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cirque de la solitude
“Il poeta produce il bello con l’attenzione fissata su qualcosa di reale. Lo stesso avviene con l’atto d’amore. Sapere che quest’uomo, che ha fame e sete, esiste veramente come me, questo basta, il resto viene da sé” (Simone Weil)
“L'anarchia viene dal di dentro. Non c'è un modello di anarchia, né alcuna definizione. Definire, vuol dire confessarsi battuti in partenza. Definire, vuol dire fermare il treno nella notte quando devia sullo scambio. Tanto vale ammettere che si ha fretta di farla finita con la comprensione dell'avvenimento. Proprio per la sua inattitudine di fondo a non saper definire niente, l'uomo scalpita nelle obiezioni e nella filosofia” (Léo Ferrè)
QUANTO ALLA MUSICA, CI SONO IL MYSPACE E IL BLOG SBANDATI il 23 luglio esordio/anteprima di LibertAria al festival UrlaPadula a Carrara
martedì, 27 giugno 2006
Ca’ Malanca, 25.4.2003.
Noi sbandati
disertori
fucilati alla schiena.
Noi miscredenti
d'immensa fede.
Noi del sangue che sorregge il cielo.
Iscrivo il mio nome al vostro scrivo il vostro nel mio.
postato da alderano
22:06 commenti (5)
sabato, 24 giugno 2006
Alcuni no.
Domani, assolutamente, NO. Linko i siti di Georgia e quello di Paolo, che stanno facendo un gran lavoro raccogliendo materiali dai quali dovrebbe essere a tutti evidente perché occorre votare. Hurry up, please, it's time!
postato da alderano
18:55 commenti (4)
giovedì, 22 giugno 2006
Dimmi due parole...
Del libro ne ha parlato il Giornale. O meglio, la sua presentazione genovese ha dato il pretesto per un attacco politico.
Il pezzetto è qui. Son soddisfazioni.
postato da alderano
17:58 commenti (2)
martedì, 20 giugno 2006
Razzismi quotidiani.
Ho appena presentato il libro a Pisa, nel gazebo davanti alla libreria Tra le righe. Accanto c’è piazza dei Cavalieri. Lì l’acustica risuona, notti di canto l’hanno sperimentata. Entro al bar con un nuovo amico, per un vino. Arriva un messaggio nel telefono, Said ha avuto il foglio di via, cinque giorni per lasciare il territorio italiano. E’ la notizia migliore che si potesse sperare. Tornato liberamente clandestino...
Dopo cena, dov’era anche Alì – un fratello, ormai – andiamo verso una piazza di Pisa, dove scola la notte. C’è un pub dove spesso vanno i militari di Camp Darby. Una bella ragazza bionda, dai seni offerti, si siede sulla panca con noi. E’ Marco a conoscerla. Dice del suo ragazzo, ne mostra la foto, i contorni sagomati, i baffi folti, il basco viola dei parà. E’ il mio uomo, dice. E’ in Iraq. E’ andato lì per aiutare gli iracheni. Ieri mi ha telefonato. Voglio tornare, ha detto. Pensava di andare lì a fare Rambo. Invece non è così.
Aiutare significa essere Rambo, dunque, questo mi scuote, non c’è scarto, contraddizione, aiutare l’altro significa ammazzarlo, punto.
Due minuti fa Alex diceva che il suo uomo era bello, adesso dice, Ma come? Rambo? Che ci sta a fare in Iraq? Lei dice Sì, Rambo. Anzi, diciamo pure che sono fascista.
Esco dall’angolo buio, cerco i suoi occhi, Cosa significa essere fascista? le chiedo. Lei mi guarda con sguardo inquisitore, Da un punto di vista storico o sociologico? dice. No, dico, Cosa significa essere fascista e basta, di pancia, uno due tre. Lei ci prova a essere sincera, strappa da sé la sua verità, me la butta in faccia.
Gli immigrati non devono venire in Italia, castrazione chimica, i pedofili devono essere uccisi.
Mi spiace per tutto l’odio che hai nel cuore, le dico, non mi viene da dire altro, non so dire altro. Tu lo sai di avere tanto odio nel cuore, le dico ancora.
Sì che lo sa. Mi guarda e dice, Ma tu cosa fai di produttivo nella vita? dice, A cosa sei utile? Così dice, A cosa sei utile. Se qualcuno non sa odiare non trova posto nel suo mondo, non ha luogo proprio nel suo cosmo.
Marco dice, Guarda, e le dà il mio libro. Non vorrei, vorrei restare in quello sguardo sospeso, ma lei adesso guarda il libro, non vede altro che il suo titolo, Lager Italiani, e dice, Tu prendi frasi qua e là e le strumentalizzi, tu non ascolti quel che dice la gente, cosa scrivi a fare libri? Morsa dalla tarantola della cattiva coscienza, s’immagina che io scriva un libro su quelli come lei. E in parte è così, certo.
Alex odia i fascisti, ma prova a parlare, quando non c’è luogo proprio per i discorsi in quel cosmo senza ragione. Tuo nonno era immigrato in Argentina, le dice, Non lo sai?
Vede i suoi occhi freddi e troppo distanti, che non accettano incontro, Sei anacronistica, le dice Alex, Una donna come te andava bene al tempo di Hitler.
Lei continua a guardarlo con occhi imperturbabili. E’ passata dalla parte della forza. Alex si perde nella sua rabbia, nella sua disperazione che è la mia. Fai schifo, le dice. Un prete non lo avrebbe fatto, ma non è la pazienza ad abitarci.
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12:56 commenti (9)
domenica, 18 giugno 2006
Anne Marie Tsagueu.
Lo si tenga a mente questo nome. E' il nome di una donna coraggiosa, che ha deciso di dire quello che ha visto. Che Federico Aldrovandi, quella notte, è stato massacrato di colpi dai poliziotti. Che non è vero che - come avevano detto gli esperti della Procura imboccati dalla questura (con i media compiacenti e conniventi) - Federico è morto per abuso di stupefacenti, non è vero che si era messo a dare testate contro il muro, non è vero che era saltato sul tetto della macchina e sfracellato i testicoli sullo spigolo della portiera. Che, puramente e semplicemente, Federico, diciotto anni, è morto per i calci e i pugni di quattro agenti - tre uomini e una donna.
Stavolta la verità ha avuto voce, anche se prima di arrivare a una sentenza ce ne vorrà, e le vie delle questure sono infinite. Mi viene da pensare a tutti i casi per i quali non ci sono state donne camerunensi come Anne Marie che, nonostante il rischio concreto di perdere il permesso di soggiorno (il quale, com'è noto, viene concesso dalle questure), ha parlato. Mi viene da pensare a tutti i casi in cui i cittadini italiani - quelli magari che vogliono "arginare l'invasione degli immigrati" - hanno taciuto. A quella maggioranza silenziosa che è il cancro di questo paese.
postato da alderano
20:09 commenti (5)
A morte il re e il principin...
E' certo che non poteva mancare l'immediata solidarietà di Forza Italia. Forse non avevano letto le intercettazioni, penserà qualcuno, altrimenti avrebbero pur visto che razza di uomo è il Savoia e si sarebbero astenuti dall'offrirla. Mi pare più probabile che i forzaitalioti invece le abbbiano prima lette, e solo dopo sostenuto pubblicamente il vecchio amico. Non solo perché era questione d'onore, in virtù del patto elettorale che aveva garantito al partito-azienda i voti monarchici, ma anche perché l'italiano medio non può che riconoscersi, magari senza dirselo, nella mirabile spontaneità di quel nobiluomo, la stessa di chi fa le corna a un collega ministro degli esteri (a proposito, ci avevate fatto caso che trattavasi di un ministro di un paese piccolo, mica di quello, che so, britannico o teutonico...).
Né poteva mancare l'avvertimento in stile mafioso del principino, imago posta a imperitura vergogna di Fabio Fazio: "È l'ennesimo colpo spettacolare fatto da Woodcock. Spero che il PM sappia bene quello che fa, altrimenti sarà l'ultima volta che farà qualcosa" - dove mostra di aver imparato bene la lezione dei forzaitalioti.
Insomma, il Savoia e il principino sono i degni epigoni di una storia infame, dove la tragedia non è mai all'altezza di sé stessa, dove il fato si incarna in personaggi ridicoli e meschini.
E allora cantiamo, a piena e gioiosa voce:
Vittorio Emanuele figlio di un'assassino / Evviva Gaetano Bresci che ha ucciso Umberto primo!
E ancora:
A morte la Casa Savoia
bagnata da un'onda di sangue,
si sveglia il popol che langue,
si sveglia il popol che langue!
O ladri del nostro sudore
nel mondo siam tutti fratelli,
noi siamo le schiere ribelli,
sorgiamo che giunta è la fin!
sorgiamo che giunta è la fin!
A morte il Re e il principin,
a morte il Re e il principin!
PS Per i "miei" ragazzi che passano di qua: va da sé che all'esame una domandina sulle vergogne storiche dei Savoia (maggio 1915, ottobre 1922... e poi ad libitum...) non mancherà di certo!
postato da alderano
13:56 commenti (1)
sabato, 17 giugno 2006
Più buio.
Said se lo sono andati a prendere stamani, al dormitorio. La mossa di farlo intervenire, di esporlo in piena luce per salvarlo - non ha pagato. Magari erano lì a spiarci anche quando eravamo a berci una birra, giovedì sera, dopo la presentazione. Di certo sapevano già tutto di lui, ché Said è troppo scomodo, e deve sparire. Così stamani lo hanno tirato giù dal letto e se lo sono portati in caserma. Non sappiamo cosa gli stia succedendo, e dati i precedenti c'è da aver paura. Lunedì mattina Said avrà un processo per direttissima. Forse lo rimanderanno direttamente in Marocco - da quel Marocco che ha lasciato quindici anni fa, costretto a farlo perché agli oppositori politici come lui non è consentito restare tranquilli, laggiù - o forse gli daranno il reato di clandestinità, e se lo terranno sei mesi in galera prima di rimpatriarlo.
Bologna, se ci sei batti un colpo. Stai vicina a Said, non lasciarlo solo.
PS Per chi vuole stare vicino a Said, l'appuntamento è lunedì 19 giugno, alle10,30, davanti al Tribunale Vecchio in Via Garibaldi, a Bologna.
postato da alderano
18:21 commenti (1)
martedì, 13 giugno 2006
L'ho scritto qualche anno fa, questo, al ritorno da una gita scolastica dal campo di Dachau. Lo ripubblico oggi, appena conclusi gli scrutini dell'anno scolastico. (Il mio voto era decisivo per una bocciatura, in uno degli scrutini. Non me la sono sentita di dire sì. L'ho salvato. Che possa un giorno ricordarsi di questo. Che possa ricordare la pietas che un altro ha avuto per lui).
GEDENKSTÄTTE – I LUOGHI DEL PENSIERO
Aveva il foglio bianco davanti, e la testa ingombra di parole che evocavano vagamente troppi significati, e nessuno. Cosa mai vorrà dire questa Resistenza, si chiedeva il giovane Jacopo. Era alle prese con un tema assegnato dalla maestra, il 10 aprile 1945 Massa venne liberata dai tedeschi, nell’anniversario chi avrà scritto il tema migliore di tutte le quinte classi lo potrà leggere in consiglio comunale davanti al sindaco e alla giunta. Ma precisamente non sapeva da dove partire, per adempiere al compito assegnatogli. Troppe immagini, e confuse. Vedeva le montagne, sapeva che là stavano nascosti uomini con fucili e mitragliatori pronti a combattere il tedesco cattivo, il nazista che aveva bruciato milioni di ebrei. Ma più in là, uno strato fitto di nebbia. Chi precisamente fossero gli ebrei, ad esempio, questo gli sfuggiva. Si ricordava – lo aveva imparato al catechismo - che erano il popolo eletto. Ma perché, questo non lo sapeva dire. (E accanto al nome degli ebrei, altri nomi gli si presentavano alla mente: comunisti, zingari, omosessuali – più precisamente finocchi, questo era il nome che gli avevano insegnato a dar loro).
Per fortuna c’era Aldo, suo cugino. Era stato, qualche settimana prima, in Germania. Una gita scolastica lo aveva portato a visitare il lager di Dachau. Gli telefonò, avrebbe potuto suggerirgli qualcosa di buono per il tema. Raccontami di quel campo di concentramento, gli disse, voglio sapere tutto. A Jacopo quella parola – campodiconcentramento – evocava l’immagine di un pezzo di terra recintato da un filo spinato, e una folla di persone ammassate l’una sull’altra. Da quella visione partì quando Aldo prese a raccontargli la sua visita. Chiuse gli occhi e provò a immaginare ancora, a inoltrarsi in quell’immagine. Gli apparve un torrentello, rifletteva i raggi danzanti del sole, ai lati piccoli alberi si protendevano su quell’abbaglio, lui era su un ponticello a guardare quella bellezza sovrana, non pensava mentre sentiva il legno caldo della ringhiera a cui era appoggiato. Quella era come l’immagine di Dio. Poi girò la testa, richiamato da risate di bimbi, erano giovani bimbi tedeschi della sua età che stavano passando davanti ai forni crematori che erano a pochi metri di distanza, e ridevano, ché nessuno gli aveva fatto capire la differenza con i forni di un panettiere. Allora Jacopo si voltò nuovamente verso il torrentello, voglio stare su questa immagine, e allora aprì gli occhi per oscurarla, non voglio più vederla finché quei bambini non smetteranno di ridere, e quando quei bambini smetteranno di ridere gli ebrei bruciati rinasceranno, e torneranno a vedere quest’immagine insieme a me.
Da quel buio, riemersero le parole di Aldo. E’ stato un massacro, diceva. Un vero e proprio massacro. Venti ore di pullman in due giorni, non ci siamo riposati un momento. Se ci avessi pensato, non ci sarei andato. In fondo non è che ci fosse tanto da vedere. Si vedono più cose in tv. E poi, gli disse, cosa c’entrano i campi di concentramento con la Resistenza. I nazisti erano nazisti, ma anche i partigiani le loro schifezze le hanno fatte. E non sono stati certo loro, a liberarci, ma gli americani.
Jacopo ascoltò, non era convinto di quel che diceva Aldo, ma non sapeva cosa rispondere. D’altronde Aldo stava per prendere la maturità, e sicuramente sapeva più cose di quante ne sapesse lui che faceva solo la quinta. Jacopo era sempre più confuso, il foglio bianco che aveva sotto gli occhi lo spaventava sempre di più. Decise che non lo avrebbe riempito, quel bianco, non sapeva cosa scrivere davvero, e non gli piaceva copiare, scrivere il sentito dire. Scese le scale per andare in strada, due ragazzi marocchini erano fermi davanti al portone che ridevano, si voltarono verso di lui, Jacopo fece un passo indietro, rientrò nel portone.
postato da alderano
23:59 commenti (5)
venerdì, 09 giugno 2006
C'è.
Il libro è fuori. Da ora in poi, esso vivrà in un blog apposito, che ho concepito come estensione in progress. Un fuori che è parte del dentro. Ciò che dice la natura "più intima" del libro.
Sul blog di Lager Italiani ci sono per adesso tutte le date delle presentazioni. Poi continuerà a funzionare da osservatorio sui CPT e le migrazioni. E, sperabilmente, a fare da soglia tra il dentro e il fuori, per una scrittura che sia - come dicono gli ebrei - davàr: parola/azione.
A proposito, sarei molto grato a chi potesse darmi un'indicazione su come mettere mano al template (per esempio: vorrei fare una colonna sulla sinistra in cui sono riportate in permanenza le date delle presentazioni; vorrei mettere un'immagine in alto).
Un'ultima cosa: stasera leggerò due brani del libro a Primo Piano, su Rai Tre, alle 23,15.
postato da alderano
16:22 commenti (10)
martedì, 06 giugno 2006
Domani, finalmente, il libro si troverà nelle librerie. (E potrò vederlo anch'io, ché ancora non l'ho avuto tra le mani). Nell'attesa, pubblico lo scritto uscito sabato su Carta.
L’ho incontrato a Palermo, davanti al Santa Chiara, un antico oratorio che ospita tanti subasahariani in cerca di rifugio.
Lui che mi ha raccontato il suo esodo, lo chiameremo Noi. Noi è un nome ghanese, non solo la prima persona plurale dell’italico idioma (lingua dove troppo spesso il Sì risuona, e troppo poco il Noi). Il nome vero lo lasciamo da parte, così occorre fare quando si tratta di invisibili, persone da indicare sottovoce, ché all’ombra della clandestinità sono consegnate e non posso permettersi di venire alla luce.
Il padre di Noi era venuto dal nord. Un arabo che si era innamorato di una ragazza ghanese, e in Ghana si era stabilito. Noi, però, non si ricorda né del padre, morto quando aveva un anno, né della madre. Mia mamma è morta quando ero piccolino, mi dice (ed è tenero, Noi, quando nelle maglie della sua lingua quel “piccolino” prende corpo, con la elle arrotata e la i allungata). Ho fatto tanti mestieri. Il barbiere, il muratore. Ma ero solo, e non ce la facevo a vivere. Così tre anni fa sono partito. Vado in Europa. Però i soldi del viaggio non ce li avevo. Mi bastavano solo per arrivare in Burkina. Lì ho lavorato, e con quei soldi sono andato in Niger, altri mesi di lavoro, e ho preso un camion, cinquanta persone stipate, ti fermi a far sbollire il motore, con la paura che non riparta più, poco da mangiare, l’acqua che finisce, la paura dei banditi e della polizia che ti assaltano e ti portano via i vestiti…
Dopo un altro lavoro in Libia, Noi arriva in Marocco passando per l’Algeria. Va a Rabat, e lì sta per un anno. Dorme in stazione, esposto ai colpi dei banditi. Si alza i pantaloni, Guarda. Ha un grossa cicatrice, Volevano i soldi una notte, io non avevo niente, ma loro non mi hanno creduto. Sono andato dalla polizia, ma io sono africano, figurati che una volta è stata la polizia a stessa a derubarmi.
Finalmente, dopo qualche altro lavoretto, Noi trova i soldi per traversare il mare. Da Ceuta e Melilla non si può passare, sono blindatissime. Lo indirizzano a sud, verso il Sahara occidentale. Ci arriva su un camion, stavolta è più grande di quello dell’altro deserto, ci stanno duecentocinquanta persone, una appiccicata all’altra, rannicchiati nel fetore del sudore e degli escrementi, senza posto per stendersi e dormire. Tre giorni di viaggio, con un pezzo di pane e una bottiglietta d’acqua, e la propria pipì da bere. Quando sono scese dal camion, le anime erano solo duecentoquarantanove.
El Aiun è oggi il centro principale dell’esodo africano verso l’Europa. E’ dalle coste a nord e a sud di El Aiun che Noi parte. Imbarcato su una patera piccolissima, diciassette persone stipate, quando di solito le pateras hanno una lunghezza di sei metri e possono contenere una quarantina di persone. Secondo la Guardia Civil, di duemila/duemilacinquecento persone partite negli ultimi due mesi del 2005, ne sono arrivate a destinazione solo otto/novecento. Il conto è facile, in due mesi sono stati tra 1200 e 1700 i “sommersi” su quel tratto di mare.
Un giorno di viaggio, in teoria, per un centinaio di chilometri. Noi in mare c’è stato quattro giorni. Senza acqua e senza mangiare. Dice Noi: C’era una ragazza nigeriana con un bambino “piccolino” - talmente piccolo che la i stavolta si allunga a dismisura: aveva un mese, dice Noi, e dopo quattro giorni senza mangiare stava per morire. Così quando siamo sbarcati ho chiamato subito la polizia. Se no moriva, quel bambino piccolino.
Li portano tutti, compreso il bambino piccolino, a El Matorral, il “centro de internamiento” di Fuerteventura, noto per essere uno dei peggiori CPT (diciamo così per farci capire) d’Europa. Il rapporto di Human Rights Watch sui campi delle Canarie inizia così: “il trattamento riservato ai migranti che arrivano clandestinamente nelle Canarie è spaventoso”. Con i vestiti ancora bagnati i migranti vengono portati a El Matorral, conosciuto anche come “Treblinka”. Una volta lì dentro, non è possibile comunicare con nessuno. Le famiglie, a casa, non sanno se ce l’hanno fatta. Non la c’è possibilità di contattare avvocati - quelli d’ufficio sono assolutamente insufficienti - né persone di organizzazioni umanitarie, e tantomeno giornalisti. Possono entrare solo poliziotti, dottori e personale della Croce Rossa. Si sta chiusi, senza vedere il sole, per quaranta giorni. Il diritto di asilo, internazionalmente garantito, è calpestato: secondo la relatrice speciale della Nazioni Unite, il giudice di solito ratifica quanto proposto dalla polizia senza alcun contatto con il migrante.
Il centro di El Matorral è sorto al posto di quello, più piccolo, che stava nella zona aeroportuale. I rapporti citati si riferivano al vecchio centro, ma le cose non paiono essere granché cambiate. Il nuovo centro è aperto da due anni, e ha una capienza di 1070 persone. Molto spesso, però, i migranti sono più dei posti disponibili. Succede così anche a Noi. Stavamo chiusi dentro una stanza ventiquattr’ore al giorno, mi dice, chiusi al mondo. E poi: Dormivamo per terra. Si mangiava poco, male. E molto male ci trattavano. Un giorno è venuta la polizia, dammi i soldi. Io non avevo soldi, così non gli ho dato niente.
La polizia picchiava forte, dice Noi. Un giorno stavo facendo la doccia, c’erano sempre le file, era venuto il mio turno finalmente, e sono arrivati i poliziotti, E’ pronto da mangiare, andiamo. Io ho risposto, un attimo, finisco di farmi la doccia. Mi hanno trascinato via, mi hanno dato dei pugni.
E poi, continua Noi, io non so perché c’era un sacco di droga. Hashish ovunque, tutti che fumavano hashish. Noi non approva, I don’t like drugs. Ma lì c’era un sacco di droga.
Noi sa che deve dichiararsi rifugiato. Sa che deve chiedere asilo. E’ stata la prima cosa che ha fatto quando, il primo giorno, ha dichiarato i propri dati. Per questo adesso non lo rimpatriano. Peraltro col governo del suo paese non c’è un accordo di riammissione, anche se è accaduto che Accra abbia accettato ugualmente i propri espatriati.
Quasi ogni giorno dei charter partono dalle Canarie con un carico di migranti. Nel 2004 i voli sono stati 227. Noi lo mettono su uno di quei 227 voli, e lo mandano a Madrid. Dopo quaranta giorni di detenzione gli immigrati senza documenti (gli indocumentados) vengono mandati sul continente: Madrid, Murcia, Valencia. Arrivati in città, però, gli mettono in mano un foglio di espulsione e vengono lasciati a se stessi per strada. Cercano ponti e parchi per dormire, e ciò che gli si offre è solo prostituzione per le donne, delinquenza o lavoro nero per gli uomini. Succede anche a Noi. Lo hanno indirizzato a un dormitorio, eravamo otto persone per stanza. Ma non avevo niente da fare, a Madrid l’unica cosa era vendere droga, but I don’t like drugs. Così mi hanno detto, Vai in Italia, a Palermo c’è un centro che ospita gli africani. Non conoscevo nessuno qui, ma ci ho provato. Ho preso un autobus e sono venuto a Milano. Quando sono sceso, ho incontrato la polizia, gli ho chiesto come facevo ad andare a Palermo. Vai alla stazione, mi hanno detto.
Quando sono venuto a Palermo ho trovato lavoro. Ho lavorato come muratore per un anno, a Enna. Ogni mese mi diceva, Non ti posso pagare, bisogna aspettare i documenti. Ma tu non ti preoccupare, mi diceva, poi ti metto in regola e ti dò tutto. Ho lavorato un anno, e non mi ha mai pagato. Niente documento niente pagare. Per questo ho deciso di licenziarmi.
Qui al centro devo pagare sei euro alla settimana. Io non lavoro. Come faccio a pagare?
Guarda, mi dice, aprendomi il portafoglio. Ho solo venti euro, questo è tutto quello che ho. Come faccio?
postato da alderano
13:26 commenti (18)
sabato, 03 giugno 2006
Il popolo delle frontiere.
E' il titolo della storia di un ragazzo ghanese che ho incontrato a Palermo qualche mese fa e che ho riscritto per il numero odierno di Carta. (Lo posto quando torno al mio computer: adesso sono in viaggio per Massenzatico di Reggio Emilia, dove stasera suono con Les Anarchistes, al termine di una succulenta giornata sul tema "Cucine proletarie" alla presenza di Edoardo Sanguneti, Carlo Lucarelli, Giuseppe Caliceti et al.).
postato da alderano
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