Vite bianche
Ho fatto una lista di persone, di eventi, di luoghi. Come a dipanare un filo nero che mostri la figura sinistra della morte-di-lavoro. Si tratta di ascoltare i testimoni. Comprendere i motivi delle morti-di-lavoro – “motivi”, come i motivi di un tessuto che intrecciandosi formano una trama, e una figura - significa anzitutto ascoltare le storie “normali” dei sopravissuti, dei “testimoni”. Testimoni di un’assenza, di un vuoto.
Testimoni di un’assenza sono, prima degli altri, i familiari. Che più di ogni altro si trovano a dover maneggiare questo vuoto – e non trovano appigli. A loro tocca di ricostruire una rete familiare, e spesso il buco non sarà mai possibile ricucirlo. E intorno al loro dolore, se vorranno, a partire dall’insostenibilità di quel dolore, ricostruiranno la forma di una vita cancellata.
Testimoni, poi, sono i colleghi di lavoro, che hanno attraversato, e spesso ancora attraversano, il luogo di lavoro dove è morto un compagno. E solo grazie a loro, che conoscono il lavoro con le mani, sulla pelle, nella carne – sarà possibile trovare i nomi giusti per le cose.
E poi ci sono sindacalisti, medici del lavoro, e tutti quelli che da tempo si ostinano a rifiutare il fatto dell'ineluttabilità delle "morti bianche". Grazie a loro sarà possibile: raccontare il reticolo sociale che “produce” la morte bianca. Comprendere la verità delle forme di vita, al di là del lavoro, oltre il lavoro. Capire insomma qual è la relazione tra l’essere lavoratore e l’essere “umano”, in questo nostro mondo “post” (postmoderno, postfordista, postideologico...). La domanda delle domande, allora, sarà questa: una morte bianca sarà forse radicata in una vita bianca?
postato da alderano
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