cirque de la solitude

 

“Il poeta produce il bello con l’attenzione fissata su qualcosa di reale. Lo stesso avviene con l’atto d’amore. Sapere che quest’uomo, che ha fame e sete, esiste veramente come me, questo basta, il resto viene da sé” (Simone Weil) “L'anarchia viene dal di dentro. Non c'è un modello di anarchia, né alcuna definizione. Definire, vuol dire confessarsi battuti in partenza. Definire, vuol dire fermare il treno nella notte quando devia sullo scambio. Tanto vale ammettere che si ha fretta di farla finita con la comprensione dell'avvenimento. Proprio per la sua inattitudine di fondo a non saper definire niente, l'uomo scalpita nelle obiezioni e nella filosofia” (Léo Ferrè)

QUANTO ALLA MUSICA, CI SONO IL MYSPACE E IL BLOG SBANDATI il 23 luglio esordio/anteprima di LibertAria al festival UrlaPadula a Carrara


sabato, 28 gennaio 2006

 

 

Eccedenza e superfluità.

Pare non ci sia salvezza. Che cosa resta? Restano i resti, scrive Massimo riportando le argomentazioni di Felix Duque...

Si resta nel dis/astro, e non c'è speculazione che possa salvare dalla paura che forgia lo sguardo. L'orizzonte (di senso) si fa sempre più ristretto, coincide con il confine in/dividuale, con il proprio. L'im/proprio va eliminato, e basta.

Stamani in classe ho parlato con dei ragazzi - troppi, umanamente troppi - che difendevano (a spada tratta) la legge che consente di dare la morte a chi ti ruba in casa. Tematizzavano - a partire dalla propria paura - la giustizia (e pensare che stavamo leggendo l'Eutifrone, che pone la questione di un'etica razionale) del poter dare la morte per la violazione della proprietà individuale (sacra e inviolabile). Tematizzare, in realtà, significava semplicemente dire "è giusto", senza preoccuparsi delle contraddizioni nell'ordine del discorso.

L'ordine del terrore globale comincia dal terrore cieco in/dividuale. E se per Girard è il dio incarnato che salva dal circolo vizioso, noi non possiamo che spezzarlo in più punti, quel circolo, in una deriva stellare che tagli obliquamente - con una strategia obliqua, come diceva Brian Eno - violenza e diritto. Dobbiamo farlo perché è il nostro destino. Tanto è il disprezzo, tanto è l'amore. E' questo il destino di noi persone eccedenti. Nonostante gli altri, indifferenti, brutalmente rinserrati all'altro, nonché a virtute e canoscenza - i superflui, come scriveva Nietzsche. E' forse in questo conflitto interminabile tra eccedenti e superflui che si gioca la storia del mondo. In questo conflitto, gli eccedenti - ogni volta insorti, e ogni volta preda della disperazione, vinti, annientati - hanno (e per ciò risorgono dall'annientamento) la risorsa dell'eccedenza: ché dove cresce il pericolo, aumenta pure tutto ciò che salva.


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venerdì, 27 gennaio 2006

 

Un sogno
(rivivendo il mio lager).
 
Oggi c’è solo Memoria al lavoro, una grande Macchina memoriale che, come dev’essere nell’Ultimo giorno, ricapitola il senso, il dispiegarsi del vissuto. La Macchina ha lavorato nel sonno, nel mio sonno pomeridiano, e ha ricapitolato i miei morti.
Quella da cui mi sono appena svegliato era una sorta di processione sul marciapiede di binario morto di una ferrovia, con candele e cartelli, aperta dall’icona criminale di tutto questo, Bush (prima, altro paradosso, c’era stato il disprezzo dei commessi di una libreria per me che avevo chiesto un libro che mostrasse come fare l’anarchia. Solo una di loro aveva cercato di aiutarmi, ma il suo aiuto era stato vano). Il senso del canto che mi accompagnava in questa processione – ciò che dava il senso alla processione, che articolava la sua funzione - metteva Bush sotto accusa quasi dovesse espiare – senza che lui, però, lo sapesse. Era una domanda cantata, Che cosa avete fatto, e il senso della melodia era quello del Canto dei deportati (il senso della melodia: non era quella, ma era come se fosse quella). Io piangevo, a testa china, in silenzio, in solitudine. Procedendo sul marciapiede di binario morto di una ferrovia.
Poi scontravo il volto di un carabiniere che controllava prepotentemente il tutto, e lì lo sguardo si è sdoppiato. Io stavo rivivendo il passato. Di riviverlo ne ero consapevole. Scontrato quel volto mi è toccato scappare, gridando, accusando. Avrei potuto non farlo, perché sapevo che era stato uno scontro fortuito – necessario -, ma dovevo rivivere, e scappare, e gridare Bastardi. Mi allontanavo dalla processione, in avanti. E lì, solo, un drappello di carabinieri veniva verso di me con spranghe e pugni di ferro.
Lì, allora, nel cuore della rivisitazione, quella al mio lager, quello di Genova del luglio 2001, mi svegliavo, evitando il cuore di quel dolore, non senza però l’anticipazione per cui a me – che i giornali dicevano essere un ragazzo tra Verona e Genova – sarebbe toccato essere perseguitato ripetutamente, e periodicamente, dalle forze dell’ordine che venivano ad aspettarmi sotto casa.
Il pianto è nascosto, il senso è nascosto. Ed è tutto qui: viene alla luce, spezzando il circolo, strappando il copione, nel canto che purifica e rinnova.

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La signora Auschwitz.
 
I ricordi sono pazzi, legge così Edith Bruck le proprie parole poetiche dal palco di Firenze, facendosi memoria della sua propria Shoah. Legge le sue poesie, e dal suo esserci, dal suo esser-là a leggere su quel palco un po’ di sbieco davanti a un leggio, da lì si sente la violenza vissuta. Edith Bruck si fa violenza per restituire la violenza vissuta, per farne vivere il riflesso a chi l’ascolta. Questa è la consegna del testimone, essere simulacro delle tenebre, esporsi come ombra del buio. E’ il proprio corpo, o la carne, a farsi icona del dolore, forma dell’inesprimibile, testimone di un irrappresentabile.
Edith Bruck si interrompe a metà, fa una pausa, prende fiato, i ragazzi applaudono, ed è un applauso vero, che testimonia per il testimone.

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mercoledì, 25 gennaio 2006

 

Evviva Gaetano Bresci
 
Dacché Vittorio Emanuele di Savoia e sua gentile consorte hanno oggidì incontrato il gangster cui accade d'esser presidente del consiglio, a questi esprimendo il loro appoggio per le imminenti elezioni, non posso mancare di gorgheggiare gioiosamente i seguenti versi di un buon canto antico, nella speme che possano riportare un qualsivoglia effetto sulle nobili personcine di cui sopra.
 
A morte la casa Savoia
Bagnata da un'onta di sangue
Si sveglia il popol che langue
Si sveglia il popol che langue
O ladri del nostro sudore
Nel mondo siam tutti fratelli
Noi siamo le schiere ribelli
Sorgiamo che giunta è la fin
A morte il re e principin!
A morte il re e principin!

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martedì, 24 gennaio 2006

 

Fuochi e fiamme

L'istinto fascistoide è parte integrante dell'essere umano, scaturendo da una percezione paranoide che vive il mondo come un ambiente ostile. Siamo tutti un po' fascisti/paranoici. A chi non è mai capitato, su un treno, di sentire ridere i nostri vicini di cui non comprendiamo la lingua, e pensare che stanno ridendo di noi? Su un castello di piccole percezioni paranoidi si pratica l'esclusione del'altro, e si diventa fascisti.

Nel nostro ambiente, oggi, c'è troppa paura, e ci sono troppi fascisti. I giornali non ne parlano, ma le violenze dei piccoli fascisti dalla testa rasata si moltiplicano. Si veda qui un elenco aggiornato. Loro però restano impuniti, mentre in galera ci vanno gli anarchici. Come ieri a Trento, dove quattro anarchici hanno gioiosamente strappato di mano alla tedofora la fiamma olimpica macchiata del sangue della Coca-Cola essendo però immediatamente placcati dalla polizia. Dritti filati in galera, loro.

Tutta la mia solidarietà a Massimo e agli altri arrestati.


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venerdì, 20 gennaio 2006

 

Grida
 
Quando Patrizia Aldrovandi ha aperto il suo blog per dire dell’omicidio che un branco di poliziotti aveva commesso nei confronti dei suoi figlio Federico, forse era solo la risorsa della disperazione. Forse non si aspettava questo riscontro. Invece, grazie alla potenza orizzontale della rete, il caso è arrivato in Parlamento. Dove il ministro Giovanardi ha risposto a un’interpellanza con vere e proprie menzogne, affermazioni già smentite dai fatti, tese solo a coprire, per l’ennesima volta, la violenza della polizia, che gode di un’impunità totale.
La sera stessa in cui il blog su Federico era venuto alla luce avevo telefonato a Haidi, la mamma di Carlo Giuliani, per informarla dell’accaduto. Il fatto si inscriveva in una costellazione ben precisa: la mattina seguente, a Genova, ci sarebbe stato l’ultimo appello (poi posticipato di dieci giorni) per riaprire il caso di Marcello Lonzi, massacrato nel carcere di Livorno a suon di calci e pugni – e i poliziotti hanno fatto a coprirsi l’uno con l’altro, e Marcello Lonzi è morto per una caduta. Adesso Haidi ha scritto una lettera a Patrizia. E’ bella, questa lettera, commovente. E poi scrive, tra l’altro: “I manganellatori di Genova mi hanno spesso ricordato il militare che ha ucciso Francesco Lorusso, nel '77 a Bologna. Ad un giornalista che gli chiedeva perché avesse sparato agli studenti: «Te lo posso dire - ha risposto - tanto so che non mi faranno niente: ridevano di noi»”.
 
L’Italia rischia di avere anche una Costituzione adeguata a uno Stato di polizia. Si tratta adesso di disinnescare questa minaccia: andare a firmare per il referendum, e a giugno votare NO al governo autoritario. E' importante.

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martedì, 17 gennaio 2006

 

Senso, luce.
 
A L., per una doppia traccia a venire
 
Il perché del perché, dici. Perché questa necessità di dire, di dirsi. Perché dover dire l’essere e il nulla. Perché la necessità di dire il perché. Perché l’urgenza della tigre. Perché il balzo. Perché dover dire il nulla su cui balza. Perché dover dire il nulla del balzo.
Dobbiamo articolarlo, il balzo. E’ la necessità, che lo muove. E’ la necessità che si muove. E la necessità muovendosi si comprende. Si afferra. Nella sua incompiutezza. Il pensiero che balza si afferra, si afferra nella perdita del balzo. Si afferra incompiuta, e non può che procedere oltre. Si comprende come libera necessità, afferra la propria natura di necessaria libertà.
Così si procede sul crinale del nulla. Dove non si trova perché. C’è solo la traccia del senso. La traccia del senso è ciò che c’è. Il senso si traccia, è la sua urgenza, la sua necessità, la sua libertà, la sua autocomprensione.
Sul crinale del nulla è solo luce che si fa.
Non c’è altro.
Poi, occorre stare saldi in questa luce.
Ma la luce è tremito, e non ci fa stare saldi.

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sabato, 14 gennaio 2006

 

Cose belle.

Un manipolo di 'no-global' bloccano a Bologna la fiamma olimpica. Protestano contro la sponsorizzazione alle Olimpiadi da parte della Coca Cola (che nel '96 aveva impedito il centenario delle Olimpiadi ad Atene per farlo nella sua Atlanta). Il povero Gianni Morandi aspetta invano che arrivi la fiamma. Hanno rovinato una cosa bella, commenta il TG5. Ma che cos'è bello? Che lo sport venga asservito al denaro? Che l'atletismo del corpo umano venga 'messo in valore' dal capitale? Che del corpo umano, della sua tensione, della sua intensità, della sua pro-duzione, venga fatta merce? Che il corpo vivo si trasformi in logo? E (posto che le cose scritte sopra non siano vere): è bello che lo sponsor di questa mercificazione sia la Coca Cola, responsabile di assassinii, sequestri, torture, come è ampiamente documentato? Sono queste le cose belle? Non sarà invece che la cosa bella è lo sport in sé (l'atletismo, in fondo, è l'eidolon stesso dell'esercizio della filosofia, della filosofia come attività - e il vero mistico è un atleta dello spirito), che il corpo in movimento è sacro come un tempio, e che dunque chi rovina questa cosa bella sono proprio i mercanti del tempio?


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venerdì, 13 gennaio 2006

 

Teologi e papere (e tu sei piccolino…)

 

 

Per il campione dell’identità nazionale, colui che si pone come erede dalla tradizione cattolica in politica, non c’è male. Bertinotti cita “il teologo Paolo di Tarso”, e lui capisce “un filosofo greco”. E pensare che B. (scusate se non ne scrivo il cognome per esteso, ma non voglio insozzare troppo queste righe: in fondo verso i nomi io ho un timor panico, per me i nomi sono cose reali, viventi, il foglio su cui scrivo è davvero un mondo) – e pensare che B., dicevo, ha pure scritto una prefazione a Erasmo da Rotterdam… Del resto è probabile che ce lo terremo ancora cinque anni, il piccolino: è del tutto adeguato al livello etico del popolo italiano – il quale, come risulta da un sondaggio, si sente in colpa solo quando “ha mangiato troppo”. Non che io ami il senso di colpa. Ma oggi il senso della vergogna, quello sì che sarebbe necessario.


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lunedì, 09 gennaio 2006

 

Morire a diciott'anni.

Sempre più grandi, le sacche di marginalità, culi-di-sacco, spazi vuoti senza nome, buchi neri dove lo sguardo non si fissa. Negli sfrangiamenti i diritti decadono, e ciò che resta è solo la forza bruta, l'arbitrio dell'Ordine senza legge. L'uomo della strada di solito si volta dall'altra parte quando un marocchino viene pestato - anzi, di voltarsi non ne ha bisogno, lui cammina con lo sguardo fisso al suolo, segue la linea strisciante di asfalti e marciapiedi. Così il suo sguardo terragno permette all'Ordine di esercitarsi in tutta la sua potenza sul Disordine che gli resiste. E l'Ordine si esercita, preferibilmente, con calci e manganelli. A volte non serve essere marocchini, per morire pestati dalla Forza dell'Ordine. A volte basta girare per la strada (dove l'uomo-della-strada continua a camminare con lo sguardo fisso al suolo), dopo una notte ebbra e niente più.

A volte si muore a diciott'anni, così. Qui una madre sta gridando. Suo figlio si chiamava Federico, ed è morto il 25 settembre, dopo aver incontrato dei drughi-poliziotti. Sua madre vorrebbe giustizia, adesso. Adesso che si sta rendendo conto dell'incubo.


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domenica, 08 gennaio 2006

 

Lezioni di anarchia

E' evidente che questo sintagma - lezioni di anarchia - è ossimorico. Il compito dunque si pone in sé come impossibile. E poi, io certamente non sono nessuno per dare lezioni di anarchia. (Fossi almeno un anarchico...). Proprio per questo ho accettato l'invito di Emilio a partecipare a una intermittenza, Lezioni di anarchia, su Millepiani. Nell'anno vecchio ho contribuito con la riproposizione del dialogo su utopia, etica e ontologia avuto a suo tempo con Massimo. Stavolta compare uno scritto in cui ho cercato di condensare in poche righe la forma di due idee: il diritto e la giustizia.


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