La sofferenza delle madri
Graziella ha visto morire suo figlio, l'anno scorso, schiacciato da una pressa. Non è facile Marco, mi dice. Solo adesso sto prendendo coscienza che Andrea non c'è più. Per mesi mi ritrovavo a guardare quella porta, e aspettare che Andrea potesse rientrare da un momento all'altro. E ogni volta che uno racconta la propria storia è sempre un coltello che rigira nella piaga. Ma io continuo la mia battaglia. E vorrei riuscire a fare qualcosa di più. Insieme ad altri. Per far finire questa guerra.
Graziella è, come Gloria, una donna che soffre e s'offre. Giusto un apostrofo, un piccolo segno di differenza, un pulviscolo. Un apostrofo che è come sostare su una soglia. Offrirsi è rendersi disponibile. Disponibile alla sofferenza. Consegnarsi all'imprevisto. Un respiro di consegna, ma non di resa. Anzi. E' sporgersi fermamente, saldamente, e orgogliosamente, nel vuoto, aggettando con tutto il proprio profilo e il proprio peso. Consegnarsi all'imprevisto di un dolore che può ricorrere. Alla ricorrenza di un ricordo. Ripercorrere, ogni volta, ancora, gli stessi passi. Gli stessi tracciati della memoria. Una memoria che ogni volta rinnova il dolore, e pure, nello stesso movimento, rinnova la vita. Quella traccia di vita che è restata. Rimasta attaccata alle mani, stretta nel pugno. Un pugno che non si vuole disserrare, ma che tiene stretto il nome del proprio figlio, del proprio parto, del proprio grembo. La sua anima. Quel figlio che adesso è vivo, pur nella sua irredimibile morte, e lo è esattamente in questo interminato offrirsi che significa, ancora, e sempre, soffrirsi.
postato da alderano
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