cirque de la solitude

 

“Il poeta produce il bello con l’attenzione fissata su qualcosa di reale. Lo stesso avviene con l’atto d’amore. Sapere che quest’uomo, che ha fame e sete, esiste veramente come me, questo basta, il resto viene da sé” (Simone Weil) “L'anarchia viene dal di dentro. Non c'è un modello di anarchia, né alcuna definizione. Definire, vuol dire confessarsi battuti in partenza. Definire, vuol dire fermare il treno nella notte quando devia sullo scambio. Tanto vale ammettere che si ha fretta di farla finita con la comprensione dell'avvenimento. Proprio per la sua inattitudine di fondo a non saper definire niente, l'uomo scalpita nelle obiezioni e nella filosofia” (Léo Ferrè)

QUANTO ALLA MUSICA, CI SONO IL MYSPACE E IL BLOG SBANDATI il 23 luglio esordio/anteprima di LibertAria al festival UrlaPadula a Carrara


mercoledì, 10 ottobre 2007

 

Che cos'è la Sinistra? - pt. 2: Sinistra o sinistra?

Ho fatto girare nelle mailing list della sinistra massese la mia lettera aperta. Mi è arrivata la risposta di Alessandro Volpi, docente di Storia contemporanea. Pubblico il suo intervento, e la mia risposta.

Le considerazioni di Marco Rovelli sono talmente centrali che penso non possano restare senza una risposta. Anch'io ritengo che molte delle categorie con cui abbiamo interpretato e interpretiamo i fenomeni della contemporaneità siano ormai lise; penso anch'io che lo stesso lessico che utilizziamo per definirle sia molto frammentario. Viviamo una fase nuovissima dove la ricchezza finanziaria è 10 volte la ricchezza reale, dove i consumatori hanno superato ampiamente la disponibilità delle risorse e dove l'inflazione non è ancora esplosa solo perché le dimensioni planetarie del mercato del lavoro consentono di abbattare gli altri costi. Di questo vorrei parlare a lungo, perché sono convinto che ormai nessun fenomeno è più solo locale e i fenomeni planetari, a loro volta, dipendono da mille specificità locali. Sono però convinto a differenza di Rovelli che il termine sinistra sia uno di quelli da cui ripartire, perché mi sembra uno dei pochi che contenga in sé nuove forme di partecipazione, la ricerca di una formula di convivenza che vada oltre il mero sviluppismo, che rifiuti il grande vizio dell'indiviualismo. La sinistra può battersi per restituire centralità al lavoro rispetto alla rendita, per pensare forme di democrazia reale nell'utilizzo delle risorse, per concepire una dimensione collettiva dei processi socio-economici. Anche di questo vorrei parlare a lungo, perché penso che discutere a partire da un patrimonio condiviso e dalla costruzione di un progetto sia un esercizio estremamente fertile. Confesso che rispetto a questo, alla grande tensione ideale che lo stesso intervento di Rovelli contiene, la questione della deficienza della classe dirigente è ben poca cosa. Il solo atto da porre in essere rispetto ad essa è provare con coerenza e coraggio a cambiarla, e per questo occorre un impegno vero che parta della stanchezza e dallo sconforto di un'intera comunità. Scusami Marco, ma non mi basta coltivare un prezioso e affascinante isolamento; spero che questo territorio possa almeno provare a darsi una prospettiva migliore e per farlo deve essere valorizzato in modo profondamete diverso. Le primarie, a mio parere, non sono il terreno di mediazione con chi sostiene meri equilibri di potere, sono al contrario il tentativo di portare di nuovo tanti soggetti a misurarsi con le loro aspirazioni. A partire naturalmente non da un neutro governo delle cose, ma da una visione condivisa e vissuta di società, in sintesi da un'appartenenza che non sia certo un recinto ma abbia mille finestre aperte e un'instancabile voglia di contaminazioni. Spero, di cuore, che in questa battaglia uomini come Marco Rovelli ci siano. alessandro volpi.

Caro Alessandro,
ti ringrazio di essere intervenuto a seguito delle mie osservazioni.
Tu individui alcune coordinate che, intramate, darebbero vita alla figura "sinistra": partecipazione, con-vivenza (solidale) vs. sviluppismo e vs. individualismo, lavoro vs. rendita, democrazia reale (vs. democrazia formale, è da presumersi).
Su questo possiamo tranquillamente convenire. I tratti di una sinistra entro l'orizzonte del capitalismo, quelli storici: e se è vero che stiamo ancora dentro la modernità (quella i cui elementi fondamentali sono stati tracciati da Marx nel Manifesto - e il richiamo, qui, non è talmudico, ma sostanziale), allora ha ancora pienamente senso richiamarsi alla categoria di "sinistra". Ma il punto è: quale sinistra? Che cos'è la sinistra, oggi? Forse la questione è solo di un'iniziale: una esse maiuscola contro una esse minuscola. Una "Sinistra" (politicista, che si identifica e si appiattisce sul palazzo, che tende a farsi casta) contro una "sinistra" (sociale, articolata: in questo senso andava il mio richiamo/rimpianto al Social Forum, a quella straordinaria opportunità gettata al vento). Ora, ciò che ponevo in questione era un metodo. Il metodo che deve seguire un insieme di persone che vogliono costruire una - come tu dici - "visione condivisa e vissuta di società". Vivere, ovvero fare. Io credo che il fare preceda l'essere (ancora, richiamo non talmudico, lo giuro...). Ma se ancora non abbiamo costruito un progetto, se ancora non abbiamo un orizzonte condiviso - se dunque non c'è ancora alcuna soggettività politica (politica in senso ampio, dico) forte (ed è forte solo se nasce da pratiche condivise e vissute) - ha senso porre già la questione delle primarie? Quando dall'altra parte l'interlocutore (perché tale sarebbe, evidentemente) ha invece una soggettività politica ben salda, chiara, riconosciuta? Che potrebbe succedere, se non che le primarie diventerebbero proprio quel "terreno di mediazione" che tu dici che non devono essere? Poniamo il caso, fai una serie di assemblee, magari elabori un programma, poi nell'imminenza delle elezioni sarà pur sempre con quei partiti che dovrai trattare. E ho memoria di un tavolo programmatico, in questa provincia, ciò che avrei preferito non aver fatto. Il personale politico è sempre quello, e loro una base sociale ce l'hanno: una base clientelare, affaristica e quant'altro...ma ce l'hanno. E se tu che ti poni come controparte non sei espressione di un movimento reale di persone, che parte dalle cose (da pratiche condivise, appunto), che si aggrega intorno a delle cose, non ritengo possibile che potrai ottenere alcunché.
(Espressione di un movimento reale di persone: di pratiche. Ripartire dalle inchieste. Dalla messa in circolazione di saperi - di cose dette a mezza voce, e insieme di analisi complesse - che possano ricreare una grammatica nuova della politica, un discorso comune che ci permetta di avere davvero un'Idea della Città. Ricostruire un reticolo di saperi che indaghi sulla devastazione della città, che enuncino i poteri forti, che facciano nomi e cognomi. E che siano fatte circolare, queste cose. E allora, ripartire da assemblee pubbliche disseminate sul territorio, da una partecipazione davvero vissuta, che connetta istanze, questioni, desideri... Iniziare da qui. E poi, in base a quest'inizio, porsi degli obiettivi)

Tu dici che le primarie non devono essere il terreno di mediazione ma un tentativo "altro". Se fosse questo, perchè opporsi? Si potrebbe davvero tentare l'avventura, anche i cani sciolti e i libertari e gli sfiduciati potrebbero mettersi in gioco. Ma l'esperienza mi insegna che accettare le regole del gioco dell'avversario ti mette già in condizione di subire. E poi penso: perché, in questo territorio, queste iniziative nascono solo in vista delle elezioni? Quando sui giornali e nei circoli esoterici della politica cominciano già a farsi i nomi dei papabili sindaci? Perché, al di fuori di queste scadenze, tutto tace? Non trovo altra risposta se non questa: l'orizzonte di un agire politico, in questo territorio, è del tutto conforme ai luoghi della politique politicienne. Quando invece, per come la vedo io, finché le cose non smetteranno di ruotare intorno al Palazzo, finché non ci sarà insomma quantomeno una rivoluzione copernicana (non dico che il Palazzo debba scomparire, non pretendo tanto), la grammatica della politica continuerà a essere la stessa. Quella di una lingua non mia. Dopodiché, certo, preferirei un sindaco che sappia anche parlare anche la mia lingua, e magari fluentemente, piuttosto che uno che non accetta neppure l'idea che possano esistere altre lingue... E magari il sindaco poliglotta potrei pure sostenerlo - ma non è questo il punto, se all'indomani delle elezioni non vogliamo ricadere nella medesima situazione strutturale. Ma forse, davvero, si tratta solo di prendere atto proprio di questo, che l'orizzonte politico in questo territorio è tutto conforme ai luoghi della politique politicienne.
Non coltivo l'isolamento come virtù a priori, mi sono speso per anni attraversando tanti e differenti territori della politica, da quella istituzionale a quella di movimento, dal (la politica del) volontariato a una politica "nomadica", delle differenze. E credimi, non sono qui a sparare a zero sull'iniziativa. Spero anzi che dissipi i miei dubbi e produca qualcosa di buono. Alla faccia della mia sfiducia.
Salud y libertad,
Marco


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