cirque de la solitude

 

“Il poeta produce il bello con l’attenzione fissata su qualcosa di reale. Lo stesso avviene con l’atto d’amore. Sapere che quest’uomo, che ha fame e sete, esiste veramente come me, questo basta, il resto viene da sé” (Simone Weil) “L'anarchia viene dal di dentro. Non c'è un modello di anarchia, né alcuna definizione. Definire, vuol dire confessarsi battuti in partenza. Definire, vuol dire fermare il treno nella notte quando devia sullo scambio. Tanto vale ammettere che si ha fretta di farla finita con la comprensione dell'avvenimento. Proprio per la sua inattitudine di fondo a non saper definire niente, l'uomo scalpita nelle obiezioni e nella filosofia” (Léo Ferrè)

QUANTO ALLA MUSICA, CI SONO IL MYSPACE E IL BLOG SBANDATI il 23 luglio esordio/anteprima di LibertAria al festival UrlaPadula a Carrara


venerdì, 23 febbraio 2007

 

Inland Empire.

Ne ho scritto su Nazione Indiana, qui.

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venerdì, 16 febbraio 2007

 

Recensire libri con un occhio solo.

 

Mi chiedo come leggano i libri, alcuni recensori. In particolare, mi appunto su quelli dell’Indice dei libri del mese. Forse leggono con un occhio solo, mentre con l’altro – quello destro, probabilmente – si dedicano alle cose serie. La domanda mi sovviene leggendo la recensione a Lager Italiani comparsa sulla rivista da cinque euro e cinquanta centesimi. (Non dovrei  contrattaccare sulle critiche a un libro scritto da me,  forse, ma credo sia giusto prendersi il diritto di replica).

Federico Trocini, fino ad oggi a me sconosciuto, inizia citando un brano dalla prefazione di Erri de Luca (“CPT: neanche il minimo coraggio di nominarli per quello che sono. Del resto i nazisti chiamavano distretto abitativo i ghetti in cui insaccavano le vite da distruggere. Dalle sbarre dei CPT scappare è un diritto”). Solo che non dice che si tratta di Erri, ma scrive: “In tal modo la denuncia di Marco Rovelli nei confronti dei Centri di permanenza temporanea giunge perfino a suggerire l’incauto paragone tra questi ultimi, allestiti per ospitare gli immigrati in attesa di essere rimpatriati, e i lager nazisti, predisposti per il lavoro coatto e per l’eliminazione di interi gruppi etnici”. Trattasi, aggiunge il Trocini, di una “surriscaldata forzatura”.

Ora, se il Trocini avesse utilizzato l’occhio buono per leggere Lager Italiani, avrebbe certamente evitato di usare la parola “ospitare” quanto agli immigrati, e soprattutto avrebbe saputo che non si suggeriva incautamente un paragone, né si aveva un lanciafiamme per piegare i fatti al nostro volere, ma – con tutte le cautele del caso – si riscontrava una matrice comune alle due esperienze, pur nell’abissale differenza delle materiali condizioni di vita degli internati. Cosa che ad esempio un internato ad Auschwitz come Aldo Pavia ha capito benissimo: Auschwitz e via Corelli sono due forme di campo, due momenti di una storia lunga e articolata, e dunque occorre com-prenderli insieme. In ambedue i casi sono – si capirà tra un istante perché dico questo – gli stessi meccanismi ad entrare in funzione, gli stessi dispositivi che appartengono strutturalmente alle nostre società occidentali. Anche Moni Ovadia (che al pari di Erri De Luca viene dimenticato dal recensore) lo ha capito benissimo, quando ha scritto che "i clandestini sono i nuovi ebrei".

Un giro su Internet in cerca di occorrenze trociniane produce stupefazione, e conferma definitivamente che il recensore di Lager Italiani ne ha letto solo la prefazione (per quanto non si sia accorto che l'autore ne è Erri De Luca) quando si apprende che da qualche parte ha scritto: «Dopo Auschwitz si è ormai consapevoli del fatto che gli stessi meccanismi sociali, politici e psicologici che hanno permesso tale frattura sono virtualmente insiti nelle strutture oggettive delle nostre società e possono quindi ripresentarsi, colpendo altre minoranze indifese: immigrati, neri, musulmani, omosessuali. Bisogna opporsi a ogni minima manifestazione di discriminazione, di intolleranza e di violenza razzista». Quale singolare caso di presbiopia. O forse bisognerebbe dire di schizofrenia?


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mercoledì, 14 febbraio 2007

 

Verso est.

Volevo scrivere due righe sulla acritica celebrazione della memoria delle foibe da parte di Napolitano e sulla reazione di Mesic. L'inammissibile dimenticanza del contesto storico in cui quella tragedia avvenne. Gli anni dei crimini italiani nei Balcani (del tutto consequenziali con quelli messi in atto in Libia ed Etiopia, di cui sui manuali di storia non c'è una sola riga). I crimini non si giustificano, è evidente, ma se uno scatena una guerra, non si può lamentare poi di averne in cambio ferocia. Poi, va da sé, la ferocia ricade anche sugli innocenti. Questo sì che è da ricordare. Ma non si può mettere in atto una memoria biecamente (leggi: funzionale alla politique politicienne e alla costruzione di un'ideologia) monca, amputata di una parte essenziale alla comprensione. E se non si comprende, non c'è memoria. Poi ho trovato su questo un bel post di Rigoni. E gli lascio la parola.

Le reazioni del governo italiano alla parole del presidente croato appaiono sinceramente difficili da digerire.
Già sembra difficile che si possa celebrare un giorno in memoria degli italiani infoibati (come se i tedeschi avessere un giorno in memoria delle vittime dei bombardamenti alleati o dei profughi della Prussia orientale, molti dei quali hanno fatto una fine non diversa dagli istriani e dai dalmati). Ma rivendicare che il nostro paese abbia sempre avuto consapevolezza dei crimini commessi dal nostro esercito nei Balcani è quantomeno grottesco.
Nel panorama editoriale non ricordo un solo volume dedicato a questo tema, nessun film mai è stato presentato nei cinema, nessuna fiction in televisione, per non parlare degli infiniti talk show.
Pensare alle foibe come una semplice manifestazione dell'irrazionale crudeltà slava o della crudeltà dei comunisti titini è semplicemente ridicolo. Gli spostamenti di popolazione seguiti alla seconda guerra mondiale sono stati enormi e hanno riguardato centinaia di migliaia di persone e decine di paesi.
Ma in Italia continuiamo a pensare a tutto ciò che è successo al confine orientale come ad un aspetto pecuriale e come una sofferenza che riguarda solo noi.
Che tutto questo non faccia che stimolare una sorta di revanscismo sul carattere italiano dell'Istria e della Dalmazia non mi pare sia l'osservazione isterica di un uomo accecato dal nazionalismo, come sembra apparire dai giornali italiani, ma un dato di fatto.
Che poi tutto parta dalle dichiarazioni di un presidente della Repubblica, che deve dimostrarsi pentito della propria militanza passata ed essere il presidente di "tutti", appare ancora più deprimente.
Se questo è il modo di creare una fantomatica "memoria condivisa", à la Violante, dobbiamo aspettarci qualche altro bel discorsetto sui nostri eroi di El Alamein, sulle belle strade costruite in Etiopia e in Somalia e su quanto bene abbiamo fatto in Albania (no, non nel Kossovo, ma proprio in Albania quando questa costituiva una delle tante belle province del nostro Impero da operetta).

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martedì, 13 febbraio 2007

 

Sul manifesto è apparsa oggi questa recensione di Lager Italiani ad opera di Marco Revelli. Annuncio che ne seguirà una di Valerio Evangelisti.

Lo stile italiano della segregazione.
di Marco Revelli

Appena una "e", cioé un nulla - una semplice vocale su dodici lettere -, mi distingue da Marco Rovelli. Per questo mi accade a volte che qualcuno mi attribuisca per errore  la paternità del suo libro, Lager italiani. Il che non mi dispiace affatto perché il suo è davvero un libro che avrei voluto scrivere. Un libro - come dire? - "giusto".
Intanto è un libro di storie. Questa è la sua forza. Tante vite che prendono la parola e si raccontano. Volti. Persone. Biografie che graffiano come lame.
C'è Alì, algerino. E Carlos, equadoregno («Il mio paese è terra libera… Qui, invece… tutta l'Italia è una galera»). E Abdelali, marocchino, che quando l'hanno messo nel Cpt stava già morendo, vomitava sangue e nessuno lo guardava («Sono un giudice, non un dottore…» disse il magistrato, magari uno che votava per l'"Italia dei valori"…) e alla fine ha avuto il suo permesso di soggiorno in ospedale, poco prima di spirare. E Jihad, nato in Palestina, vissuto in un campo profughi, 21 anni di galera a Rebibbia, che però dice: «Trovarmi in un Cpt è stata l'esperienza più traumatica di tutto il mio percorso di vita». E Samir, a cui hanno strappato il Corano. E Lilia, 30 anni, moldava, badante…
Vanno avanti per 185 pagine le loro parole, in lunga fila scura come i sentieri dei migranti. Se qualcuno si stupisce per il titolo, se quell'espressione "LAGER ITALIANI" gli sembra fuori luogo, in qualche modo blasfema - Erri De Luca li chiama "fogne della coscienza" -, si legga queste storie. Non necessariamente tutte. E neanche tutte di seguito. Le scelga anche in modo casuale, il risultato non cambia. Sono - tutte - storie di soprusi. Di violenza. Di umiliazione. Soprattutto di botte. Tante botte. Somministrate da uomini in divisa, protetti dalla Legge e dallo Stato, su corpi indifesi. Spogliati di tutto. Al grado zero dei diritti. Gente uscita da percorsi infernali, da odissee di pericolo e di paura. Vita nuda, senza neanche il fragile involucro della "cittadinanza" a proteggerla.
Ascoltate Carlos, per esempio, quando racconta del trasbordo da Genova a Bologna: «C'era il fascismo. I finestrini del pullman erano oscurati. Un marocchino ha aperto la finestra, un poliziotto gli ha gridato di chiuderla. "No", ha detto il marocchino. "Voglio vedere mia moglie e mio figlio2. Loro erano lì fuori, sotto il pullman, il bambino piangeva, gli portavano via il papà  e nessuno sapeva dove lo portavano. "Voglio vederli", implorava il marocchino. Allora lo hanno preso, gli hanno messo un braccio dietro la schiena, e hanno incominciato a picchiarlo con i manganelli. Un inferno. In quel momento era un inferno. E tutto per un documento».
E poi Alì, il suo racconto su cosa avvenne a Crotone, una mattina come le altre, dopo un tentativo di fuga: «…Entra di corsa un'altra guardia, è il capo, dà l'ordine, "picchiate, cazzo, fateli allontanare!". E' lui che dà l'esempio, afferra un ragazzo egiziano, avrà quindici anni, è lì che guarda, non è tra quelli che hanno provato a scappare, ma il capo è lì per dare l'esempio, lo sbatte per terra, due guardie lo tengono fermo, lui lo colpisce sul viso con un bastone di ferro, le due guardie fanno da contrappunto, obbedienti, i loro anfibi colpiscono il volto del ragazzo, ripetutamente, finché dal sangue non si vede più la faccia. Poi lo trascinano via. Sparisce. Nessuno le vedrà più». Nei giorni seguenti saranno riportati alla spicciolata al campo alcuni di quelli che erano riusciti a prendere il largo. Molti hanno sulle mani, delle bruciature. Altri segni scuri sul ventre: i segni delle scariche elettriche cui erano stati sottoposti al posto di polizia...
O, ancora, andatevi a leggere le pagine sul Cpt di Pantelleria, Italia, anno di grazia 2005: «I cessi, senza porte al centro del campo, sono ricoperti dalla melma. Non c'è angolo che non sia invaso dalla puzza. L'acqua arriva direttamente dal mare, e manca per diverse ore al giorno, così si suda e non ci si può lavare. C'è una bottiglia al giorno da bere, il cibo è scarso, dopo un'ora la fame ricomincia a strizzare lo stomaco». Leggetele, senza dimenticarvi che quei buchi neri della civiltà sono stati istituiti da una legge che porta le firme congiunte di Livia Turco e di Giorgio Napolitano. Tenetevele bene in mente, quelle storie, quando sentite le patinate parole che da uno studio Rai o dal più alto seggio della Repubblica, ministro e presidente ci rivolgono, le prediche sulle virtù civiche o sulla memoria della Shoà. Dalla distanza che separa quei linguaggi e quei racconti - il racconto che muove nell'alto dei cieli delle istituzioni, fatto anche da esponenti di un "governo amico", anche da amici essi stessi, e il racconto che muove nei territori infetti della realtà, nell'inferno dove le buone intenzioni ricadono sui corpi nudi, e tagliano e feriscono -; da quello scarto linguistico e semantico che pesa più di un confine fisico, di un deserto o di un oceano, potrete misurare l'abisso che ormai separa la politica dalla vita nuda. I luoghi (e i volti) del comando e i luoghi (e i corpi) su cui quel comando si scarica, cieco e ottuso nella sua violenza.
Lager italiani è stato presentato e discusso nell'edizione dello scorso autunno di "Torino spiritualità", e qualcuno si sarà certo chiesto - senza aver letto il libro - cosa c'entrasse una storia di corpi, e di nudità fisica, con le questioni dell'anima (con la "spiritualità", appunto). Lette le prime pagine si converrà, senza dubbio, che c'entra. Eccome, se c'entra! Perché ci dice, senza troppa teologia, come si possa perdere l'anima pur continuando a credersi "persone per bene". Come la si possa perdere individualmente, semplicemente passando di fronte a una cancellata col filo spinato e voltandosi dall'altra parte. E collettivamente, come "popolo" - si diceva così un tempo -, o come "sistema Paese", come la pessima neolingua contemporanea lo chiama, formulando e accettando una legislazione "concentrazionaria". Elaborando uno spazio nel quale la vita nuda diventa, in quanto tale, "cosa" di cui disporre per de-portarla, spezzarla, possederla o abbandonarla senza quel limite minimo del "rispetto" che - per effetto del "riconoscimento" - l'uomo dovrebbe all'uomo.
Non per niente nell'introduzione si parla di "buchi dello spirito": terre di nessuno dove il residuo rispetto di sé di un paese si perde. E Moni Ovadia, con tutta la sua autorità, ci parla, al proposito, del «nazismo che è in noi». Mentre Erri De Luca, nella Premessa, ci ammonisce che questa «è la nostra storia delle colonne infami». E che «un giorno dei figli chiederanno certo conto ai padri di quello che hanno lasciato fare, permesso, incoraggiato col silenzio».

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venerdì, 09 febbraio 2007

 

Valerio Magrelli ha scritto sul Corriere della Sera un articolo sulle morti sul lavoro, e parla dell'ultimo numero del maleppeggio e anche dell'articolo del sottoscritto. Lo riporto.

Quelle morti in fabbrica o cantiere. Ora gli scrittori danno voce alle vittime
di Valerio Magrelli

Si chiamano "morti bianche", ma spesso hanno a che fare con il lavoro  nero, anzi nerissimo. Questa definizione sta a indicare come in Italia, negli ultimi anni, centinaia di operai siano rimasti feriti o abbiano
perso la vita a causa della loro professione. Per denunciare un simile fenomeno, alimentato dalle ondate migratorie, giovedì 15 febbraio il mensile "Il maleppeggio" ha organizzato, presso la Casa delle Letterature di piazza dell´Orologio, una lettura-maratona tesa a denunciare condizioni di vita disperate. Il tutto, mentre la Fondazione "Corriere della Sera" ha allestito a Milano, presso la Sala Buzzati, tre incontri, intitolati "Italia. Una repubblica fondata sul lavoro" e dedicati al "Lavoro rosa" (6 febbraio), "Lavoro avaro" (13 febbraio) e "Lavoro debole" (20 febbraio). La coincidenza è significativa, poiché ambedue le manifestazioni mirano ad attirare l´attenzione su una vera e propria piaga sociale. Resta però una differenza: mentre a Milano gli invitati sono studiosi e sociologi, a Roma interverranno scrittori quali Antonella Anedda, Elisabetta Rasy, Domenico Starnone, Lidia Ravera, Giosuè Calaciura, Igiaba Scego, Mario Desiati, Aldo Nove, Stefano Tassinari, Antonio Pascale, Marco Lodoli, Mauro Covacich, Elena Stancanelli, Carola Susani e Alessandro Langiu.
L´ultimo numero del "Maleppeggio" ha infatti ospitato interviste e reportage, tra cui l´amaro diario di Andrea Cisi e un racconto in cui Marco Rovelli svela realtà di asservimento e orrore. D´altronde, proprio "L´orrore economico" (un´espressione tratta da Rimbaud) si intitolava un fortunato pamphlet sul tema del precariato uscito in Francia qualche tempo fa.
Diversa la scelta stilistica di Christian Raimo, che sorprende il lettore con un testo ipnotico e percussivo. Operando una riscrittura del sermone evangelico, le riflessioni sulle "morti bianche" e il "Discorso della Montagna" si intrecciano nella litania "La Montagna bianca". Ma ecco il brano iniziale: "Beati quelli che precipitano dal tetto di un capannone che cede all´improvviso, beati quelli che vengono schiacciati dal carrellino elevatore che stavano guidando, beati coloro che vengono investiti da frane di materiale edilizio nei cantieri abusivi, beati coloro che vengono trascinati e stritolati dai nastri trasportatori, beati i camionisti che rimangono ustionati mentre controllano l´olio, beati coloro che scendono nei pozzi per lo scarico delle acque reflue e soffocano a causa delle esalazioni tossiche, beati i soffocati da un incendio improvviso in una fabbrica-garage di materassi, beati i bruciati vivi, beati gli affogati in una tramoggia di olio di sansa, beati quelli che non entrano nelle statistiche perché muoiono per incidenti stradali avvenuti per la stanchezza conseguente al lavoro appena finito, beate le vittime di esposizioni ad agenti cancerogeni e tossici". Difficile rendere meglio il senso di pericolo e abbandono che segna tante esistenze nel nostro paese. Né è un caso che un argomento così tragico abbia sollevato l´interesse di molti narratori. Basti citare il premio Nobel portoghese José Saramago, il quale, parlando del suo libro "La Caverna", ha dichiarato: "E´ un romanzo sulla paura: non solo sull'insicurezza crescente nelle grandi città, ma sulla paura di perdere il posto di lavoro". Il fenomeno delle morti bianche si lega appunto a questo profondo sgomento, che suona addirittura paradossale, quando il mestiere da difendere viene pagato a prezzo della vita.
Davanti al dilagare di un mercato senza più freni, resta perciò importante ricordare come, oltre il profitto, esista una dignità che ogni stato democratico ha il compito imprescindibile di difendere. Ha scritto sul "Maleppeggio" Alessandra Tibaldi, Assessore al Lavoro, Pari opportunità, Politiche giovanili della Regione Lazio: "Abitiamo case, consumiamo prodotti dell´agricoltura, prodotti industriali che spesso nei loro processi sono macchiati dal sangue di lavoratori e lavoratrici. Allora andare a lavoro è come andare in guerra? Si può morire per un diritto costituzionalmente garantito?" Queste domande attendono ancora una risposta.

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giovedì, 08 febbraio 2007

 

Carnefici.

 Parto dalla riflessione di Vins, con cui in generale concordo. E certo, ci sono bestie tra gli ultras. Guarda caso, a quanto pare i catanesi di quella notte appartengono a una “tribù” di estrema destra. Fascisti. Ma nella retorica che in questi giorni esonda dagli schermi, dalle reti unificate in coro di prefiche, sfugge la questione non trascurabile di come molti ragazzi finiscono tra gli ultras perché quello è l'unico luogo dove si incontrano "amicizia, lealtà, solidarietà" (parole loro). Ora, questa sarà pure retorica, ideologia, ma qualcosa di vero ci dev'essere. E invece subiscono solo repressione. Nessuno dialoga con loro. Ripeto, non ho in linea generale alcuna stima per chi fa diventare una bandiera il centro della propria vita. Ma se si dialoga con i tassisti romani, allora si può dialogare anche con gli ultras, no? Ma questo non accade. E la repressione genera rabbia, violenza. Che del resto è riposta – già da sempre – in quello sfolgorante rito sacrificale che è il tifo: e la parola svela, evidentemente,un mondo di contagio col  tremendum del sacro, un mondo che necessita dell’untore  come pietra  di scandalo, un mondo di conflitti basati unicamente sul desiderio del desiderio, sulla necessità di riconoscimento, e sul meccanismo identitario e di appartenenza collettiva.

Allora, questo appiattimento corale sulla santificazione del poliziotto Raciti (al quale va, umanamente, tutto il mio rispetto) non serve che a nascondere la complessità della posta in gioco. Perché il gioco in questione va ben al di là degli ultras, che non sono che l’anello più esposto (più evidentemente violento) di tutto un sistema, il sistema calcio. Ha ragione Matarrese insomma, nel momento in cui espone, “innocentemente”, la verità del carnefice: il morto ci sta, fa parte anch’esso del sistema. E chi ha voglia di toccarlo, quel sistema?


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lunedì, 05 febbraio 2007

 

La giornata è quando si vede il sole.

E' il titolo di un mio racconto della vita esemplare di un lavoratore migrante apparso sul numero di febbraio de ilmaleppeggio, e ripubblicato su Nazione Indiana.


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venerdì, 02 febbraio 2007

 

Un incanto nuovo.

Ci s'incanta, a volte. Ma c'è incanto e incanto, e a dividerli è la stessa, sottile, fragile soglia che separa stupore e stupidità. C'è l'incanto che ha il canto dentro, dove tutto scivola nel canto, e lì si scioglie in un flusso sempre nuovo, e si diparte la danza, la lieve danza che tiene accordati al piolo dell'attimo. E c'è l'incanto che s'incastra nel rumore, nell'inarticolato di Nembrotte, e porta dritti giù, nei ghiacci di Caina, con tutto il peso dei ricordi addosso, e non c'è più canto, ma solo eterna ripetizione dello stesso dolore.

Io, qui, ora, torno a cantare.



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giovedì, 01 febbraio 2007

 

Un amico, Ivan Carozzi (che sarà tra l'altro parte dell'antologia di narratori che stiamo costruendo con Transeuropa, un'antologia girardiana di cui dirò ampiamente), mi ha mandato questa riflessione sulla stanchezza delle rammemorazioni ufficiali della Shoah. Sempre più sfibrate, sempre più afone. Una memoria imbalsamata non serve a nessuno. Piuttosto, è controproducente. Ma così vanno le cose. Come a Rovigo: alla celebrazione della giornata della memoria alla quale mi hanno invitato - semi-ufficiale, per così dire, ché quella di Presidenti e Sindaci era stata la mattina -, che cercava di dare un'impostazione diversa (meno ultracorpi e più sangue, insomma), non ha visto una gran folla, nè tantomeno consiglieri o sindaci. Solo la mia amica assessora Giovanna Pineda.

La Shoah, il Sindaco, il Presidente e ciascuno di noi
di Ivan Carozzi

Come credo la maggior parte degli umani, sono di norma piuttosto allergico verso le manifestazioni di rito e la logora liturgia delle celebrazioni ufficiali. Tuttavia, tollero. Divento però intransigente quando ad essere svuotata di contenuti e idealità è un momento fondante della nostra identità come la Resistenza e una tragedia universale come quella della Shoà. Vengo al dunque. Alla mattina del 27 gennaio scorso, quando a Massa è stata celebrata davanti a una platea di studenti la Giornata della Memoria ad opera del Presidente del Consiglio Provinciale, del Presidente della Provincia e del Sindaco. Misteriosamente, incredibilmente, le relazioni degli intervenuti sono state completamente, e sottolineo completamente, depurate di ogni riferimento al contesto storico e ideologico in cui quelle tragedie si consumarono. Non è mai stata pronunciata la parola 'fascismo', non si è data nessuna menzione del fatto che noi, proprio noi italiani, fummo attivamente partecipi e complici nello sterminio del popolo ebraico, degli zingari, degli omosessuali, nella deportazione di comunisti, socialisti, anarchici, nell'organizzazione delle stragi nazifasciste, nelle accoglienze regali dedicate alle visite del Führer -il demonio- in Italia. Si parla di giornata della memoria e sbadatamente ci si dimentica di raccontare che cosa è davvero accaduto, e di come è accaduto. Cosa ancora più deplorevole quando, come nella circostanza, si parla ad una platea di studenti nati a quaranta, cinquant'anni di distanza dai fatti. Poteva essere utile, per lo meno per aggiungere colorito all'orazione, aggiungere qualche riferimento all'attualità. Ce ne sarebbero a bizzeffe. La guerra infinita. Abu Graib. Le prove di pogrom al campo nomadi di Opera. I rigurgiti xenofobi che proliferano da noi, in Francia, in Germania, in Russia. Invece, soltanto un mieloso e funereo omaggio alla tragedia dell'Olocausto, senza che questa sia stata spiegata, contestualizzata, sviscerata, come ci si dovrebbe aspettare da un esercizio utile e consapevole della memoria. Sembra quasi che, sessant'anni fa, un gigantesco meteorite, o qualche altro evento sconosciuto, abbia colpito l'Europa annientando milioni di esseri umani. Di che cosa abbia generato quella follia, dei meccanismi ideologici che l'hanno alimentata, non è stata pronunciata una sola, singola parola. Soltanto aria fritta. Un esercizio di luttuosa friggitoria politichese, che ha seminato un sacrosanto torpore fra i presenti. Soprattutto fra i più giovani. Un odore di patatine che li ha addormentati, donando un tocco di verità alla scena. Si è vista soltanto una ripetuta e rituale esortazione al ricordo, alla memoria, che tuttavia, non sorreggendosi su di un'argomentazione seria, non sostanziandosi di riferimenti storici e fattuali, pareva più che altro un invito a procurarsi qualche pastiglia di fosforo. Viene quasi da pensare che tali chirurgiche omissioni siano dovute ad una qualche forma di baratto con chi, invece che di Resistenza o di Shoà, vorrebbe discutere di foibe. E così il discorso immane sull'Olocausto viene soffocato nella pastafrolla dei sentimenti, in una generica pietà, in una emozione specifica, codificata nel racconto delle fiction o dei servizi di Italia Uno, che galleggiano come barchette di carta sulle musiche de 'La vita è bella'. E' strano come in un sabato mattina di gennaio, all'interno di una sala convegni, si possa scrutare attraverso la grana della retorica pubblica e vedere così ben esemplificata la piccolezza umana, che non appartiene soltanto a quei tre oratori, ma a tutti noi, compreso lo scrivente. Ma nello specifico: quelle pause artefatte, quel modo di guardare l'uditorio, di agganciarlo e poi lasciarlo, quel lessico stantìo, che non riesce più a distinguere fra una seduta del consiglio comunale, l'inaugurazione di un centro commerciale e circostanze tanto solenni: tutto così abissalmente inadeguato a rievocare anche minimamente i torrenti di sangue sparso, il fango, il gelo nelle baracche, gli stracci, le vite sfregiate, l'odio piccolo borghese e poi barbarico che ha condotto al genocidio. La fonte morale che mi autorizza a giudizi così fermi restano i racconti di chi ha combattuto il nazifascismo, di chi ha scelto e poi fronteggiato l'eterna meschinità italiana, ma elevata di potenza, tramutata in mostro e apocalissi. I soli italiani che possano davvero appuntarsi al petto una medaglia, che hanno udito il rintocco della campana, che hanno compiuto il miracolo di modificare il dna morale della nazione.
Non stupisce più di tanto, oggi, osservare come  a Massa, medaglia d'oro alla Resistenza, nelle nostre scuole, nei luoghi di ritrovo, in certe frange della tifoseria, si stia radicando quel soggetto misterioso e inquietante che si chiama 'Forza Nuova' e che abbiamo visto sfilare per le strade del centro la vigilia di Natale, sotto le finestre dell'Amministrazione. Come ha detto Giorgio Bocca di recente, il fascismo continua a vivere sotto la nostra pelle, con una sua segreta forza e persistenza, che si nutre di continue rimozioni, di una certa congenita fragilità della memoria storica. Una memoria che si fa sempre più corta, che non ha fatto chiarezza sugli anni di piombo, sullo stragismo, che se ne frega, che spesso non arriva neppure all'altro ieri. E' vero, siamo immersi nei flussi costanti della comunicazione, sottomarini o di superficie, casuali o perfettamente comandati sull'obbiettivo, di piduista perfezione, che in definitiva esercitano un'azione di corrosione e logoramento della memoria. Anche sul piano squisitamente neuronale. Sotto questo punto di vista, siamo creature infinitamente vulnerabili, e impreparate a questa inusitata pressione. Forse i Presidenti e il Sindaco sono inconsapevolmente lavorati da quegli stessi processi di erosione che colpiscono ciascuno di noi. Loro, però, per la funzione che ricoprono, dovrebbero fare qualche sforzo in più. Se vogliamo davvero liberarci del fascismo, non del fez e i manganelli, ma di quella forma che ha continuato fino ad oggi a mimetizzarsi nei comportamenti pubblici e privati, nella gestione dello stato, negli intrighi occulti che da sempre tramano sopra le nostre teste, del fascismo declinato e temperato nel quotidiano, se non vogliamo che si ripeta l'orrore senza nome dei campi di sterminio, bisogna esercitare davvero la memoria, fino in fondo, come ha fatto Primo Levi, che il 27 mattina, fra l'altro, ha ottenuto un record di citazioni. Roba da rivoltarsi nella tomba. 

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