La Restaurazione continua.
(In tempo reale dalla sala stampa della Fiera del libro)
Anzitutto, ho finalmente dato un volto ai nomi. Antonio Moresco per primo, poi Gabriella Fuschini dal sorriso solare, Helena Janeczek, Loredana Lipperini, Carla Benedetti, Tiziano Scarpa. Anche per loro, però, Alderano si è incarnato.
Se vi aspettavate qualcosa di risolutivo, dal dibattito vis à vis, ebbene questo non c’è stato. Nel senso che non c’è stato il dibattito: qualcosa di risolutivo invece sì, ed è stato l’intervento dell’addetta della Fiera, la quale ha mandato tutti a casa - time out… Peccato, proprio quando era appena finito il primo giro degli interventi e il dibattito stava per iniziare. Così, tutti sono stati inchiodati alle proprie posizioni che i frequentatori della rete già conoscevano ampiamente.
Per non sbagliarsi, Benedetta Centovalli – che ha presentato e aperto – ha letto il suo intervento. Nel segno del regime e del ritorno all’ordine. I libri sono crocifissi: omogeneizzazione delle proposte, centralizzazione della distribuzione, politica del bestseller attraverso l’accelerazione della rotazione dei titoli (in termini marxiani: si accelera il ciclo di valorizzazione del capitale). Censura del mercato. E finisce: ‘La cultura di massa lavora contro il popolare’. Va da sé, chiamata in causa è Loredana Lipperini. Che dice (e per fortuna non legge – per fortuna dell’ascoltatore, intendo): qui corro due rischi, di esser tacciata di sciocca o di connivente. Insomma, sa di fare da bersaglio mobile. E poi, dice, non è che non veda come vi siano obiettive restrizioni nel mercato editoriale, specie per ciò che attiene alla distribuzione. Ma da dieci anni a questa parte la situazione è cambiata. L’editoria di progetto. Il web. Ritorno all’ordine? Va bene, ma quel che mi spaventa sono i dogmi, il voler imporre dall’alto ciò che è cultura e ciò che non lo è. Conclude con un’adesione alla Dichiarazione dei doveri e dei diritti del narratore di Wu Ming – con la parte che si scaglia contro l’affabulazione narcisistica dello scrittore, per uno scrittore-artigiano. La chiusa è sospetta. Qui si vuole dire qualcosa a qualcuno. Mi sa che, su questo, qualcuno risponderà.
Interviene Cassavella, dell’associazione librai. Sostenere le librerie indipendenti, questo il sunto. Non vado oltre, ma mi pare che su queste cose concrete occorra lavorare davvero per contrastare i megastore.
Poi, la Carla Benedetti. Non siamo apocalittici. Il rischio di desertificazione non significa che il deserto ci si già. Però. Gli scrittori ci sono, ma sono repressi dalla megamacchina culturale. Questo mi pare un punto importante: considerare la questione a compartimenti stagni non aiuta a capire, anzi causa fraintendimento, e sottovalutazione del rischio. (Glossando, la metafora shakesperiana degli alberi e della foresta) I restauratori non stanno solo nelle case editrici, ma anche nei giornali, nelle università, nelle teste degli scrittori che intromettano censure. L’alternativa non è solo tra romanzi clonati o sperimentalismi culturalismi: c’è dell’altro, che la megamacchina reprime. Anche qui niente di nuovo, se non una certa nettezza – che mi trova d’accordo (rimango perplesso solo sull’accenno al web, per cui il nickname, in quanto rinuncia all’identità, porterebbe con sé una debolezza della parola: ma la prospettiva skizo non era invece liberante?).
Dopo, il bulldozer Fanucci. Tutti mi vogliono tirare per la giacca, ma io che sono grande e grosso strattono e corro da solo. Rischia un incidente diplomatico (per dirla eufemisticamente) con la Lipperini, quando dice che ‘Einaudi convive allegramente con Repubblica, Repubblica convive allegramente con Einaudi’. La Lipperini non ci sta a far la figura della connivente prezzolata e gli fa segno di darsi una calmata.
Poi, Moresco – il Grande Vecchio della situazione. Che sposta la questione sui piani più alti – e finalmente si parla di letteratura. Ed ecco che arriva la risposta alla Dichiarazione di Wu Ming: l’orizzonte dello scrittore-artigiano non mi basta, dice. Questa è una delle possibilità – ce ne sono mille altre, che non sono necessariamente frutto di romanticismi retrivi. Qui mi pare colga una reale contraddizione, in effetti: se si ha paura dei dogmi, come si fa ad asserire che lo scrittore E’ questo piuttosto che quello? La responsabilità della scrittura, dice Moresco, è nei confronti del dono della parola: e allora, si affronti la questione della lingua. Perché dobbiamo renderci consapevoli di come la lingua italiana sia una lingua privilegiata – delicata e forte come solo la lingua russa sa essere. Per renderci consapevoli, Moresco ci riporta agli esordi. Terminando l’intervento leggendo il Cantico delle creature di Francesco.
Dopo, Massimiliano Parente, forse più bulldozer di Fanucci. Le terze pagine sono il deserto dell’intelligenza. Impera la rimozione del ragionamento sulla forma e sulla lingua. Ma se non si ragiona sulla forma, ma solo sulle storie, ogni opera è eguale a un’altra. E l’arbiter è D’Orrico. Non solo, in rete imperversa Genna, che dovrebbe fare controcultura e invece porta acqua al mulino di D’Orrico dicendo che è un genio. Sui giornali i critici letterari mancano. Ci sono questi personaggi che non sa chi sono. (Io posso sottoscrivere quel che dice: peccato però che Parente scrive sul Domenicale di Dell’Utri… Sì, lo so, bisogna lavorare. Il discorso è vecchio. Nulla di personale, ho la sventura di avere un amico che scrive per il Giornale).
Ecco, adesso inizia il dibattito, finalmente. No, il tempo è scaduto. Adieu.
postato da alderano
20:14 commenti (17)