono orgoglioso di esser coi ribelli /prima di andare contro i miei fratelli”. Ma anche i comunisti cantavano “Figli dell’officina” (salvo sostituire il verso “innalzeremo al vento bandiere rosse e nere” con “innalzeremo al vento la libera bandiera”). Portatele con voi, queste parole, quando sarete sul Monte Sagro, dove ci fu una storica battaglia il 24 agosto del ’44.
E infine, il Monte Brugiana inespugnato. Un monte dal grande valore strategico, tenuto dal vice-comandante Vico, col dispiegamento di tutte le armi pesanti in possesso del comando partigiano.
Oggi ‘la Brugiana’, boscosa e umbratile, è tornata a essere rifugio per solitari. E’ la Brugiana che faceva palpitare il cuore tormentato del poeta apuano Ceccardo Roccatagliata Ceccardi, il Ceccardo furioso e innamorato che scorgeva “uno spiccio di luna” salire su quei boschi, un “simbolo lucido di scure” che sovrastava il “violaceo cono”, “i tronchi noderosi, e le aperte capigliature”… E lì potete andare a rinfrancarvi dopo le camminate per i sentieri apuani. E se andate al trekking di Paolo Monteleone, per andare a cavallo, o semplicemente per godere di quello splendido posto (per ogni evenienza vi lascio il telefono: 337713610), chiedete a Paolo di cantarvi la canzone del cavatore. Io ci capito spesso: se ci incontriamo, vi prometto che un paio di questi canti ve li farò sentire.
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lunedì, 09 maggio 2005
La Restaurazione continua.
(In tempo reale dalla sala stampa della Fiera del libro)
Anzitutto, ho finalmente dato un volto ai nomi. Antonio Moresco per primo, poi Gabriella Fuschini dal sorriso solare, Helena Janeczek, Loredana Lipperini, Carla Benedetti, Tiziano Scarpa. Anche per loro, però, Alderano si è incarnato.
Se vi aspettavate qualcosa di risolutivo, dal dibattito vis à vis, ebbene questo non c’è stato. Nel senso che non c’è stato il dibattito: qualcosa di risolutivo invece sì, ed è stato l’intervento dell’addetta della Fiera, la quale ha mandato tutti a casa - time out… Peccato, proprio quando era appena finito il primo giro degli interventi e il dibattito stava per iniziare. Così, tutti sono stati inchiodati alle proprie posizioni che i frequentatori della rete già conoscevano ampiamente.
Per non sbagliarsi, Benedetta Centovalli – che ha presentato e aperto – ha letto il suo intervento. Nel segno del regime e del ritorno all’ordine. I libri sono crocifissi: omogeneizzazione delle proposte, centralizzazione della distribuzione, politica del bestseller attraverso l’accelerazione della rotazione dei titoli (in termini marxiani: si accelera il ciclo di valorizzazione del capitale). Censura del mercato. E finisce: ‘La cultura di massa lavora contro il popolare’. Va da sé, chiamata in causa è Loredana Lipperini. Che dice (e per fortuna non legge – per fortuna dell’ascoltatore, intendo): qui corro due rischi, di esser tacciata di sciocca o di connivente. Insomma, sa di fare da bersaglio mobile. E poi, dice, non è che non veda come vi siano obiettive restrizioni nel mercato editoriale, specie per ciò che attiene alla distribuzione. Ma da dieci anni a questa parte la situazione è cambiata. L’editoria di progetto. Il web. Ritorno all’ordine? Va bene, ma quel che mi spaventa sono i dogmi, il voler imporre dall’alto ciò che è cultura e ciò che non lo è. Conclude con un’adesione alla Dichiarazione dei doveri e dei diritti del narratore di Wu Ming – con la parte che si scaglia contro l’affabulazione narcisistica dello scrittore, per uno scrittore-artigiano. La chiusa è sospetta. Qui si vuole dire qualcosa a qualcuno. Mi sa che, su questo, qualcuno risponderà.
Interviene Cassavella, dell’associazione librai. Sostenere le librerie indipendenti, questo il sunto. Non vado oltre, ma mi pare che su queste cose concrete occorra lavorare davvero per contrastare i megastore.
Poi, la Carla Benedetti. Non siamo apocalittici. Il rischio di desertificazione non significa che il deserto ci si già. Però. Gli scrittori ci sono, ma sono repressi dalla megamacchina culturale. Questo mi pare un punto importante: considerare la questione a compartimenti stagni non aiuta a capire, anzi causa fraintendimento, e sottovalutazione del rischio. (Glossando, la metafora shakesperiana degli alberi e della foresta) I restauratori non stanno solo nelle case editrici, ma anche nei giornali, nelle università, nelle teste degli scrittori che intromettano censure. L’alternativa non è solo tra romanzi clonati o sperimentalismi culturalismi: c’è dell’altro, che la megamacchina reprime. Anche qui niente di nuovo, se non una certa nettezza – che mi trova d’accordo (rimango perplesso solo sull’accenno al web, per cui il nickname, in quanto rinuncia all’identità, porterebbe con sé una debolezza della parola: ma la prospettiva skizo non era invece liberante?).
Dopo, il bulldozer Fanucci. Tutti mi vogliono tirare per la giacca, ma io che sono grande e grosso strattono e corro da solo. Rischia un incidente diplomatico (per dirla eufemisticamente) con la Lipperini, quando dice che ‘Einaudi convive allegramente con Repubblica, Repubblica convive allegramente con Einaudi’. La Lipperini non ci sta a far la figura della connivente prezzolata e gli fa segno di darsi una calmata.
Poi, Moresco – il Grande Vecchio della situazione. Che sposta la questione sui piani più alti – e finalmente si parla di letteratura. Ed ecco che arriva la risposta alla Dichiarazione di Wu Ming: l’orizzonte dello scrittore-artigiano non mi basta, dice. Questa è una delle possibilità – ce ne sono mille altre, che non sono necessariamente frutto di romanticismi retrivi. Qui mi pare colga una reale contraddizione, in effetti: se si ha paura dei dogmi, come si fa ad asserire che lo scrittore E’ questo piuttosto che quello? La responsabilità della scrittura, dice Moresco, è nei confronti del dono della parola: e allora, si affronti la questione della lingua. Perché dobbiamo renderci consapevoli di come la lingua italiana sia una lingua privilegiata – delicata e forte come solo la lingua russa sa essere. Per renderci consapevoli, Moresco ci riporta agli esordi. Terminando l’intervento leggendo il Cantico delle creature di Francesco.
Dopo, Massimiliano Parente, forse più bulldozer di Fanucci. Le terze pagine sono il deserto dell’intelligenza. Impera la rimozione del ragionamento sulla forma e sulla lingua. Ma se non si ragiona sulla forma, ma solo sulle storie, ogni opera è eguale a un’altra. E l’arbiter è D’Orrico. Non solo, in rete imperversa Genna, che dovrebbe fare controcultura e invece porta acqua al mulino di D’Orrico dicendo che è un genio. Sui giornali i critici letterari mancano. Ci sono questi personaggi che non sa chi sono. (Io posso sottoscrivere quel che dice: peccato però che Parente scrive sul Domenicale di Dell’Utri… Sì, lo so, bisogna lavorare. Il discorso è vecchio. Nulla di personale, ho la sventura di avere un amico che scrive per il Giornale).
Ecco, adesso inizia il dibattito, finalmente. No, il tempo è scaduto. Adieu.
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venerdì, 06 maggio 2005
Ratzinger e il corpo di Antigone.
Nell’ultima pagina del manifesto di oggi, Enzo Mazzi scrive un bell’articolo sulla dialettica insuperabile tra etica e potere. E, insieme, mostra come nel corpo della chiesa vi siano differenze che l’unanimismo mediatico in mortem wojtyla tende a occultare. Dalla questione generale, ne consegue che, sui referendum a venire sulla procreazione assistita, è palese come non stia scritto da nessuna parte che un cattolico sia tenuto a votare in quel certo modo (che è poi, furbescamente, il non voto).
Mazzi affronta la questione, decisiva, del rapporto tra potere e etica rappresentandola attraverso le figure di Creonte e Antigone. Una messa in figura estremamente fertile – che, ovviamente, Ratzinger/Creonte non può accettare, laddove egli non può far altro che tentare di imporre con forza il diritto (la forza del diritto, il diritto della forza) sopra il corpo fluido di Antigone.
Svolgendo ancora le coordinate proposte da Mazzi, io direi questo: che Antigone – l’etica, insomma - non è che l’indefinizione che oltrepassa ogni stabilimento del potere. Essa è il fuori-legge – ma un fuori che è definito, recintato, conchiuso, dal potere. Antigone è la forma fluens che il potere, come lo sguardo di Medusa, vuole fissare – la chora – la materia informe – su cui il potere si esercita. Esercitandosi, il potere produce verità (e qui Mazzi è molto chiaro, quasi – paradossalmente, per un prete – foucaultiano): verità che potrebbe essere raffigurata come i solchi prodotti dal potere sulla materia. (Ma la materia resiste. E reagisce).
Il potere produce verità – e la produce sul corpo di Antigone.
Questo conflitto tra potere/verità e corpo/amore (ma anche, per allargare la famiglia, tra Ragione e Violenza, nei termini hegeliani di E. Weil (e di Bataille), o di Sacro e Violenza, in quelli di Girard) è la sfuggente, dileguante, inafferrabile sostanza ontologica dell’animale umano: e forse, la differenza specifica del suo genere.
Qualsiasi discorso che non faccia i conti con questo conflitto – con questo irriducibile attrito – non può aver presa sul reale – e non può dirci nulla.
Enzo Mazzi, coraggiosamente, mostra come anche nella chiesa c’è chi è consapevole di questa dinamica. Che mette in discussione ciò che Ratzinger vuole perpetuare, ovvero la scrittura della verità sul corpo di Antigone. Che, non a caso, è una donna.
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21:33 commenti (8)
martedì, 03 maggio 2005
La donna di Gilles (la letteratura come pratica erotica).
Per una volta ho seguito il consiglio di Alias, e ho comprato La donna di Gilles. Un libro scritto nel 1937 da Madeleine Bourdouxhe. La quale, dopo questo libro, ne ha scritto solo un altro. Dopo la guerra, più niente. E’ ancora viva, ma fa altro (cosa, non so). La femme de Gilles è davvero un gran libro. Sul desiderio che nasce dal nulla, e si alimenta per autocombustione. Il desiderio come un immenso incendio che può spegnersi solo per esaurimento del combustibile – dopo, non rimane che cenere. E’ un libro in cui sulla scena stanno solamente le passioni primarie dell’essere umano. Nient’altro. Nessuna descrizione sociologica, nessuna curiosità. Rimane solo l’essenziale, in questa grande tragedia contemporanea, dove la donna di Gilles è l’essere muto che conosce la natura del desiderio e sceglie l’unica cosa possibile: assecondarlo, fino in fondo.
L’erotismo – anche quello fuori scena, come in questo libro: mai esplicito, e pure il basso continuo del testo, anche sotto forma di negazione – è (per il mio gusto: il vichiano sapere/sapore) l’elemento principale di una narrazione. L’appiglio delle mani su un altro corpo, la forma di quel gesto, disegna il senso di ogni relazione. E’ nel contatto tra i corpi che la comunicazione si dispiega in tutta la sua visibilità – nel contatto che si fa contagio. L’erotismo dei corpi è l’icona suprema della comunicazione (del sacro, dunque). E l’atto erotico è la prima scrittura – corpo e.scritto.
La lettura non è che il compimento (completamento/complemento) dell’atto erotico. Se questo è vero, la lettura è un atto che impegna il lettore, che lo coinvolge integralmente. Se ogni parola è un gesto erotico, il lettore non può distrarsi. E’ necessario ‘esserci’- di quell’essere con significato omerico: essere presente, di una presenza vigorosa (e non un essere astratto, logico, di quell’essere che nasce con la pratica della filosofia). Qualcuno chiedeva, ultimamente, di definire la letteratura. Se questa definizione fosse possibile – sarà questa una caratteristica essenziale?
postato da alderano
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