Quando i Wu Ming hanno chiesto un racconto su "la prima volta che ho visto i fascisti" (adesso raccolti in un pdf scaricabile dal loro sito), ho scritto di getto queste righe. E' stata l'occasione per tirar fuori frantumi della mia Bildung politica.
Le nere bandiere.
Forse si trattava della manifestazione contro il governo di Ciampi. Il nonno buono che adesso sta sul Colle a sventolare la bandiera. Come se le bandiere non fossero tutte insanguinate. E come se non fosse solo il fuoco a poterle purificare. Anche noi però avevamo la nostra bandiera rossa. Forse a mostrarlo tutto, quel sangue, come fosse l’ultima delle bandiere. Chiedeva di essere l’ultima, sì, ma non era lei la bandiera che sventolando s’ammaina e si fa cenere. E per questo non ero io a portarla. Quasi avvertissi in ogni bandiera una richiesta di sottomissione. Ogni bandiera chiede di restare nella sua ombra. Ma la carne vuole sole, e sfugge al suo cerchio scuro. In ogni caso avevo la kefiah. E il mio giornale che sbucava dal giaccone. Le avevo, le mie mostrine. E le mostravo insieme al corteo. Il pullman ci sbarcò a piazza del Verano. Da lì il corteo andò verso piazza Bologna, dove s’infilò nella metro. Io e altri due ragazzi (potrei dire compagni, certo, ma allora erano prima di tutto ragazzi: c’era un coté post-adolescenziale) decidemmo di andare a trovare un amico a via dei Volsci. La via storica dell’insurrezione romana. E’ lì vicina. Ma non sapevamo di essere in un quartiere nero. A noi ragazzi di provincia era del tutto sconosciuta la guerra per bande. Certo, negli anni settanta la nostra città era una polveriera. Ma io ero piccolo, e la mia famiglia apparteneva alla maggioranza silenziosa. Di quei giorni ricordo solo il fumo dei lacrimogeni in strada e la tapparelle abbassate nonostante fossimo al quinto piano. Così non conoscevo un’altra lingua. A undici anni presi partito. Ed era quello sbagliato. C’era stato il colpo di stato in Polonia, e una ragazza polacca era stata costretta a rimanere da noi. Mi aveva regalato la spilla di Solidarnosc, quella fu la prima mostrina che mostravo orgogliosamente. Mi sentivo democratico, e cristiano. Non avevo altre parole per declinare il mio sentimento di lotta alle ingiustizie. Solo più tardi avrei, brancolando, alzato il pugno. A sedici anni, a un concerto. Durante la canzone ‘The internationalists’. Il gruppo non era neppure di quelli più arrabbiati: erano i morbidi Style Council, quelli dell’ex-Jam Paul Weller. (Fu la sera delle prime volte, quella: fu anche la prima volta che finii in televisione, intervistato da Clive per Videomusic). Insomma, non conoscevo le durezze della lotta. Né avevo mai visto i fascisti, se non quelli da operetta del liceo (da operetta fino a un certo punto, peraltro: ho saputo che il più convinto tra loro è un parà, adesso). Così non sapevo di dovermi guardare le spalle, scendendo da piazza Bologna e tornando verso il Verano. Fu solo all’ultimo momento che me ne accorsi. Ci stavano seguendo in tre, e acceleravano il passo. Non feci in tempo a dire, ‘questi ci seguono’, che ci furono addosso. Avevano bastoni, bottiglie e catene. Noi non avevamo niente, a cominciare dalla disposizione alla battaglia. Nemmeno il tempo di aver paura: c’era solo il tempo di scappare. Scappammo, anche se mi presi una bottigliata appena sotto il collo, da cui mi salvò il giaccone imbottito. Pensai di ripararmi in un bar, ma questi mi inseguirono anche lì dentro. Se ne andarono solo quando passò per caso una macchina della polizia. Ignominia delle ignominie. Nell’andarsene, uno di loro si fermò a qualche metro da me. Provai a parlarci. Gli chiesi il perché. Qui non dovete venirci, qui è quartiere nostro. Noi nel quartiere vostro non ci veniamo. Una logica tribale che mi era del tutto sconosciuta. Non li ho più rivisti, così da vicino. Inch’allah.
postato da alderano
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