cirque de la solitude

 

“Il poeta produce il bello con l’attenzione fissata su qualcosa di reale. Lo stesso avviene con l’atto d’amore. Sapere che quest’uomo, che ha fame e sete, esiste veramente come me, questo basta, il resto viene da sé” (Simone Weil) “L'anarchia viene dal di dentro. Non c'è un modello di anarchia, né alcuna definizione. Definire, vuol dire confessarsi battuti in partenza. Definire, vuol dire fermare il treno nella notte quando devia sullo scambio. Tanto vale ammettere che si ha fretta di farla finita con la comprensione dell'avvenimento. Proprio per la sua inattitudine di fondo a non saper definire niente, l'uomo scalpita nelle obiezioni e nella filosofia” (Léo Ferrè)

QUANTO ALLA MUSICA, CI SONO IL MYSPACE E IL BLOG SBANDATI il 23 luglio esordio/anteprima di LibertAria al festival UrlaPadula a Carrara


venerdì, 19 ottobre 2007

 

 La sofferenza delle madri

Graziella ha visto morire suo figlio, l'anno scorso, schiacciato da una pressa. Non è facile Marco, mi dice. Solo adesso sto prendendo coscienza che Andrea non c'è più. Per mesi mi ritrovavo a guardare quella porta, e aspettare che Andrea potesse rientrare da un momento all'altro. E ogni volta che uno racconta la propria storia è sempre un coltello che rigira nella piaga. Ma io continuo la mia battaglia. E vorrei riuscire a fare qualcosa di più. Insieme ad altri. Per far finire questa guerra.

Graziella è, come Gloria, una donna che soffre e s'offre. Giusto un apostrofo, un piccolo segno di differenza, un pulviscolo. Un apostrofo che è come sostare su una soglia. Offrirsi è rendersi disponibile. Disponibile alla sofferenza. Consegnarsi all'imprevisto. Un respiro di consegna, ma non di resa. Anzi. E' sporgersi fermamente, saldamente, e orgogliosamente, nel vuoto, aggettando con tutto il proprio profilo e il proprio peso. Consegnarsi all'imprevisto di un dolore che può ricorrere. Alla ricorrenza di un ricordo. Ripercorrere, ogni volta, ancora, gli stessi passi. Gli stessi tracciati della memoria. Una memoria che ogni volta rinnova il dolore, e pure, nello stesso movimento, rinnova la vita. Quella traccia di vita che è restata. Rimasta attaccata alle mani, stretta nel pugno. Un pugno che non si vuole disserrare, ma che tiene stretto il nome del proprio figlio, del proprio parto, del proprio grembo. La sua anima. Quel figlio che adesso è vivo, pur nella sua irredimibile morte, e lo è esattamente in questo interminato offrirsi che significa, ancora, e sempre, soffrirsi.

 


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