Le Cirque de la solitude.
C’è un posto, in Corsica, che si chiama Cirque de la solitude. In questo modo avevo deciso di intitolare il mio romanzo impubblicato (aggiungo sperando: per adesso). Quest’anno, in maniera improvvisa e immeditata, ci sono andato. E’ il passaggio più duro del G.R.20, la Grand Randonnée che taglia l’isola da nord-ovest a sud-est passando per i grandi scenari delle montagne corse. E’ una gola scoscesa, che bisogna discendere quasi appoggiati alla roccia, col baricentro all’indietro, e risalire inerpicandosi fino al passo, dove si esce dalla gola tra i gridi dei corvi e le forme visionarie delle rocce. Arrivarci, e uscirne, è una sorta di odissea del respiro.
Si parte da Haut-Asco. Il rifugio. Dites-vous, jeune-homme. Ci vorranno sei ore, per il rifugio di Tighjettu. Un prato, e uccelli dalle piume azzurre. Bosco di larici. Pietraia. Sassi impilati. Distese di erica. Pietre rossastre. Vette rocciose, gialle e rosse. Completamente da solo, in questa valle. Una piantina rossa, e non saperne il nome.
Un registratore alla mano, nel cammino. La necessità del silenzio - la necessità di dire, di scrivere una traccia - l’impossibilità del silenzio. Ovvero: il nulla come puro cominciamento dell’essere – che non si risolve in sintesi, ma nella soppressione pura e semplice della tesi in quanto impossibile. Il nulla diviene l’insensatezza stessa del senso dell’essere. La ricerca del nulla è – coincide con – il corpo. La ricerca del corpo – il corpo, il corpo, dov’è il corpo? Il corpo lo si va a cercare sulle montagne. Il corpo è il suo silenzio. Il silenzio del corpo. Sto in questo respiro affannato.
Voci invisibili dalla vetta. Il rumore dei miei passi.
Il senso è qui, e fa rumore. Il silenzio sta nell’osservare questo rumore – il che, sul piano del pensiero, si dice: il pensiero si prende in considerazione in quanto pensiero – in quanto forma. In meditazione si vedono i pensieri scorrere – il pensiero osserva i propri movimenti – il dipanarsi di una traccia, il farsi di una forma. ‘Sul piano de pensiero si dice’: significa che esistono due piani? Sì. Come per gli attributi spinoziani. Ma si tratta sempre della stessa cosa.
Immerso nei pensieri, il corpo cammina da solo, al suo proprio ritmo. Non mi affatico. Sono più riposato adesso di quando sono partito.
Prati. Macchie. Terra rossa. Pietrisco. Come se il monte a ridosso delle rocce, in questa conca, fosse spellato. In lontananza il rumore del vento e nuvole nerastre.
Corvi. Roccia rossa.
La pietraia si inerpica, le gambe fanno male. Pensieri del basso. Un mucca si volta a guardarmi. Riprende a brucare. Il vitello non smette di fissarmi. Le alture di Altore.
Ci si inerpica ancora. Il sentiero spacca le gambe che corrono. Il riflesso del sole sulle lame d’acqua sulle rocce. Letti di roccia.
Ho una macchina fotografica digitale. Di foto digitali se ne possono fare tante, ma che ne è della tattilità? Non si tocca più la foto. Non c’è più contatto, né contagio.
Un’ora e mezzo di cammino: sono alla finestra. Davanti a me il Cirque de la solitude.
Roccia in obliquo, a strati, come sezionata. Il geologo come dissezionatore del cadavere di Dio. Scendere le rocce, con il peso all’indietro. Scivolare è bellissimo. Giocare con i pesi e la gravità. In un anfratto la neve. Corvi volano.
Solo roccia, attorno a me, nient’altro. Sto bene.
Ho ancora il registratore in mano. Inscrivere i pensieri. I migliori pensieri sorgono durante le camminate, lo sapeva il Nietzsche di Sils Maria, e prima Rousseau che fantasticava in passeggiate solitarie, e prima ancora chissà quanti altri che non hanno mai scritto nulla.
Si risale. La nebbia risale rapidamente con me. Non mi tengo alle catene. Salgo tra le rocce. I pensieri si asciugano.
Due ore e mezzo, finita la risalita. Credo. La nebbia, e non vedo nulla. Scendo, senza segni. Rischio di infilarmi in un dirupo. Attendo, infilando lo sguardo nella nebbia e nel gridio dei corvi. Poi incontro due escursionisti, riprendo il sentiero giusto.
Tre ore, e sono allo scollinamento. Ho il Cirque de la solitude alle mie spalle. Si apre una valle.
Scendere correndo incastrando i piedi nella roccia, il corpo risuona come di un bambino, nella bocca il riso.
Je me sens bien accroché à la roche.
Più vado avanti, più i pensieri vengono meno, la fatica li strizza via. Sono sempre di più nel respiro, nell’aria, nel suono.
Per dei lastroni di roccia. Come scivolare.
Tre ore e mezzo, e sono al rifugio di Tighjettu. Comincia a piovere. Io mangio. Due ragazzi di Pamplona. Canto Hijo del pueblo. Smette di piovere. Riparto. Il sole spacca, adesso.
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Silent Night.
(Volterra, 31/7/2005, ore 19,00)
In fondo a uno spiazzo d’erba, sul limitare delle antiche mura, un piccolo palco, un fondale rosso, e sul fondale rosso, rosse bandiere agitate, microfoni senza voce, sedie abbandonate, una sfera d’argento appesa al vuoto – i tagli di luce delle sette di sera, gli alberi a far da cortina, il vento leggero che agita le bandiere, e l’aria, la voce tattile e trascinata di Tom Waits che canta Silent Night, la registrazione che ricomincia sempre da capo, un anello incantato.
Guardi. Perso in quella luminosa leggerezza. In quell’incantamento. Sospeso in quell’impalpabilità diffusa che ti circonda e ti accoglie nel suo dissolvimento.
Tu guardi come spiando, come si riceve una grazia: quello spettacolo è lì, per nessuno, ed è solo per te.
Tutto è sospeso. Il tempo è sospeso. Revocato: tutto questo è come il gesto della cancellazione, o un perpetuo stato di soglia tra sonno e veglia. Tutto è revocato.
Re-vocare: come se a una cosa si desse il nome, e poi glielo si togliesse, e la cosa venisse mostrata nuovamente integra, eppure adesso dimidiata, fratta, spezzata.
Il tempo si mostra, qui, nella sua assenza.
E tu che guardi sei puro guardare.
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