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cirque de la solitude
“Il poeta produce il bello con l’attenzione fissata su qualcosa di reale. Lo stesso avviene con l’atto d’amore. Sapere che quest’uomo, che ha fame e sete, esiste veramente come me, questo basta, il resto viene da sé” (Simone Weil)
“L'anarchia viene dal di dentro. Non c'è un modello di anarchia, né alcuna definizione. Definire, vuol dire confessarsi battuti in partenza. Definire, vuol dire fermare il treno nella notte quando devia sullo scambio. Tanto vale ammettere che si ha fretta di farla finita con la comprensione dell'avvenimento. Proprio per la sua inattitudine di fondo a non saper definire niente, l'uomo scalpita nelle obiezioni e nella filosofia” (Léo Ferrè)
QUANTO ALLA MUSICA, CI SONO IL MYSPACE E IL BLOG SBANDATI il 23 luglio esordio/anteprima di LibertAria al festival UrlaPadula a Carrara
domenica, 27 novembre 2005
Di campi e di trincee.
Anni fa, essendomi stato chiesto di collaborare al giornale provinciale di Rifondazione Comunista, scrissi un pezzo in cui dicevo la mia stupefazione per aver trovato un ritratto di Stalin nella sede provinciale del partito. Il fatto che quella presenza fosse ‘mascherata’ da ringraziamento per il baluardo di Stalingrado nulla toglieva alla gravità di quella ostentazione iconica. Il numero successivo del giornale fu una sorta di processo pubblico imbastito contro la mia persona, una serie di accuse orchestrate da un paio di personaggi leninisti-di-ferro di cui conviene tacere. Io risposi argomentando quanto avevo affermato, e richiamando a un silenzio eckhartiano che però non avrebbe dato i suoi frutti.
Dico questo per chiarire che per me i crimini staliniani sono sempre stati crimini e basta. Senza giustificazioni. Senza compiacenze. Io sono uno di quelli per cui giustizia e libertà devono andare insieme, e nella maniera più radicale. (Dopodiché, si tratta di articolare la giustizia e la libertà, certo, poste in quanto idee astratte non hanno nulla da dire). E’ da questo punto di vista che non concordo con quanto Luzzatto scrive in questo articolo (segnalato da Massimo).
Tra gulag staliniani e campi di sterminio nazisti una differenza c’è, ed è una differenza importante. Che non mira ad assolvere un bel niente (concedo che qualcuno la possa voler usare con quel fine, ma questo non cambia la questione quanto al merito: non è postulando arrièr pensées che si argomenta su questioni così rilevanti). E’ appena il caso di ribadire la differenza capitale: il gulag è un crimine in quanto mezzo per un fine, il campo di sterminio è un crimine in quanto fine in sé. Sempre di crimini si tratta, ma ognuno ha modalità specifiche. Perché omettere di rilevare la specificità, la singolarità di un crimine? Non si tratta tanto di stabilire graduatorie moraleggianti (dunque viene meno la questione di un’assoluzione o di una giustificazione), quanto di comprendere quanto più a fondo l’atto criminoso ha a che fare con la storia e con la genealogia delle società e dei suoi apparati ideologici. Da questo punto di vista io credo assolutamente legittimo asserire che la shoah sovrasta ogni altro crimine perché essa è un fine in sé, ovvero in quanto inerisce al biologico, alla dimensione della nuda vita degli uomini (in questo senso è ancora una volta assolutamente comprensiva la speculazione di Agamben).
Dopodiché possiamo (anzi, occorre) procedere a condannare ogni crimine. Ma allora la condanna non deve limitarsi a gulag e shoah. Deve estendersi a ogni altro crimine. Prendiamo come esempio la Grande Guerra, momento fondativo dell’identità della nazione italiana. Non è stato quello un enorme massacro di uomini coartati, mandati al macello per un’idea e per interessi a loro totalmente estranei, forzati col terrore a morire per un fine che non aveva nulla a che fare con le loro vite?
Se vogliamo condannare ogni crimine, allora si deve avere il coraggio di dirlo: ogni Stato nazionale è uno Stato criminale.
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giovedì, 24 novembre 2005
Alla periferia in mezzo ai fossi…
Verrebbe da dire, bestemmiando, solo Le Iene fanno giornalismo. Perché nessuno era andato prima d’ora tra i ‘rumeni del Reno’, quelli periodicamente sgomberati da Cofferati? Si sarebbe visto che non sono uomini brutti sporchi e cattivi, ma famiglie intere, e persone che accolgono con una straordinaria fiducia chi arriva da loro senza motivo, come ha fatto l’intervistatore in incognito. Avrei voluto vedere, in una situazione del genere, qualcuno di quelli che vive nella paura, . Si sarebbe visto le condizioni in cui sono costretti a vivere, sgomberati due o tre volte l’anno, costretti a cambiar di posto, a ricostruire la loro baracca, dopo aver perso i loro oggetti, i loro documenti. Si sarebbe visto che si tratta di persone che lavorano, o che lo cercano disperatamente.
Cosa vuoi fare da grande? ha chiesto la Iena al piccolo Hadi. Il poliziotto, ha risposto. Per lui, che nel frattempo va a scuola, i poliziotti sono quelli che arrivano e lo sgomberano. E’ la vittima, il piccolo Hadi, e vorrebbe diventare il carnefice. E’ il solo strumento che intravede per uscire dalla sua condizione di subalternità. Occorrerebbe spezzare la catena del potere. L’esclusione sociale non fa che rafforzarla sempre di più.
Le trasmissioni ufficiali si sono ben guardati dall’andare a verificare le condizioni dei rumeni in riva al Reno. Meglio parlare senza vedere. Gli invisibili devono rimanere invisibili.
Solo, mi chiedo: perché il servizio è rimasto in pausa per un mese, ed è stato messo in onda solo dopo che ad alcuni rumeni è stato finalmente fornito un campo attrezzato? Non sarà mica perché sarebbe stato troppo scomodo, senza l’appendice?
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22:47 commenti (13)
martedì, 22 novembre 2005
Un turco napoletano
Alla fine la Turco mi ha chiamato compagno, e un brivido mi ha percorso la spina dorsale. Dove ho sbagliato, mi sono chiesto. Ma era solo un tentativo di recuperare consenso di fronte a Martini, presidente della regione toscana, che sulla questione dei CPT si era posto su posizioni più avanzate. Ma andiamo con ordine.
La Turco ha fatto una piccola autocritica, Sulla questione immigrazione siamo stati spiazzati dalla paura della gente, ha detto. Un’autocritica molto piccola, in realtà. Perché, come ha rilevato Martini più avanti, il punto è che i segnali di paura venivano dalla stessa politica.
La politica si è ritratta, io dico, ha bensì raccolto segnali dispersi di paura, ma soprattutto ne ha prodotti di nuovi, strutturandoli in discorso pubblico. Il CPT è diventato un luogo simbolico dell’esclusione sociale prodotta da questa paura.
Ma dei CPT la Turco non ne vuole sentir parlare. Da porre al centro, dice, c’è la questione della convivenza, bisogna partire da una battaglia culturale. Dei CPT, se mai ne parleremo.
Benissimo, le ho detto quando sono intervenuto, facciamo una battaglia culturale, è giusto. Ma i CPT sono il luogo simbolico di questa battaglia culturale. E’ proprio da un punto di vista culturale, prima di tutto, che se si vuole innescare una politica dell’accoglienza occorre chiudere i CPT. Quando ha scoperto di avere davanti uno di quei ‘no-global’ di cui diceva poco prima, la signora Turco, sentendosi attaccata (ma io, garantisco, ero gentilissimo), ha smesso di guardarmi in faccia, ha cominciato a farsi irrigidita maschera, lo sguardo vettoriale proteso nel vuoto, il volto tirato, più arcigno che mai. Oh, le donne-guerriere... (a che, le quote rosa?)
Le ho detto un po’ di cose, sia da un punto di vista giuridico e politico che parlando di storie concrete, di gente in carne e ossa che io ho conosciuto. E pensare che lei, nel suo libro, dice proprio che per superare i pregiudizi occorre rifarsi alle persone in carne e ossa. Ecco - le ho detto quando ha dato segno di irritazione alla mia prolungata concione - Capisco che la cosa le dà fastidio, ma veda un po’, io non ho fatto altro che seguire il suo metodo, io le persone in carne e ossa le ho incontrate.
Martini è stato netto, alla fine, i CPT vanno chiusi, la loro esperienza è stata negativa, e spesso disumana. Anche se poi ha mantenuto una distinzione tra politiche per la regolarità e politiche per la clandestinità. Quando invece di clandestini occorrerebbe smettere di parlare. Perché è la legge a produrre i clandestini.
La Turco invece dice, Io non sono per chiudere i CPT tout court. Poi dice, I miei CPT erano diversi. Prima di tutto non si rifacevano i maquillage per le ispezioni come a Lampedusa (e va be’, questa è un’inezia marginale). Poi, Noi all’epoca abbiamo chiesto in ginocchio al volontariato di gestire i centri, ma loro non hanno voluto. E be’, dico io, sono passati tanti anni e ancora non hai capito perché?
Dice, Nei nuovi centri (poi si corregge, ma è stato un lapsus pieno di senso, No, non saranno centri, chiamiamoli in altro modo…) dovranno andarci quelli che non collaborano all’identificazione e sono recidivi. Già. Peccato che quando uno arriva in Italia da clandestino non dice mai chi è. Altrimenti lo rispediscono immediatamente al suo paese. E dunque, cosa mai cambierà rispetto a ora?
Da questa serata ho capito che il centrosinistra vittorioso liquiderà i CPT cambiandogli nome, diminuendo il tempo di trattenimento, istituendo alcune garanzie. Ma la sostanza rimarrà la stessa.
Ogni limite ha una pazienza.
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17:26 commenti (10)
venerdì, 18 novembre 2005
Comitato d’accoglienza.
Lunedì sera c'è Livia Turco a Montignoso. Ore 21,30 a Villa Schiff. Con dispiegamento di forze proto-governative (on. Cordoni, presidente della regione toscana Martini et al.). La Turco presenta il suo libro sui ‘Nuovi italiani’, in cui tenta di dire che bisogna aprirsi all'integrazione. Benissimo. Sono d'accordo con lei. Ma c'è un piccolo problema. Come consiste tutto questo col fatto che lei è stata la madre dei CPT, e i CPT li rivendica pure con orgoglio?
Immaginiamoci che il mio amico sindaco di Montignoso avesse deciso di dare alla Turco la cittadinanza onoraria del paese. E immaginiamoci che la Turco, per arrivare a Villa Schiff, dovesse strisciare per i prati della Renella, di notte, evitare cani ringhianti e le macchine dell’Aurelia, superare lo sbarramento alle Capanne, passare la notte nei loculi del cimitero, infrattarsi sulle rive del fiume del Cinquale, e una volta arrivata alla Villa trovasse un nugolo di vigili ad accoglierla a suon di bastonate. Forse la Turco penserebbe, Che strano modo di accogliere un nuovo cittadino. Ecco, sappia che ai nuovi italiani capita di molto, molto peggio.
Il comitato d'accoglienza per i nuovi italiani non può essere un CPT. Lunedì sera io voglio dirglielo alla Turco. Mi piacerebbe che fossimo in tanti a dirglielo, a Villa Schiff. Che fossimo in tanti, ad accoglierla.
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23:06 commenti (4)
martedì, 15 novembre 2005
Se vi assiste la memoria.
Il debito di riconoscenza che si ha nei confronti di chi ha salvato la memoria dei vinti è grande e inestinguibile. Io un angelo nuovo a codesta maniera lo conosco. Si tratta di Caterina Bueno. Una donna che nell’Italia degli anni sessanta percorreva con la sua cinquecento la landa toscana, i suoi paesini di campagna e di montagna, i suoi campi e le sue osterie. E che in questo itinerario ha salvato canti che oggi sono delle pietre miliari della tradizione del canto popolare, canti che senza il suo lavoro sarebbero andati perduti. Caterina – insieme ad altri, ovviamente – ci ha consentito di salvare un pezzo di quell’Italia che negli anni sessanta del boom economico andava scomparendo. Quell’Italia di cui Pasolini celebrava il lutto. E che Caterina ha cantato con la sua grande voce.
Per questo sto cercando di organizzare un tributo a Caterina, un cd collettivo in cui una serie di musicisti reinterpreta le canzoni storiche del suo repertorio. Musicisti che sentono di avere un debito di riconoscenza con lei. De Gregori è tra questi, dacché da giovane andò in tour con lei (a lei è dedicata la canzone “Caterina”) e nella sua autobiografia afferma che Caterina Bueno è stata “un esempio etico”. Nell’attesa che De Gregori risponda (ma con lui anche Giovanni Lindo Ferretti e Piero Pelù), hanno aderito al progetto: Gianni Maroccolo e IG, Moni Ovadia,
Giovanna Marini
, Yo Yo Mundi, Riccardo Tesi, Les Anarchistes. E altri arriveranno.
Oggi ho telefonato a Caterina per informarla, e mi ha detto che, finalmente, hanno ristampato in un doppio cd tre suoi splendidi dischi degli anni settanta: Eran tre falciatori, Se vi assiste la memoria, Il trenino della leggera. Dischi corredati con libretti di dettagliata documentazione storica, tra l’altro. Io vi consiglio di prenderlo, questo cd (per esempio, qui): Se vi assiste la memoria.
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16:53 commenti (13)
venerdì, 11 novembre 2005
Abitare lo scarto. In un’assemblea di istituto.
Disse Deleuze: Essere di sinistra è un fenomeno di percezione. Si percepisce l’orizzonte, non le cose; si percepisce all’orizzonte.
Lo sguardo deve uscire da sé, farsi estatico, fuori dalla contrapposizione soggetto-oggetto. Fuori dalle polarità – e fuori dalle polarità c’è il crinale scivoloso delle singolarità. Occorre smettere di percepire frontalmente. Liberarsi dell’oggetto (gegenstand: ciò che sta contro). Comprendere l’oggetto, comprenderne la visione in quanto visione-di-soggetto. Ciò che non significa ‘sintetizzare’ (fare nuova unità della molteplicità delle visioni), ma mantenere aperta la visione. Decentrarla. Abitare lo scarto.
Stamane, di fronte alle richieste dell’assemblea di istituto che chiedeva una settimana di didattica alternativa, gestita dalla comunità scolastica nel suo insieme, una parte dei professori – mantenendo una visione frontale, ex cathedra – non concepiva l’uscita dal proprio ruolo. Di fronte al senso di responsabilità dei ragazzi, che dimostra una visione avanzata della comunità (una comunità fuori da una contrapposizione di ruoli e identità, ma che queste identità mette in discussione), una parte dei professori ha reagito con la chiusura identitaria, con un rifiuto a mettere in discussione il proprio ruolo consolidato. Tra loro persone 'di sinistra'. Evidentemente parliamo di cose diverse. Per me sinistra corrisponde con ciò che dice Deleuze. E' una questione di sguardo. Dunque di etica, e prassi. Un’altra parte – inch’allah la parte prevalente – ha ritenuto di dover rispondere alla chiamata dei ragazzi, di porsi all’altezza della loro responsabilità. Di concordare una settimana di didattica alternativa con i ragazzi, di essere corresponsabili della loro fame di sapere, della loro fame di essere, e di essere attivi, creatori, di smettere di subire – ciò che è lo specifico del grande Impero della passività spettacolare. Corresponsabili, insomma, della loro fame di autonomia. Ciò che poi dovrebbe essere la stessa ragion d’essere della scuola.
Ragazzi, adesso sta a voi articolare il vostro discorso. E rispondere alla vostra stessa chiamata. Sta a voi, e a tutti noi.
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14:58 commenti (68)
domenica, 06 novembre 2005
Fuochi banditi.
In Val di Susa erano in quindicimila, con i fuochi accesi. Per non essere le vittime sacrificali. Per adesso la lotta è pacifica. Ma Dolcino veglia su quei luoghi, e in discussione, lì, è il concetto stesso di democrazia.
Fuochi costellano anche le città francesi. L’incendio si propaga dalle banlieues al centro, e dal centro di Parigi ad altre città della Grande Nation. Volete liquidare tutto questo come delinquenza? Se la scintilla accende il fuoco così rapidamente in tanti luoghi diversi, senza organizzazioni politiche che organizzino alcunché, ciò significa che c’è un conflitto reale che adesso viene, letteralmente, alla luce. Ciò che rischiara, adesso, è un fuoco barbaro. Un grido. E’ anche impotente, quel grido, è manifestazione di un discorso inarticolato, indiscriminato. E’ pura espressione, questo limite è la sua forza. Attacca luoghi pubblici e luoghi privati, sembrando attaccare se stesso, mirare all’autodistruzione. Ma questo ci dice solo che le bande all’opera percepiscono il pubblico come un nemico, preliminarmente a ogni altra considerazione. Che cosa ha dato loro il pubblico, fino ad oggi? Solo miseria, una vita orribile in quartieri orribili, dove il pubblico si presenta solo con la faccia feroce della polizia. Adesso dovrebbe esser chiaro che le banlieues sono davvero i luoghi del bando, nomen omen. Che quei territori sono i luoghi di uno stato d’eccezione permanente, dove l’unica politica è quella sicuritaria, i cui perversi effetti adesso vediamo in tutto il loro fulgore. Questa è la prima insurrezione nel cuore della Nuova Fortezza Europa.
E tutto questo accade in reazione ai proclami muscolari, autoritari, del ministro di polizia Sarkozy, che dice Ripuliremo le banlieues dalla feccia. E’ stata una dichiarazione di guerra, a cui è seguito un attacco della sua polizia (si legga la successione degli eventi, al di fuori degli stereotipi di una stampa sempre più menzognera). La feccia risponde, adesso. E la sua risposta ci riguarda da vicino. Anche perché se Sarkozy riuscisse a diventare l’uomo forte della destra francese, la Francia rischierebbe di diventare il tassello decisivo per l’egemonia dell’imperialismo di Bush.
I banditi hanno risposto al grido di guerra. Tendete le orecchie al loro grido. Aprite gli occhi ai loro fuochi.
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19:41 commenti (15)
Niente da nascondere
Su Nazione Indiana, una glossa in margine al film di Michael Haneke. Ovvero l'ek-stasis dello sguardo. La de-scrittura dell'apertura dello sguardo che si lascia andare a sé stesso, consegnandosi all'Altro. Il racconto fedele (?) di come il mio sguardo ha esperito Niente da nascondere - Caché.
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01:42 commenti
sabato, 05 novembre 2005
Fuochi No Tav.
Io, che ho catturato fra' Dolcino nelle maglie di una canzone, non posso non proclamare la mia prossimità - di cuore e d'intelletto - con la lotta dei resistenti della Val di Susa, dove qualche mese fa sono andato peregrinando fino alla Parete Calva, bastione dolciniano. Lo spirito di colui che "sui monti prese le armi su consiglio divino" (perdonatemi l'indulgente autocitazione) è evidentemente ancora vagante in quella valle. Che recalcitra al pungolo del traforante progresso, e resiste con ogni mezzo possibile allo scempio calato dall'alto, alla decisione sovrana che un territorio, contro la volontà dei suoi abitanti, deve essere sacrificato per un bene superiore. I valligiani di Susa non sono i contadini dell'Ucraina al tempo di Stalin, ma il meccanismo sacrificale nei loro confronti è del medesimo stampo. Stasera si accendono i fuochi delle fiaccole contro la militarizzazione della valle. Lo stato d'assedio come mezzo di sopraffazione della 'volontà generale' dei valligiani. E' con le armi e la violenza che si impone il sacrificio.
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21:11 commenti (2)
giovedì, 03 novembre 2005
Jam session al bar.
Passerò il venerdì sera al Bar Valentina di Aicurzio, paese dell'hinterland milanese, per una serata organizzata da No Reply. Vieni su, mi ha detto Leonardo, Facciamo una chiacchierata su musica letteratura e poesia. E portati la chitarra. Altro, per adesso, non so. Sarà come una jam session. O come una seduta di scrittura automatica. Dalle 21.30, puntuali- ché poi, subito via, si torna in Apuania, alle otto a scuola. Devo fare un'analisi dei deliri della Fallaci. Ché un sedicenne, stamani, mentre parlavo dell'espansione dell'Islam, mi ha detto, Ma io ho letto che i musulmani usavano violentare le suore sull'altare...
Aggiornamento: Il sedicenne, stamani, è venuto a scuola con la croce celtica (sulla maglietta di Dolce e Gabbana). Rivendica il nazismo nella sua interezza. Sopprimere gli ebrei era una scelta obbligata. E la cosa peggiore è che non ha negli occhi l'opacità belluina che ci si aspetterebbe. Compagno Socrate, aiutaci tu.
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22:08 commenti (6)
Con i fucili spianati
Stamani, a scuola, qualcuno mi ha detto: Là fuori stanno tutti con i fucili spianati su di noi. E’ un’immagine involontariamente perfetta della percezione che la scuola ha, oggi, del mondo. La scuola si percepisce come un fortino assediato. Sente di avere tutto contro. Se il mondo va a rovescio, la scuola deve chiudersi sempre di più. Fuori, è il fuoco delle banlieuses. I luoghi del bando, non a caso. Dentro si indossino vesti ignifughe, guanti sterili, camici bianchi. Tutto per far fronte a una scuola che si pone sempre di più come isola dei morti. E in un’isola dei morti non può che trionfare il morattismo, ovvero l’apertura al più bieco reale. Il morattismo appare, da questa prospettiva, come una resa incondizionata.
Il fortino è assediato. Ma non arriva nessuno. Sono già tutti dentro.
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