cirque de la solitude

 

“Il poeta produce il bello con l’attenzione fissata su qualcosa di reale. Lo stesso avviene con l’atto d’amore. Sapere che quest’uomo, che ha fame e sete, esiste veramente come me, questo basta, il resto viene da sé” (Simone Weil) “L'anarchia viene dal di dentro. Non c'è un modello di anarchia, né alcuna definizione. Definire, vuol dire confessarsi battuti in partenza. Definire, vuol dire fermare il treno nella notte quando devia sullo scambio. Tanto vale ammettere che si ha fretta di farla finita con la comprensione dell'avvenimento. Proprio per la sua inattitudine di fondo a non saper definire niente, l'uomo scalpita nelle obiezioni e nella filosofia” (Léo Ferrè)

QUANTO ALLA MUSICA, CI SONO IL MYSPACE E IL BLOG SBANDATI il 23 luglio esordio/anteprima di LibertAria al festival UrlaPadula a Carrara


martedì, 26 aprile 2005

 

Il 14 marzo scorso ho pubblicato qui un monologo teatrale. (Al quale monologo, tra l'altro, sono dovute le accessioni di chi cerca su google "sborrato addosso blog", "pericolo di ingoiare sperma" o cose del genere, come risulta dal referrer in fondo alla pagina). Se vi accade di voler leggere il testo che segue, è meglio che cominciate dall'altro - essendo questo un suo sequel...

                                                                        

                                                                                  L'afferramento

                                                                                   parte seconda

 

Tu lo sai, Lama. La verità è che io non ho mai iniziato. Non l’ho mai fatto. Non so come si faccia, a iniziare. Sono sempre stata così. E prima che io fossi, gli altri lo sono stati per me. E’ come se ci fosse una fatica infinita su di me. Che io devo rilasciare. Ed è questo, forse, che ci ha diviso fin da sempre. (Stavo dicendo - fin dall’inizio. L’inizio, lo vedi, è un vizio inestirpabile. Nobile, forse, ma pur sempre un vizio). Ci siamo separati quando abbiamo riconosciuto la divisione che esisteva da sempre, tra di noi. Quando ti ho visto con Sara, sul greto del fiume. Eravate uniti in un gesto perfetto, Lama. Vero, e senza inizio. Se mai ti ho amato, è stato in quel momento. In quel momento ho capito che non avevi più bisogno di me. Quando non si ha bisogno di nulla, l’unica cosa di cui si ha bisogno è un servo. Ho visto con chiarezza, in quel momento, con le labbra bagnate di sperma e di lacrime, la scelta che avevo davanti. Essere il tuo servo, o scomparire. Tutto il tempo che è passato da allora fino ad ora è stato il tempo della scelta. Sono scomparsa, Lama. Ma sono scomparsa da serva, perché sei stato tu a scegliere per me. Quando hai scelto di non succhiare il mio seme, nel portone di Dresda, hai scelto di non fare di me il tuo servo. Ti avevo offerto la mia sterilità, mi ero consegnata alla tua esecuzione. Ma tu hai avuto schifo del mio abbandono. Hai rifiutato la mia sterilità. Non te ne faccio una colpa, Lama. Eravamo divisi da sempre. Ciò che ci univa era ciò che ci divideva. Sara, era lei che ci univa, lei che ci divideva. L’ho amata, Lama. Tremavo di follia quando le stavo lontano. Lei era il mio tremore, il gesto perfetto, la linea pura della mano, la contrazione del contorno. Non lo hai mai saputo, Lama: sono stata io a darle il figlio. La vostra Agar ha succhiato il tuo sperma sul greto di quel fiume, e lo ha lasciato colare dentro di lei. Ma il figlio te lo sei preso. A me non è rimasto alcun Ismaele da accudire, da portare nel deserto. Nella mia traversata non ho avuto che un fantasma, come un’allucinazione dovuta al riverbero del sole. Ismaele è rimasto a casa, con i suoi legittimi genitori. Tu avevi parlato, e avevi scritto la legge. Io ero la serva in sovrappiù, rimasta con la caligine del deserto negli occhi. Sono rimasta con questa caligine negli occhi fino a Dresda, nell’attesa del rifiuto che alla fine è arrivato in quel portone. Sono rimasta così per te, Lama. Ma neanche di questo ti faccio una colpa. Ho scelto io, di non scegliere. Continuare a passare le notti con la bocca appiccicata alle sue labbra. Con le mani appigliate ai suoi fianchi, alla sua pelle scivolosa. Lucida. Lei te lo teneva in bocca, per ore, e tu ti addormentavi così, a volte. Io e te non ci toccavamo. E’ il cerchio che non si deve mai chiudere. Non c’era nulla di vizioso, in questo. Era qualcosa che scorreva, come la pioggia che sciacqua i pensieri. Non c’era vizio, nel nostro toccarci, nel nostro aggrapparci l’uno con l’altro. Il vizio sta solo nell’origine. Nell’inizio. E noi non avevamo mai iniziato. Siamo stati così da sempre. E i nostri padri e le nostre madri, e i nostri nonni e le nostre nonne, sono stati così prima di noi, per noi. Eravamo perfetti, Lama, quella perfezione che si è rivelata in tutta la sua pienezza quando hai preso Sara da dietro, e io ho capito che non avevi più bisogno di me, e ti ho dato un figlio. Ma quella è stata l’ultima volta. Lì la perfezione si è compiuta, ed è trapassata in caligine. Fino a Dresda. Dove la caligine si è dissolta, e siamo diventati santi. La separazione della santità.

 

 

 


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