cirque de la solitude

 

“Il poeta produce il bello con l’attenzione fissata su qualcosa di reale. Lo stesso avviene con l’atto d’amore. Sapere che quest’uomo, che ha fame e sete, esiste veramente come me, questo basta, il resto viene da sé” (Simone Weil) “L'anarchia viene dal di dentro. Non c'è un modello di anarchia, né alcuna definizione. Definire, vuol dire confessarsi battuti in partenza. Definire, vuol dire fermare il treno nella notte quando devia sullo scambio. Tanto vale ammettere che si ha fretta di farla finita con la comprensione dell'avvenimento. Proprio per la sua inattitudine di fondo a non saper definire niente, l'uomo scalpita nelle obiezioni e nella filosofia” (Léo Ferrè)

QUANTO ALLA MUSICA, CI SONO IL MYSPACE E IL BLOG SBANDATI il 23 luglio esordio/anteprima di LibertAria al festival UrlaPadula a Carrara


martedì, 28 febbraio 2006

 

Magari è di cattivo gusto, ma visto che il mio corpo esposto l’ho fatto circolare così poco – a quelle pagine ho fatto prendere ben poca aria – riporto qui una recensione di Monica Mariotti apparsa sull’ultimo numero di Leggendaria, numero di novembre che ho recuperato solo domenica scorsa… E già che ci sono aggiungo, a seguire, la recensione di Giuseppe Panella. Che, tra le recensioni (non molte) che ha ricevuto il libretto, è quella cui più sono grato.

Il corpo sente.
Un po’ viene in mente l’esperienza surrealista e in particolare tutta quella ricerca linguistica ed esistenziale che ne seguì, tra i suoi frequentatori. Soprattutto quelli che poi se ne allontanarono, pur rimanendo fortemente segnati da quell’importantissima avanguardia, come Georges Bataille. Il richiamo non è casuale, già dalla prima sezione di poesie di Corpo esposto, che s’intitola “Del tempo presente - ad Acéphale”; non può non venire in mente quell’esperienza estrema, radicale dell’omonima rivista, nata in Francia negli anni Trenta e le cui firme echeggiano tra i grandi del nostro tempo, appunto. Ed estreme perché esposte, nude, quasi oscene sono le poesie di Marco Rovelli, non nel senso di una qualche offesa pornografica al lettore, bensì per esposizione assoluta, radicale, dei propri sentimenti, delle proprie emozioni. C’è una veemenza linguistica che coincide con una violenza del mondo e non è puro esercizio di stile, ma tensione poetica che incarna l’umano sentire. E sentire è una parola chiave in questa raccolta perché il corpo, inteso come membra carne e sangue, è parte attiva e imprescindibile dello stare al mondo. Il corpo respira, si ritrae o si estende seguendo un rettilineo immaginario tracciato da ciò che ci circonda. C’è un dubbio sradicante e capillarmente diffuso che emana dai versi di Marco Rovelli, un dubbio doloroso che è vita e sale dell’animo umano. Deve averlo colto anche la giuria del Premio Alpi Apuane, che ha assegnato a Corpo esposto il suo premio speciale.
 
Il “corpo esposto” di Marco Rovelli
 
Il primo libro di poesie di Marco Rovelli (Corpo esposto, Massa, Memoranda Edizioni) è un libro furibondo, un libro che non concede requie ai suoi lettori e che non gli dà tregua né consolazione. Un esempio di questa sua scrittura che si trasfonde da furore a cenere è in questo suo:
 
Trittico del tempo III. Non recedo (è necessario) dall’attesa / che scava le ossa e le sostiene / e mi tiene: sospeso come il sole / nel solstizio, in un supplizio / che precipita il mio sguardo / nell’abbaglio del mancarci / nel contagio” (il libro di Rovelli, per scelta e per disdegno, non ha pagine numerate).
 
Un libro fatto di furore, di rabbia e di tenerezza (come sempre accade, da Rimbaud in poi, in questi casi). Rovelli è poeta del corpo e dei corpi (anche se non rinuncia alle connotazioni colte nella sua scrittura e si avvale di un sostegno teorico filosoficamente rilevante per enunciare le sue tesi – come si vedrà). Non solo poeta del corpo ma anche della rivolta, del rifiuto spasmodico della riconciliazione con il mondo, profeta di un oltre (uomo, mondo) possibile e radicale che non si darà oggi come non si è dato ieri se non per accenni, presentimenti, prefigurazioni, ammiccamenti, allucinazioni, epifanie:
 
“Reclamo la mia inappartenenza. / il barbaro richiamo senza terra / l’accoglienza al vento che devasta / e libera presenza / l’occhio rivoltato al poi / il corpo abbandonato al suo deserto. / Reclamo l’odio senza oggetto / l’amore che ne stilla senza colpa / il furore che abita il silenzio. / Reclamo la parola / la sua notte. / La mia riconoscenza”
 
Temi inconfutabilmente rimbaldiani questi ultimi ma trasformati in risoluzione esistenziale privata, senza richiamo all’Apocalisse prossima ventura, senza volontà di sopraffazione del destino. Rovelli sa che vivere nell’occhio del ciclone (come gli piacerebbe fare poeticamente) non è possibile: ogni tanto bisogna smettere di gridare e di avanzare nell’arena per accettarsi e ritrovarsi nel presente del quotidiano. Bisogna cercare nella noche oscura della parola poetica la potenza espressiva adeguata alla proposizione del problema.
 
“Avere il senso / nelle cose che sono / percorrere il limite / del pieno e del vuoto: / nel Due che è solo Uno / (nello Zero che è regno / di Nessuno)”
 
Il passaggio poetico attraverso l’Uno che si divide in Due per scivolare necessariamente nello Zero diventa  un atto “selvaggiamente religioso” (per citare uno dei numi tutelari della scrittura poetica di Marco Rovelli e cioè Georges Bataille): implica la necessità di ribellarsi al mondo per salvarne il salvabile, il suo nocciolo duro e incandescente, la sua bellezza assoluta insidiata dal relativo dell’angoscia e del deperibile. Ben lungi dal non avere una causa per cui combattere, Rovelli sa che lo scontro duro con il mondo non è evitabile ma neppure definitivo: è una guerra che si combatte ogni giorno e che ha il proprio corpo come posta in gioco e come necessità. L’unica via di salvezza (prospettata ma non assolutizzata) è nell’ excessus mentis – in quella capacità di attraversamento delle contraddizioni che permette alla “domenica della vita” di emergere quando la Storia viene obliata e la Necessità assoluta del vivere si trasforma in segno vivente dell’utopia.

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venerdì, 24 febbraio 2006

 

Santa Oriana martire
 
Nei libri di storia eventuali del prossimo secolo (ché dubito che ancora ve ne saranno), la Fallaci potrebbe venire dipinta alla stregua di un Gobineau, o forse di un Rosenberg. Ma ritengo più probabile che la Fallaci verrà dipinta come la Fallaci, ovvero un altro esemplare unico di stupidità razzista, delirio eurocentrico e ferocia bellicista.
Adesso la Fallaci si candida al martirio. Sono convinto che dalla sua vignetta su Maometto prossima ventura – annunciata come il compimento di una profezia – ella si attenda niente meno che una fatwa da parte di qualche imam. In tal caso sarebbe più dura per lei che non per Salman Rushdie. E’ noto che la mostruosa donna è divorata da un cancro. L’Oriana nazionale dunque non ha nulla da perdere. Essere in faccia alla morte è per lei motivo di presentarsi come angelo sterminatore. E’ l’occasione per santificare la propria esistenza. Per farne profezia. E’ il momento di compierla, quella profezia. Lei offre la sua vita (che è già nulla) al martirio. E in questo, ancora una volta, bluffa spudoratamente. Non ha nulla da perdere, e dunque nulla da mettere in gioco. Ha solo da guadagnare, da questa causa, una causa che si rivela per quel che è, la proiezione del suo narcisistico delirio di onnipotenza.
Auguriamoci che il cancro si affretti a fare il suo lavoro, e ce la porti via prima di avere Santa Oriana martire.
 
E allora mi tocca scriverlo ancora, per la terza volta, come una litania:
E' davvero giunta l'ora che te ne vada, Oriana. Che la tua bocca taccia per sempre, e cessi di vomitare odio. Ché adesso li vedi, i risultati che provoca l'odio: s'incarna nel corpo, ed è carne cattiva. Fa male odiare così tanto, fa male l'odio quando non nasce nell'amore ma nella separazione. Se almeno il tuo cancro fosse un segno. Se almeno potessi caricarti sulle spalle l'odio che hai proferito, quell'odio che ti sei fatta carico di restituire. Ma questo è un destino sacro, il destino di azazel. E tu non hai dignità di capro espiatorio. Del pharmakon, che è medicina e veleno insieme, tu non sei che la parte velenosa. E magari fosse che il veleno si esaurisse con te. Resterà, invece, come resteranno le parole che ti hanno attraversato, che tu hai fatto ostensorio della tua rabbia personale, che hai esibito con il tuo orgoglio schiumoso. In fondo non eri che una piccola particola del male, che nella poltiglia del male si dissolverà.

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martedì, 21 febbraio 2006

 

Della bellezza.

Nel palazzo occupato di via Collatina i lunghi corridoi da uffici ministeriale mi riportavano alla mente quello del film Caché. Ma era solo la vista che indugiava in quel nascondimento. Il resto era lì, squadernato agli altri sensi. Il profumo di incenso, le voci da dietro le porte.

La stanza che mi ha accolto è piccola e stretta, con due letti e della pareti spoglie. Accanto alla porta un frigorifero, verso la grande finestra un armadio. Mi siedo con Carla sul divano. Sul tavolino, injera - una sfoglia di pane spugnoso, fermentato naturalmente - e zighinì, un’ottima carne speziata e piccante. Da mangiarsi rigorosamente con le mani. Le ragazze eritree sono felici quando mi vedono avvolgere lo zighinì nell’injera, spalancare la bocca e farne un buon boccone. Non capita spesso che gli italiani sappiano mangiare a modo i piatti della nostra cucina. Nella convivialità c’è la prima fiducia. La prima comunione. E all’offertorio il rito del caffè, grani messi a tostare, macinati e filtrati, con un incenso acceso a dare il senso alla preparazione.

Sopra un letto un’icona del Cristo. Sopra l’altro letto, delle foto di splendide ragazze eritree. Star del cinema, immagino. Ma quando sto per andare via, chiedo chi sono, e mi dicono: Siamo noi. Queste ragazze dimesse sono quelle splendide ragazze. Mentre parlavo le vedevo belle, ma di una bellezza potenziale, o latente. E non vedevo che la latenza è come qualcosa che può raccogliersi, diminuire di intensità, per tornare fuori ancora, come per un punto di irradiazione. Che quelle ragazze abbiano il tempo e l’agio per tornare a irradiarsi.

 


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venerdì, 17 febbraio 2006

 

Stabili.

In via Collatina, a Roma, c'è uno stabile abbandonato occupato da eritrei ed etiopi in fuga dalla guerra e dalla dittatura. Domani sarò lì, per testimoniare. Di seguito, la lettera al prefetto di Roma all'indomani dell'occupazione, il 12 ottobre 2004. Da allora nulla è cambiato.

Siamo circa 200, tra etiopi ed eritrei, fuggiti dalle nostre terre a causa della guerra e della difficile condizione politica. Rischiando di morire, abbiamo attraversato il deserto e il mare mediterraneo, in cerca di asilo e di protezione.

Poiché la Commissione per il riconoscimento dello stato di rifugiato è a Roma, siamo costretti a venire in questa città. Ma per vivere dignitosamente abbiamo bisogno quantomeno di un posto per dormire. In Italia i richiedenti asilo non possono lavorare ed i centri di accoglienza sono insufficienti e non organizzati per garantire l'autonomia di ognuno di noi. Solo il magazzino di Tiburtina è riuscito a rispecchiare, seppure tra mille difficoltà, la nostra idea di accoglienza fondata sull'autogestione e la solidarietà tra le comunità. E dopo la chiusura di Tiburtina, Action ha tentato di darci un aiuto per affrontare la nostra difficile condizione.

A causa di tutti i problemi che abbiamo elencato, siamo costretti a occupare lo Stabile di via Collatina 385, compiendo un atto illegale.

Resteremo qui, perché non sappiamo dove andare.

Le chiediamo di venire a trovarci qui in via Collatina per vedere con i suoi occhi chi siamo, come viviamo e per discutere assieme a noi un modo per risolvere i nostri problemi.

Comunità rifugiati eritrei e etiopi


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mercoledì, 15 febbraio 2006

 

Indefinita identità.
 
Non si sa mai con chi si parla quando si parla con te. Chi mi ha detto questo ha ben compreso. Sfuggire a ruoli e identità, trapassare in altro – è questo solo che assume senso. E’ solo nel far senso che il senso si scopre. Nell’immane lavoro (senza recupero, senza riserve) del negativo. Senza fondo. E al di là del serio.
E’ qui, adesso, che espongo dunque la mia indefinita identità. Dove l’essenziale, intramato di silenzio e luce, non si scrive. L’essenziale non è che la forma della traccia. Il gesto stesso di questa scrittura.
 
E poi, amica mia (poiché come tale ti parlo adesso, anche se i nostri sono solo scambi di 'colleghi' di cattedra), mi hai indovinato. Non ho identità, né voglio averla.
Guarda un po’ cosa ho scritto di me per la quarta di copertina del mio libro a venire (per la cronaca: Lager italiani. BUR 2006):
 
Marco Rovelli (Massa 1969) non ha un’identità definita. Scrive e canta canzoni (con Les Anarchistes, vincitori del premio Piero Ciampi 2002 per il miglior debutto discografico, e nello spettacolo Una Vita). Scrive poesia (Corpo esposto, Memoranda 2003). Scrive di filosofia (cura tra l’altro la prima edizione italiana di Sacrifices di Georges Bataille per Stampa Alternativa) e di storia (Atlante storico Garzanti 2003). Insegna, di tanto in tanto, storia e filosofia.
 
Definire un’identità, rinserrarsi in un ruolo – significa finirsi. E se guardi sopra, nell’esergo a questo spazio, vedrai che, se io parlo di anarchia, lo faccio per parlar d’Altro. Definire, scrisse il cantore, significa confessarsi battuti in partenza. Per questo scalpito nelle obiezioni e nella filosofia.
 
E per questo voglio vedere e pensare altrimenti.

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martedì, 14 febbraio 2006

 

Un collegio in-docente 
(di alternative settimane, congiuranti borborigmi e informi lai).
 
Alle tre scattava come nervo d’atleta ai coriacei cuori educatori il consiglio d’istituto. O trattavasi piuttosto d’un un collegio docenti? Non lo so non lo voglio sapere che differenza fa, salmodiava il Lindo di casa ad Istanbul.
Giunto l’infrascritto Alderano (ovvero il reviviscente Evasio Stoppani, scomparso anni fa in una Harare brulicante di fiamme) – giunto, dicevasi, con all’incirca due ore di ritardo, ché gliene sovvenne solo allo scoccar della mezza prima dell'ora del té, nessuno si accorse della sua trascorrente presenza, essendo impigliati i coriacei cuori educatori dinanzi ad una schermata blaterante orari e progetti didattici che saranno, come uso e costume, resi al vento ed esposti a disseccare al sole del Qohelét.
Alderano si rimpiattò in ultima fila per dieci minuti, fino al secondo segmento del consiglio-collegio. Là dov’eran per squadernarglisi agl’occhi gli sgambettii e i borborigmi dei sopradetti coriacei cuori educatori, presi come belve al proprio stesso guinzaglio caudino, scagliantisi l’un l’altro parole ed alti lai, parole in forma di forconi e informi lai. Oh, quali educatori mai! dicevasi Alderano impertinente, Quali educatori qui s’intorcigliano viscere e preparansi pitali!
(Che non ognuno di loro ricadesse in tal pitale andrebbe forse precisato, ché ciò non vada ad onta di quegli il di cui spirito s'eleva, né ad onta del loro sincero ed autentico travaglio; siccome preciseremo che qui trattasi della forma del serraglio e non delle belve in esso rinserrate - confidando che metafora e ironia sieno comprese ed afferrate da quegli ch'abbia giusto un briciolo d'acume. Trattasi insomma della distorta visione di un risorgente Evasio Stoppani, giammai dell'obbiettiva realtà del gegenstand. Anche perché Evasio Stoppani non trovasi disposto alla credenza nell'obbiettività).
Le offese, le ripicche, i feriti orgogli e i deposti onori, tutto congiurava a far carte quarantotto di quella assemblea così d’alti ingegni munifica. Un battaglia senza fine, e soprattutto senza inizio.
Alderano pensava alle piccole belve che lo affliggevano nella classe di liceo, bambineschi pupilli le di cui intelligenze rassomigliano alle fioche luci elettriche a mo’ di diadema incastonate negli elmetti dei minatori, e le loro vite destinate ad aggirarsi in una tenebra incessante. Specchi l’un l’altro comunicantisi, l’un dell’altro cagione ed effetto, l’un l’altro richiedentisi, siccome il servo impaurito anela alla frusta, la quale per converso necessita del servo.
Ma accettava, come si conviene a chi abbia compreso l’amor fati, ciò che l’amoroso e tragico fato gli offriva: uno spettacolo di barbarie, una scuola in fiamme, una interminabile tenzone di puerilmente deliberata crudeltà tra educatori ed educandi, finché – inch’allah – il mondo non avrà a terminare in un mirabile sussurro.
Nel frattempo, in attesa del sussurro, una integerrima docente di barbarico idioma si aggirava come un finto vaso Ming - anni trentanove di servizio! gridava, anni trentanove di servizio! - piroettando su se stessa, e pure lei mandava lai. Altissimi lai.
Oh la didattica alternativa! Oh questi giovani che invece di tendere padiglioni e trombe alla voce del docente, e di imitarne il suono (I come, You come, He comes), hanno sprecato una settimana a guardar films e discettare di argomenti a lor desio! A questo si è ridotta la scuola!
Io – declama il finto vaso Ming continuando a piroettare su se stesso – non sono capace di parlar di pederasti, perché io sono normale, lo Stato mi ha assunto da trentanove anni perché sono nella normalità, e ne vado fiera.
E dopo cotanta piroetta del pensiero, Alderano (ormai redivivo Evasio Stoppani) si dileguò nel crepuscolo del giorno.
 

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sabato, 11 febbraio 2006

 

Il cunto del puparo.

Ho appena visto cinque minuti del programma di Ciprì e Maresco. Geniali, come sempre, incantatori e ingannatori. Ma la cosa più straordinaria è stata la performance (non saprei come dire diversamente) di un puparo che raccontava di un immaginario sbarco dei pirati a Palermo. Lui si chiama Mimmo Cuticchio, e il suo è davvero grande teatro. Un teatro antico, "il cunto".
La sua affabulazione porta un mondo con sé, un mondo mitico che sta tutto nella grana delle voce e nel suono figurale del dire - nella forza-impeto impresso alle singole parole e nel ritmo della frase. Poi, d'un tratto, nel fuoco della battaglia, il racconto si smembra, scarta dal significato, si fa pura catena significante, battaglia di fonemi che cadono a precipizio, e tu che ascolti ti scopri a bocca aperta, preso in quel cerchio magico, nella pura forza di un aedo d'altri mondi.
Anche noi, a passi da gigante, ci avviamo verso il precipizio.


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lunedì, 06 febbraio 2006

 

 

Chi se lo prende il diritto?

(Marx, Maometto e il telegramma di Ems)

1. Sabato, nello spazio commenti di Loredana Lipperini, dicevo (anche) questo:

La domanda più penetrante è: chi pone la questione? Che cosa vuole? In funzione di cosa? Quali sono, insomma, le forze che (im)pongono la legittimità di una domanda? Grazie a quali strumenti? Insomma, mi parrebbe preliminare a ogni giudizio una verifica genealogica della questione.

Le vignette, com'è noto, sono state disegnate perchè uno scrittore di un libro per bambini lamentava di non trovare nessuno che volesse raffigurare Maometto. I fondamentalisti non vogliono. Ma ciò non fa parte del 'dogma' islamico. Nella storia dell'arte musulmana Maometto è stato messo in figura. Dunque la decisione del giornale (di destra) danese di rispondere a questa paura con il bando di un concorso per vignette satiriche su Maometto (estendendo alla religione islamica tout court ciò che appartiene a una sola frangia) è dettato da una sorta di profezia che si autoavvera. Ciò che è confermato dal fatto che a riprendere immediatamente quelle vignette è stato un giornale norvegese 'cristiano'. Che, immagino, non avrà mai pubblicato vignette satiriche (per chi crede: blasfeme) su Gesù.
Ora, io credo che la blasfemia sia segno di salute, Io voglio un dio di cui poter ridere, scriveva Nietzsche. Ma la blasfemia non può essere usata, come è usata in questo caso, come un'arma ideologica contro il nemico. E' prima di tutto una purificazione di sè. Solo dopo diventa la risata che seppellisce. Ma chi deve essere seppellito è il Capo (il re dev'essere denudato, la Testa tagliata...). Se è il Capo che ride, con la sua grossa testa, c'è qualcosa che non va.

Insomma, siamo di fronte a un problema agito in maniera strumentale (le forze non sono mai neutre. Non credo sia necessario richiamare Foucault). Nell'orizzonte di senso attuale questo problema non può che acquisire un senso determinato. E in quel senso è letto da masse arrabbiate, impoverite, frustrate.

Se tu ti fai vedere a fianco di un aggressore (e sei tu che stai a fianco, che ti accodi, all'aggressore neocon, non certo viceversa), allora l'aggredito ti identifica con l'aggressore. E' naturale. Non è bello, ma ahimé funziona così.

 

2. Di fronte alla prosecuzione degli eventi, confermo tutto, e aggiungo altri elementi.

E’ bene tenere a mente che questi che protestano sono pur sempre una minoranza. Come una minoranza era la jeunesse dorée dopo il Termidoro, come una minoranza erano gli squadristi dopo il biennio rosso. Sono minoranze, ma minoranze pericolose. Dunque la cosa più importante, adesso, è non far schierare al loro fianco nuovi adepti. Insistere sul principio astratto della libertà di stampa, adesso, avrebbe questo effetto. Non per niente lo fa Borghezio, che ha la bava alla bocca nell’intravedere uno vero e proprio scontro di civiltà. (Certo, il governo americano ha deplorato la vicenda: lui naviga già in cattive acque, nuovi intralci non sono i benvenuti. E poi, qualcuno crede che sia per la libertà che stanno in Medio Oriente?)

Nelle vignette le masse frustrate e arrabbiate vedono solo il Capo che ride. Nient’altro. Non vedono l’espressione della libertà, ma la beffa dell’oppressore. Finché non si capisce questo (finché, mi verrebbe da dire, non si torna a ragionare marxianamente: non per principi astratti, ma nella materialità degli eventi), siamo oggettivamente schierati a fianco dell’oppressore. Come in una nuova union sacrée. Che muoverà contro i vandeani come un sol uomo: ma stavolta a muovere contro di loro non ci saranno i giacobini, bensì i termidoriani, con gli hebertisti accodati e manipolati.

(Del resto, la storia ci mostra quante volte scintille di questo genere abbiano fatto divampare fuochi. Avvenne così, ad esempio, nel 1870, in occasione del famoso telegramma di Ems, quando un’orchestrazione di Bismarck, montata da una campagna di stampa, fu sufficiente a far scoppiare la guerra franco-prussiana, e l’onore offeso fece erompere in un sol grido: A Berlino! A Berlino!)

 

3. Due riflessioni con cui concordo si trovano da Avempax e su Carmilla.

 

4. Infine, al nuovo post di Loredana, ho appena commentato questo:

Cara Loredana,

perdonami se mi autocito, ma la seconda poesia del mio libretto Corpo esposto ha questo incipit: “Reclamo la mia inappartenenza / il barbaro richiamo senza terra / l’accoglienza al vento che devasta / e libera presenza”. A suo tempo ho rivendicato l’inappartenenza come principio ontologico, in un dialogo con Massimo/Azioneparallela (il dialogo – con il titolo Lezioni di anarchia 1  - si trova su www.millepiani.net, nella sezione ‘materiali’ ).

Però io credo che se a sollecitare in appartenenza è chi non cessa di rivendicare la propria identità – e, peggio ancora, non cessa di farlo da posizioni di forza -, allora il suo scopo non è quello di far disappartenere per inappartenere, bensì semplicemente quello di annichilire l’identità altrui per imporre la propria.

Occorrerebbe insomma tornare a ragionare marxianamente, ovvero materialisticamente. E ricordarsi, magari, del telegramma di Ems, dell’onore identitario offeso che fece erompere in un sol grido, A Berlino! A Berlino!

 

 


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venerdì, 03 febbraio 2006

 

Yâ Sîn
Sono rimasto un mese e mezzo per trovare il viaggio, mi dice Salah. Lo dice in realtà al mio amico marocchino che mi traduce dal suo arabo, e me lo restituisce. Ero a Zleb. Suppergiù è quello il nome. Non posso certo chiedergli di farmi lo spelling. Sono partito il venticinque giugno, dice. Eravamo in ventisei su una barca di sei metri. Avevamo pagato milleduecento euro a testa e loro ci avevano dato la barca e la bussola. Il guidatore non c’era, così guidavamo a turno. Sapevamo che ci volevano due giorni, e che quando saremmo arrivati in vista della costa italiana avremmo dovuto abbandonare la guida. Ci avevano informati che il guidatore rischia la prigione. Qualcuno s’è incagliato per questo, ci sono stati morti, ma noi speriamo nella fortuna. Continuo a sperarci, da quando sono venuto via dal Darfour, da quando ho traversato il deserto per la Libia. Il viaggio doveva durare due giorni, siamo stati in mare nove giorni. Il secondo giorno abbiamo finito la benzina, siamo andati alla deriva. Non c’era più da mangiare, né da bere. E c’era un caldo che prosciugava. Ci buttavamo in acqua, quelli di noi che sapevano nuotare. E bevevamo sale. Poi, al sesto giorno, nessuno aveva più le forze di buttarsi in acqua. Nemmeno più le forze per sperare: erano passate navi, nessuna si era fermata, aspettavamo e basta.
Ti faccio una domanda stupida adesso, così dico a Salah attraverso il mio amico. Vorrei chiedergli di restituirmi in parole quell’esser là. In una situazione talmente impossibile che neppure una domanda riesce a essere articolabile con un senso. La domanda la balbetto, non so come il mio amico la riformuli nel suo arabo. Salah ride. Poi, racconta. Osservo il suo volto concentrato, raccolto.
I musulmani credono nel Libro, mi riporta il mio amico. Se nel loro destino c’è che devono morire su quel mare, loro aspettano di morire. Ma credono anche che nel loro destino possa non esserci la morte. Per questo devono solo aspettare. Infatti nel loro destino non c’era di morire…
Vedo Salah con i suoi venticinque compagni, in quella deriva al limite, recitare quarantuno volte al giorno la sura Yâ Sîn. Uno legge, gli altri seguono. Poi compare una nave all’orizzonte, sono le quattro del pomeriggio, si ferma, loro continuano ad aspettare, devono aspettare ancora sette ore, le forze di qualcuno stanno per venir meno anche se la salvezza è alla vista, alle nove arriva la barca della polizia, li sollevano, nessuno di loro è in grado di alzarsi, altre tre ore e mezzo e sono a terra.
 
Solo una traversata. Poi l’asilo politico, il treno, scendere e salire dal treno che arriva il controllore, la stazione di Milano, le notti alla stazione, lo stabile occupato, lo sgombero dello stabile occupato, le notti al gelo della Milano natalizia, i politici che non vogliono creare precedenti, la marcia su Ginevra accampati davanti alle Nazioni Unite, lo sgombero dai giardini, un ricovero provvisorio, un incontro, un lavoro, e poi bisogna ancora attendere, attendere, attendere…
 
Ecco un segno per loro: la terra morta cui ridiamo la vita e dalla quale facciamo uscire il grano che mangiate. 
Abbiamo posto su di essa giardini di palmeti e vigne e vi abbiamo fatto sgorgare le fonti,  
affinché mangiassero i Suoi frutti e quel che le loro mani non hanno  procurato . Non saranno riconoscenti? 
Gloria a Colui che ha creato le specie di tutto quello che la terra fa crescere, di loro stessi e di ciò che neppure conoscono. 
E' un segno per loro la notte che spogliamo del giorno ed allora sono nelle tenebre. 
E il sole che corre verso la sua dimora : questo è il Decreto dell'Eccelso,  del Sapiente.  
E alla luna abbiamo assegnato le fasi, finché non diventa come una palma invecchiata . 
Non sta al sole raggiungere la luna e neppure alla notte sopravanzare il giorno. Ciascuno vaga nella sua orbita. 
E' un segno per loro, che portammo la loro progenie su di un vascello  stracarico .  
E per loro ne creammo di simili sui quali s'imbarcano. 
Se volessimo li annegheremmo, e allora non avrebbero alcun soccorso e non sarebbero salvati 
se non da una Nostra misericordia e come temporaneo godimento.
  

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giovedì, 02 febbraio 2006

 

Apua Mater
 
Ieri sera ho inciso la parte vocale di un pezzo del prossimo cd, il secondo, del mio amico Davide Giromini (qui è scaricabile gratuitamente il suo primo cd, Apua Mater: fatelo, ne vale la pena. Una canzone del cd – Libertà – è presente, riarrangiato, nel secondo cd de Les Anarchistes, col nome di Apua natia). Il brano che ho inciso ieri sera, lo amo molto: si intitola E qualcuno poi disse, e fu scritto nel pieno della lotta antipsichiatrica che avrebbe portato alla legge Basaglia da Gianni Nebbiosi. Il quale, poi, avrebbe abbandonato la carriera di musicista per dedicarsi esclusivamente a quella di psicoterapeuta (qui, ad esempio, si può trovare uno scritto molto interessante sulla nozione di senso comune in Bion). La canzone racconta di quanto sottile e scivolosa sia la soglia tra follia e normalità, quanto soggetta al giudizio e alla socialità, con una linea del canto dolce, struggente, e insieme aspramente lucida. Cantarlo mi ha condotto su quella soglia, ek-staticamente. E’ su questa soglia scivolosa – la soglia dell’essere, la soglia del delirio – che ci si scopre, come togliersi la pelle e scoprire le ossa. E senza questi momenti sovrani, la vita non sarebbe mai vissuta.

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