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cirque de la solitude
“Il poeta produce il bello con l’attenzione fissata su qualcosa di reale. Lo stesso avviene con l’atto d’amore. Sapere che quest’uomo, che ha fame e sete, esiste veramente come me, questo basta, il resto viene da sé” (Simone Weil)
“L'anarchia viene dal di dentro. Non c'è un modello di anarchia, né alcuna definizione. Definire, vuol dire confessarsi battuti in partenza. Definire, vuol dire fermare il treno nella notte quando devia sullo scambio. Tanto vale ammettere che si ha fretta di farla finita con la comprensione dell'avvenimento. Proprio per la sua inattitudine di fondo a non saper definire niente, l'uomo scalpita nelle obiezioni e nella filosofia” (Léo Ferrè)
QUANTO ALLA MUSICA, CI SONO IL MYSPACE E IL BLOG SBANDATI il 23 luglio esordio/anteprima di LibertAria al festival UrlaPadula a Carrara
giovedì, 27 aprile 2006
Biforcazioni.
Così rispose l'ebrea Hannah Arendt a un sionista che dopo la pubblicazione di Eichmann a Gerusalemme le rinfacciava di non amare il popolo di Israele: “Non amo i popoli. Amo solo i miei amici.”.
postato da alderano
19:13 commenti (8)
domenica, 23 aprile 2006
Laicità e religiosità
I rappresentanti d'istituto mi hanno chiamato a un dibattito a scuola, mercoledì mattina, su "Laicità e religiosità". Due a rappresentare la laicità, due (insegnanti di religione) a rappresentare la religiosità. Ora, va da sé che io contesterò immediatamente l'impostazione di tale dibattito. Le due sfere non dovrebbero entrare in frizione, sono due piani separati, se c'è conflitto è solo perché il fondamentalismo religioso intende annettersi tutto il campo della religiosità. Così, io rappresenterò le ragioni (anzi, la ragione) della laicità, ma rivendicando tutta intera la mia religiosità.
Noi siamo selvaggiamente religiosi, scriveva Bataille.
Religioso è il corpo, è l’unione dei corpi che si amano, come in un romanzo di Henry Miller. E’ l’intimità delle coscienze che si produce in questa unione, questa fusione incandescente di esseri che si toccano, si contagiano, trapassano l’uno nell’altro. Gli esseri che escono dalla loro separatezza e si fanno Altro – Questo non è più il Mio corpo.
Le religioni hanno sempre avuto il tabù del corpo, della sessualità, perché in uno scambio erotico, in un corpo a corpo che è – immediatamente, senza mediazioni – anima ad anima, in quello scambio si produce un’intimità che sfugge al potere, a chi vuole il controllo sulle coscienze. Perché il contagio con l’Altro rende autonomi, e mostra la ricchezza della vita. Il tremito meraviglioso dell’essere si svela solo a chi si denuda, per tornare a Hegel attraverso Jean-Luc Nancy. Insegnava Spinoza, grande maestro di etica, ed etica profondamente, cosmicamente religiosa, eppure, allo stesso tempo, condannata come atea, eretica (dunque sfugge a quel reservatum ecclesiasticum: a quel potere temporale di chi ritiene lo spirito come propria riserva di caccia) – i corpi producono tante più idee, e tanta più verità, nel momento in cui entrano in contatto con gli altri, in cui escono dalla loro isolatezza, quando incontrano l’altro, e quando lo incontrano senza custode, in piena autonomia, quando escono dal recinto facendo esperienza, arrischiando il proprio essere, la propria esistenza nella meravigliosa immensità della vita, mettendosi in gioco nella vita che è sacra di per sé senza un sacer-dote (colui che dispensa il sacro) che indichi l’essenza, il bene, il giusto – tutte cose che occorre scoprire da sé.
postato da alderano
14:09 commenti (22)
venerdì, 21 aprile 2006
In questo periodo sono presissimo: correzione di bozze del libro (che uscirà non più il 24 maggio, ma nella prima settimana di giugno), scuola (frenesia pre-esame-di-stato; oggi giornata con flusso ininterrotto di genitori), amore (last but the first). Così sono costretto a trascurare il blog. Giusto per non lasciarlo inattivo, trascrivo la scheda di presentazione di Lager italiani, con un brano dalla prefazione di Erri De Luca a mo' di esergo e uno della postfazione di Moni Ovadia come cauda.
LAGER ITALIANI
All’altezza degli occhi
Questi racconti sono la versione moderna della “storia della colonna infame” di Manzoni. Allora, al tempo della peste, si svolsero osceni processi contro innocenti accusati di spargere il morbo. Oggi si condannano senza alcun grado giudiziario degli esseri umani a scontare pena in un recinto di appestati. E’ la nostra storia delle colonne infami e un giorno dei figli chiederanno certo conto ai padri di quello che hanno lasciato fare, permesso, incoraggiato col silenzio.
Dall’introduzione di Erri De Luca
Storie di abusi ordinari, racconti di vite migranti passate per la detenzione dei CPT, i Centri di Permanenza Temporanea, i campi dove vengono trattenuti gli immigrati in attesa di espulsione, o di identificazione. Una detenzione ‘amministrativa’: chi viene recluso in quei centri non ha commesso alcun reato penale, ma è lì solo per la sua condizione di migrante irregolare. Questi centri - spesso confusi con i centri di accoglienza, e che invece sono centri di dura detenzione - sono i terminali di una politica migratoria che non è basata sull’integrazione, ma sulla chiusura della fortezza Europa e sulla precarizzazione dei diritti dei migranti.
Perché Lager italiani? La parola lager, in tedesco, significa campo. Essa designa, da un punto di vista storico e giuridico, un luogo in cui tutti i diritti sono sospesi. Il migrante detenuto in tali strutture non ha alcuna garanzia giuridica. Per la legge, chi viene trattenuto in un CPT non ha nemmeno il diritto di essere considerato un detenuto: egli è semplicemente un ospite.
Il migrante rinchiuso in un CPT è perciò strutturalmente esposto all’abuso. E gli abusi raccontati nelle storie di questo libro sono tanti. Ma ancor prima dei pestaggi e delle violenze delle forze di polizia, l’abuso più grande è il fatto stesso della sospensione del diritto, che comporta anche la sospensione della stessa esistenza del migrante. Il quale è consegnato al nulla, deprivato di senso, schiacciato nelle gabbie dei CPT senza aver commesso un reato, ma solo per una condizione esistenziale. Un vuoto interminato, senza passato né futuro: questo il sentimento comune a chi finisce nei CPT, che si chiede continuamente “perché”, ed è un perché che non potrà trovare risposta.
Nei CPT le persone sono disciplinate, destinate ad abbassare gli occhi. Per questo il sottotitolo del libro è: All’altezza degli occhi. Se non hai diritti, non puoi rivendicare alcunché. Se osi alzare gli occhi, ti assumi un rischio. Non a caso queste storie raccontano, ad esempio, come al CPT Regina Pacis di San Foca, a Lecce, il direttore del centro don Cesare Lodeserto passava in rassegna i ‘trattenuti’ in fila per i pasti guardandoli negli occhi: chi reggeva lo sguardo era punito con pugni e schiaffi.
Nel libro i CPT vengono raccontati attraverso gli occhi delle persone che hanno avuto la sventura di finirci dentro. E più di una disamina giuridica o storica, è la concretezza delle storie di persone in carne e ossa, di vite sospese e negate, a documentare come il CPT sia un abominio giuridico da cancellare.
Per un anno l’autore ha incontrato persone che sono passate dalla detenzione nei CPT, e ne ha riscritto le storie cercando di restituire il loro sguardo. L’intendimento è stato quello di raccontare il CPT - un non-luogo - nel suo esser-transito di non-persone, ognuna delle quali ha una storia dietro, una storia che lì, in quel gorgo, viene rimossa, e pure affiora proprio in quanto rimosso.
Nel libro non ci sono solo storie. Nella seconda parte, infatti, si traccia il profilo giuridico dei CPT, la storia della recente legislazione sull’immigrazione, la genealogia dei centri, la loro dislocazione, una panoramica centro per centro, le principali violazioni dei diritti riscontrate, i dati complessivi disponibili su trattenimenti e costi. Insomma una sorta di sommaria ‘introduzione ai CPT’.
I clandestini rinchiusi nei CPT, non vivono come gli internati dei lager nazisti. Se ci riferiamo alle loro condizioni strettamente materiali, la correlazione è improponibile ed è lo stesso autore a segnalarcelo nel suo acuto saggio conclusivo per non prestare il fianco ad eventuali critiche capziose che mirassero strumentalmente a banalizzare l’intero discorso. Il merito non è quello delle pur ignobili condizioni della mera esistenza dei reclusi, indegne di una qualsivoglia civiltà, bensì le coordinate giuridiche ed ontologiche che definiscono il clandestino e che ne legittimano la reclusione in uno spazio d’eccezione in cui viene spogliato di ogni status e di ogni diritto.
Marco Rovelli, con la forza di una narrazione che trapassa ogni possibile indifferenza o attenuazione di convenienza e con una lucida, appassionata riflessione politico-filosofica nel solco dei fondamentali studi di Hannah Arendt e di Giorgio Agamben, dimostra che i CPT sono dei lager veri e propri e che il ventre che partorisce questo obbrobrio, è il ventre pasciuto della nostra società occidentale.
Dalla postfazione di Moni Ovadia
postato da alderano
19:25 commenti (1)
mercoledì, 19 aprile 2006
Berlusconi ha perso. Bisogna vedere in che modo il centrosinistra riuscirà a governare. Adesso però si tratta di non delegare nulla. Il voto lo abbiamo dato, ok, ma solo perché momento tra i tanti di una prassi politica ben più ampia. La politica (al limite: dunque anzitutto come im-politica) è sempre. E da questo sempre si tratta di contrastare radicalmente il conservatorismo innato di questa classe politica. Porto come elemento di riflessione uno degli editoriali a mio giudizio migliori apparsi in questi ultimi tempi. Ieri, sul manifesto, di Marco D'Eramo.
Maledetto popolo
Silvio Berlusconi come Vanna Marchi? Gli italiani creduloni abbindolati dalla telepromozione politica? C'è qualcosa di davvero inquietante nel modo in cui tanta sinistra ha reagito al voto del 9 e 10 aprile. Il più delicato: «Che paese di merda!». Il più civico: «Io emigro ». I nostri esponenti riecheggiano le nobildonne che un tempo addossavano alla «plebe» tutti i malanni d'Italia. Sembra che in tanti abbiano preso sul serio la tagliente ironia di Bertold Brecht, per cui quando un popolo smentisce un governo, il governo deve cambiare popolo. Se la sinistra non ha vinto con ampio margine, è quindi colpa del maledetto popolo. Mai che fosse colpa nostra, ovvero dei nostri dirigenti, della classe politica di sinistra. Vorrei perciò esporre una tesi opposta, non tanto per amore del paradosso, quanto per mettere qualche paletto all'ipotetico, futuro governo di centrosinistra. La tesi è: lungi dal essersi fatti circuire, gli italiani hanno votato in modo razionale in funzione dei propri interessi, in base alle (seppur scarse o manipolate) informazioni di cui disponevano. Le informazioni di cui dispongono i cittadini è che, per quanto riguarda la politica economica, da più di un decennio, in quasi tutto il mondo le parti in commedia si sono invertite tra destra e sinistra. La sindrome della sussidiarità a sinistra Dieta drastica Si è dimenticata la ragione del successo di Berlusconi nel 2001: la drastica dieta dimagrante che il governo di centrosinistra aveva imposto all'Italia La destra aumenta spesa pubblica e deficit, la sinistra fa prova di «responsabilità fiscale ». L'esempio più vistoso è costituito dagli Usa dove Bill Clinton portava in attivo il bilancio dello stato, mentre George Bush apre le voragini del deficit pubblico. Si è dimenticato con troppa facilità che la ragione più importante del successo di Berlusconi nel 2001 fu la drastica dieta dimagrante che il governo di centrosinistra aveva imposto all'Italia per consentirle di rientrare nei parametri di Maastricht: l'entità del salasso non fu mai rivelata, ma è presto calcolata. Negli anni '90 il debito pubblico italiano si aggirava intorno al 120% del prodotto interno lordo. Il puro servizio del debito viaggiava perciò intorno al 6-7%. Portare il deficit pubblico al 3% implicava quindi che ogni anno un 4% fosse sottratto alla ricchezza nazionale solo per mantenere il debito ai suoi livelli precedenti. Se poi si voleva diminuire il debito totale, altro salasso andava praticato nei portafogli degli italiani, e i nostri cerusici non si risparmiarono. Si dirà che si trattava di ridurre l'onere della rendita finanziaria: traduzione: il popolo dei Bot fu massacrato. Perciò a Berlusconi per vincere alla grande bastò l'impegno di far ricominciare a girare il denaro, con le promesse esplicite di grandi opere e di riduzione ufficiale delle tasse, e invece la promessa implicita di riduzione ufficiosa delle tasse, consentendo un'evasione alla luce del sole (promessa mantenuta). Come è noto, i tanto ventilati denari non si sono mai visti, le grandi opere sono rimaste allo stato di inaugurazioni bidone e il prelievo fiscale ufficiale è rimasto più o meno inalterato. Da qui la delusione di tanta parte dell'elettorato. Persino il popolo dell'Iva si è sentito tradito. Evidentemente però la delusione per la destra non bastava a ribaltarsi in fiducia per il pronte opposto. Infatti con quale obiettivo primario nel 2006 la sinistra si è candidata al governo? Con quello di risanare i conti pubblici. Il che in buon italiano vuol dire o ridurre le spese o aumentare le entrate, o ambedue. E gli italiani un primo doloroso assaggio di questo risanamento lo avevano già avuto prima con i governi Amato e Ciampi e poi tra il 1996 e il 2001. In tutta la campagna al centro del dibattito sono state le entrate dello stato, mai le sue uscite. Abbiamo - più o meno - saputo come sarebbero aumentati gli introiti (lotta all'evasione, imposizione sulle plus-valenze finanziarie), ma non ci è mai stato detto con chiarezza come questi soldi sarebbero stati spesi. Un programma di più di 200 pagine è un nonprogramma. Nel 1981 la sinistra francese vinse con un programma che oggi sarebbe definito leninista (nazionalizzazione di tutti i gruppi bancari, aumento del salario minimo, quinta settimana di ferie pagata, abolizione della pena di morte..). Insomma, il lavoratore dipendente che votava per François Mitterrand, sapeva perché votava e aveva una speranza di mettersi qualcosa in tasca e portare qualcosa a casa. Alternativamente, nel 2003 in Spagna Zapatero - assai conservatore in politica economica - era però esplicito, anzi radicale, sui temi «liberal »: ritiro dall'Iraq, aborto, Pacs... Anche qui l'elettore sapeva che cosa gliene veniva. Nel 2006 in Italia l'elettore della casa delle Libertà sapeva per che cosa votava, invece l'elettore di sinistra non lo sapeva: il lavoratore dipendente italiano avrebbe dovuto votare per la sinistra solo per dire no a Forza Italia. È una storia che viene da lontano. Poiché nel nostro paese non c'è mai stata una vera e propria classe borghese (ci sono sì famiglie ricche, ma esse non hanno mai costituito una classe con la sua ideologia e il suo apparato statale), almeno dal 1946 la sinistra italiana si è addossata un ruolo di sostituto della borghesia. Per usare il linguaggio degli euroburocrati, da decenni la sinistra italiana è vittima della sindrome di sussidiarità, si sente cioè costretta a fare tutto quel che la non-borghesia italiana non fa. Il marxismo aveva coniato una bella espressione: «farsi classe generale», il che avviene quando una classe specifica convince tutte le altre classi che, lottando per i propri interessi, persegue in realtà quelli di tutta la società generale. Oggi la sinistra pretende invece di «farsi classe generale» subendo l'egemonia altrui e sacrificando i salariati agli interessi delle altre classi. Non convincendo il padronato che è suo pro fare gli interessi dei lavoratori, bensì al contrario, convincendo i lavoratori che è loro indispensabile fare gli interessi del padronato, fino quasi a diventare il più sussiegoso factotum delle esigenze confindustriali: infatti l'unica promessa chiara Romano Prodi l'ha fatta alle imprese, quella di ridurre il cuneo fiscale del 5%. Questa pretesa di assurgere a «classe generale» porta quindi la sinistra a penalizzare, anziché a valorizzare, gli interessi della sua specifica constituency. Da qui l'immagine (non del tutto peregrina) della sinistra come forza politica punitiva, esperta in bastone ma avara di carote: in prigione gli evasori sì, ma poi? Perché mai i nostri dirigenti del centro sinistra non ci dicono le tre-quattro misure chiare, semplici, precise, che porterebbero vantaggio alla maggioranza dei lavoratori dipendenti, invece di prospettarci solo un'improbabile punizione quei cattivoni di speculatori? Perché non ci hanno fatto sapere in che cosa staremmo meglio con un governo di centrosinistra? Per di più, la società italiana è molto più intricata di quel che sembra: il calo delle nascite ha fatto sì che su quasi ogni individuo siano confluiti i modesti averi dei suoi avi, l'appartamentino, l'orto, il piccolo capitale in Bot, così che - come ha spiegato bene Marcello De Cecco - gran parte dei lavoratori dipendenti mantiene un livello di vita accettabile integrandolo con seppur piccole entrate finanziarie, di modo che, in maggioranza, ognuno di noi è insieme salariato dipendente e rentier piccolo piccolo. Di fronte a quest'intrico sociale, la cultura politica dei nostri dirigenti ha mantenuto sì la vecchia impostazione della classe generale, ma subalterna ideologicamente alle superiori ragioni del mercato. Del berlinguerismo ritiene una fascinazione rigoristico- puritana (quando non masochista) per l'austerità, ma all'interno di una strategia craxiana (d'alemiana?) di spregiudicata occupazione del potere nel mantenimento dell'esistente. Ecco perché il voto degli Italiani sembra razionale: perché - se non avessimo avuto Berlusconi contro - ci sarebbero state tutte le ragioni per votare contro questo centrosinistra. Che metà degli italiani abbia accettato la dolorosa prospettiva di un'altra stangata, pur di evitarsi un regime berlusconiano è quindi solo segno di grande dedizione civica da parte dei bistrattati cittadini di questo nostro paese. Perché lo scenario più probabile è che l'austerità di spesa pubblica e la responsabilità fiscale - prescritte dal Fondo Monetario Internazionale, dalla Confindustria e dalla Commissione europea - saranno diligentemente somministrate dal governo di centrosinistra che così creerà tutte le condizioni per essere rovesciato nella prossima tornata elettorale, quando alla destra sarà lasciato un'altra volta il margine di manovra di spendere di più, far circolare più moneta, e aumentare il deficit. PS E poi, per favore basta con questa litania del paese spaccato in due: col sistema bipolare poteva forse essere spaccato in tre? O forse un paese che vota al 48 - 52% è molto meno spaccato di uno che vota al 50,1- 49,9? Nel 1960 John Kennedy vinse per un pelo, come nel 1974 Valery Giscard d'Estaing, e anzi nel 2000 Bush non vinse affatto, ma nessuno si pianse mai addosso sulla spaccatura del paese.
postato da alderano
09:51 commenti (6)
martedì, 11 aprile 2006
La Vergogna
Ieri sera mi sono ritrovato afono e riverso sul divano nella immonda prospettiva di un nuovo baratro e più profondo – siccome accade quando si dilegua la donna la cui bellezza per li occhi mi passa il core. Poi ho ripreso a respirare, ma giusto quel tanto che basta alla sopravvivenza. Ché questo non è tanto solo un paese di persone che si fanno ingannare (sarebbe in fondo sopportabile): trattasi piuttosto di un paese in cui la metà delle persone – costitutivamente fasciste e “familisticamente amorali” – hanno la piena consapevolezza che il Capo non è nient’altro che un gangster, ed è proprio per questo che lo votano – perché ci si riconoscono, e perché il suo è un “tutto è permesso” (ampliamento del classico enrichissez-vous - laddove il permesso si oppone al possibile, va da sé).
Segni di speranza, il fatto – per me imprevisto – che i giovani stanno più a sinistra delle persone “mature” (che si sbrighino a marcire, dunque); e che i figli degli emigrati ci hanno salvato ancora una volta con le loro rimesse - fatte di voti stavolta -, per il semplice fatto che hanno saputo vedere dall’esterno il paese com’è davvero (e non come si rappresenta a se stesso nel suo Grande Spettacolo).
Ma la cosa eticamente più rilevante che risulta dalla triste vicenda elettorale, e in particolare dal fallimento degli exit-poll, è che l’Italia è il paese della Vergogna. Perché gli exit-poll sono falliti per vergogna, perché gli elettori si sono rifiutati di esprimere il proprio voto: l’inconfessabile privato segretuccio, quel che si tiene sigillato in un’urna senza neppure socchiuderlo a un’altra ugualmente segreta, quasi che il travaso portasse alla luce ciò che si vuol nascondere perfino a se stessi. Quanto fetore, in quelle viscere intorcinate, in quei budelli rinserrati, in quelle interiora maleodoranti. Che paese di merda.
Ma la vergogna sana – la vergogna della vergogna – quella l’avranno solo nell’avvento della fine.
postato da alderano
15:25 commenti (17)
La domenica delle salme.
Tentò la fuga in tram verso le sei del mattino dalla bottiglia di orzata dove galleggia Milano non fu difficile seguirlo il poeta della Baggina la sua anima accesa mandava luce di lampadina gli incendiarono il letto sulla strada di Trento riuscì a salvarsi dalla sua barba un pettirosso da combattimento
I Polacchi non morirono subito e inginocchiati agli ultimi semafori rifacevano il trucco alle troie di regime lanciate verso il mare i trafficanti di saponette mettevano pancia verso est chi si convertiva nel novanta ne era dispensato nel novantuno la scimmia del quarto Reich ballava la polka sopra il muro e mentre si arrampicava le abbiamo visto tutto il culo la piramide di Cheope volle essere ricostruita in quel giorno di festa masso per masso schiavo per schiavo comunista per comunista
La domenica delle salme non si udirono fucilate il gas esilarante presidiava le strade la domenica delle salme si portò via tutti i pensieri e le regine del ''tua culpa'' affollarono i parrucchieri
Nell'assolata galera patria il secondo secondino disse a ''Baffi di Sego'' che era il primo -- si può fare domani sul far del mattino – e furono inviati messi fanti cavalli cani ed un somaro ad annunciare l'amputazione della gamba di Renato Curcio il carbonaro
il ministro dei temporali in un tripudio di tromboni auspicava democrazia con la tovaglia sulle mani e le mani sui coglioni -- voglio vivere in una città dove all'ora dell'aperitivo non ci siano spargimenti di sangue o di detersivo – a tarda sera io e il mio illustre cugino De Andrade eravamo gli ultimi cittadini liberi di questa famosa città civile perché avevamo un cannone nel cortile
La domenica delle salme nessuno si fece male tutti a seguire il feretro del defunto ideale la domenica delle salme si sentiva cantare -quant'è bella giovinezza non vogliamo più invecchiare –
Gli ultimi viandanti si ritirarono nelle catacombe accesero la televisione e ci guardarono cantare per una mezz'oretta poi ci mandarono a cagare -- voi che avete cantato sui trampoli e in ginocchio coi pianoforti a tracolla travestiti da Pinocchio voi che avete cantato per i longobardi e per i centralisti per l'Amazzonia e per la pecunia nei palastilisti e dai padri Maristi voi avete voci potenti lingue allenate a battere il tamburo voi avevate voci potenti adatte per il vaffanculo —
La domenica delle salme gli addetti alla nostalgia accompagnarono tra i flauti il cadavere di Utopia la domenica delle salme fu una domenica come tante il giorno dopo c'erano i segni di una pace terrificante mentre il cuore d'Italia da Palermo ad Aosta si gonfiava in un coro di vibrante protesta
postato da alderano
00:40 commenti (3)
lunedì, 10 aprile 2006
Nella fabbrica occupata.
La multinazionale austriaca che aveva acquisito la Vaccari un anno e mezzo fa ha deciso che lo stabilimento va chiuso. Gli operai licenziati e liquidati con una miseria. E nessuno può farci niente. E’ la globalizzazione, baby.
Stasera ero a mangiare nella fabbrica occupata. Non pensate alle occupazioni degli anni settanta. Non c’è tutta quella ideologia, forse nemmeno quella consapevolezza. Però ci sono uomini e donne in carne e ossa, con la prospettiva, domani, di essere per strada a cinquanta o sessant’anni senza poter sperare di trovare un altro lavoro.
Abbiamo mangiato sgabei, bevuto birra. Arrivava gente a portare solidarietà. Come un anziano ex-operaio, che alla Vaccari aveva lavorato dal ’51 agli anni ottanta. Che effetto fa tornare qui dentro, gli ho chiesto. Schifo, ha risposto. Schifo. I padroni ci hanno sempre trattato da cani.
Stiamo cercando di organizzare un serata di solidarietà, entro un paio di settimane. Musica, teatro. Se avete proposte, idee – fatevi vivi.
postato da alderano
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sabato, 08 aprile 2006
Per un pugno di rose.
Ieri sera sul palco della carovana di Rifondazione, in piazza Ss. Annunziata a Firenze, abbiamo cantato l'inno anarchico spagnolo A las barricadas. Che si conclude con il verso Por el triunfo de la confederacion. Ora, qui si tratta di conseguire un obiettivo un po' più minimale. Non la Confederacion, bensì la Union. Ma tant'è. Questi sono i tempi in cui ci accade di vivere. Hic Rhodus, hic salta. E non si tratta di cogliere le rose nel cuore della croce del presente, ma solo di portare la croce senza troppe, rovinose spine. (Ovviamente invece, quanto alla croce sulla scheda, ho sconsigliato vivamente di metterla sulla Rosa nel pugno. Piuttosto, a me piace la campagna di Rifondazione sui sorrisi: piacciono anche a me, quelli di Haidi, Mercedes, Vladimir, Lidia.)
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venerdì, 07 aprile 2006
First and last and always.
Ma Isabella Santacroce l’avete mai vista? Io mai, prima di stasera. Anzi, facciamo che non l’ho vista neppure stasera.
Se invece volete leggere le parole di una donna vera, vi consiglio Goliarda Sapienza, L’arte della gioia. Ci sono pagine sublimi.
postato da alderano
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giovedì, 06 aprile 2006
Il conato della solitudine.
"E’ un supplizio, per me, frequentare gente. Cogliere le proprie debolezze negli altri, ritrovare dappertutto le tracce del peccato originale, vedersi moltiplicati, leggere i propri difetti nello sguardo del primo venuto".
"Si può avere coscienza del nulla ma non se ne possono trarre tutte le conseguenze. E’ ovvio che se si ha coscienza del nulla è assurdo scrivere un libro, anzi è ridicolo. Perché scrivere, e per chi? Ma ci sono necessità interiori che sfuggono a questa visione, sono di tutt’altra natura, più intime, più misteriose, irrazionali. La coscienza del nulla spinta all’estremo non è compatibile con niente, con nessun gesto; l’idea di fedeltà, di autenticità e via dicendo: tutto va a farsi benedire. Ma c’è ugualmente questa vitalità misteriosa che ci spinge a fare qualcosa. E forse la vita è proprio questo, senza volere usare paroloni, il fare cose alle quali si aderisce senza crederci. Sì, è suppergiù questo".
(Da qui).
postato da alderano
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mercoledì, 05 aprile 2006
Alifib Not nit not nit no not Nit nit folly bololey Alifi my larder Alifi my larder I can't forsake you or Forsqueak you Alifi my larder Alifi my larder Confiscate or make you Late you you Alifi my larder Alifi my larder Not nit not nit no not Nit nit folly bololy Burlybunch, the water mole Hellyplop and fingerhole Not a wossit bundy, see ? For jangle and bojangle Trip trip Pip pippy pippy pip pip landerim Alifi my larder Alifi my larder (I'm not your larder, jammy jars and mustard. I'm not your dinner, you soppy old custard. And what's a bololey when it's a folly? I'm not your larder, I'm your dear little dolly. But when plops get too helly I'll fill up your belly. I'm not your larder, I'm Alife your guarder).
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martedì, 04 aprile 2006
I differenti sensi dei coglioni.
Noi coglioni: Li cogloni del toro, mangiati im polvare, fortemente accendono la luxuria. (Ricettario Laurenziano, XIV m. (sen.), 8, pag. 155.32) Lui coglione: Ché i' ho il cazzo mio, ch' è tanto vano, / che dorme in su' coglioni e non si desta, / ed è cinqu' anni o piú che non fu sano!
(Dolcibene, a. 1368 (fior.), 122b.10, pag. 116).
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lunedì, 03 aprile 2006
In Comune.
Nel match tv Berlusconi ha appena detto che la maggioranza prodiana intende redistribuire il reddito a favore della classe operaia. Così ha detto, scandendo bene: a favore della classe operaia. Beato Berlusconi che ha studiato così a fondo Marx che sa definire il concetto, sa trasportarlo nella situazione odierna e sa ridefinirlo con tanta precisione. Se Berlusconi pensa alle tute blu, sappia che la classe operaia è quella che stanno sbattendo in mezzo alla strada a Ponzano Magra. Che è messa in mezzo alla strada dai processi di un’economia global-liberista che di certo la maggioranza prodiana non ha intenzione di contrastare. Per questo pubblico l’appello del Comune di Santo Stefano Magra alla solidarietà con gli operai della Vaccari.
La multinazionale tedesca Lasselsberger conduttrice dello stabilimento Ceramica Ligure e del prestigioso marchio Vaccari, con un'arroganza inaccettabile, ha deciso di chiudere la fabbrica di Ponzano e di licenziare 168 lavoratori.
L'azienda di Ponzano Magra costituisce un valore storico e culturale di grande rilevanza, in quanto la fabbrica, una tra le più antiche della Provincia, risulta strettamente legata alla storia ed allo sviluppo del territorio della nostro Comune: negli anni migliaia di nostri concittadini hanno lavorato nello stabilimento, attorno a quello è cresciuta un'intera comunità.
Ancora oggi decine di famiglie vivono grazie al loro posto di lavoro in "ceramica" l'amministrazione comunale esprimendo a tutti i lavoratori la propria solidarietà, confermando il profondo sdegno per l'azione intrapresa dalla multinazionale austriaca e la ferma condanna dell'arroganza dimostrata dalla stessa invita tutta la popolazione ad esprimere la propria solidarietà ai dipendenti che attualmente e da circa un mese, senza stipendio, presidiano giornalmente lo stabilimento partecipando allo SCIOPERO GENERALE
ed al relativo corteo indetto unitariamente dalle organizzazioni sindacali che avrà luogo il giorno 5 APRILE con concentramento alle ore 9.00 presso la sede dello stabilimento di Ponzano Magra.
postato da alderano
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