“Dalle belle città date al nemico / fuggimmo un dì sull’aride montagne / cercando libertà fra rupe e rupe / contro la schiavitù del suol tradito. (…). Siamo i ribelli della montagna / viviam di stenti e di patimenti / ma la gran fede che ci accompagna / sarà la legge dell’avvenir”.
Questo è uno dei canti partigiani più belli, adeguato per essere intonato nei sentieri delle Apuane, dove già risuonava durante le stagioni della Resistenza. Cominciò nelle Apuane meridionali, la lotta partigiana (e dire che fu eroica, non è cadere nella retorica). Erano gli ultimi mesi del ’43, quando si formarono i Cacciatori delle Apuane. Ricordatevene, quando sarete sulla Pania della Croce – una delle due vette regine di queste Alpi. I partigiani stavano dal lato della Garfagnana, verso Piglionico, dove una cappella ricorda i partigiani uccisi il 28 agosto 1944 nelle loro postazioni sul Monte Rovaio, che sta di fronte alla cappella. Ma se passate da Stazzema (paese di cui è frazione Sant’Anna, dove il 12 agosto del ’44 vi fu un eccidio nazifascista che causò 560 morti), incontrerete il rifugio Del Freo, dove c’è ancora il ritratto del ‘nonno’. Chiedete al gestore di raccontarvi la sua storia. Chissà quante volte, qui, è risuonato ‘Fischia il vento’, il canto più amato dai partigiani (‘Bella ciao’, che è passata alla storia come l’inno partigiano, in realtà si diffuse all’indomani della Liberazione).
Risalendo a nord, si va avanti nel tempo: alla metà del ’44, quando alleati e nazifascisti si fronteggiavano sulla Linea Gotica – che tagliava l’Italia da ovest a est. Partiva dal Cinquale, sul litorale versiliese, passando per Montignoso, al monte Altissimo, e di qui, tagliando il gruppo delle Panie e la Garfagnana all’altezza di Barga, arrivava all’Appennino, proseguendo fino a Rimini. Tra il Carchio e l’Altissimo, c’era il cosiddetto Varco delle Apuane. Di lì, partendo dal paese di Antona, passando per la cresta che congiunge i due monti, e scendendo per il canale di Palerosa, passarono a sud, nell’Italia liberata, migliaia di condannati e di perseguitati politici. Migliaia di persone che trovarono la salvezza grazie ai Patrioti Apuani del comandante Pietro Del Giudice. Il feldmaresciallo Kesserling, al processo di Venezia, dirà di aver avuto più preoccupazioni dai partigiani dell’Altissimo che dalle truppe alleate schierate sul fronte. Furono molti a lasciarci la vita per la libertà altrui, come ricorda questo riadattamento di un noto canto degli alpini: “Il bersagliere ha cento penne / e l’alpino ne ha una sola / il partigiano ne ha nessuna / e va sui monti a guerreggiar. / Quando cade giù la neve / la tormenta dell’inverno /anche venisse pure l’inferno / il partigian riman lassù. / E se poi ferito cade / non piangetelo dentro il cuore / perché se libero un uomo muore / cosa ci importa di morir”.
Era invece dal passo del monte Tambura – l’altra vetta regina delle Apuane – che passavano i partigiani massesi e quelli della Garfagnana. E di lì arrivavano i rifornimenti agli affamati partigiani del massese, sacchi di farina in dorso ai muli per la via Vandelli. Di lì si scendeva a Forno. Dove magari si sentiva cantare una versione partigiana della vecchia canzone anarchica di Pietro Gori ‘Amore ribelle’ (già ripresa dalle mondine in lotta). Me l’ha cantata Alda Fruzzetti, testimone diretta dell’eccidio del 13 giugno ’44: “Noi che amiamo l’uguaglianza / siam al par dei malfattori / ma noi siamo lavoratori / e padroni non ne vogliam. / Se verrai fanciulla cara / noi lassù combatteremo / e quel dì che vinceremo / braccio e cuor ti donerò. / I fascisti alla montagna / e i tedeschi alla pianura / i partigiani non hanno paura / del fucile mitragliator. / Dei ribelli sventoliamo / le bandiere insanguinate / su facciam le barricate / per la santa libertà”.
Nella zona carrarese, invece, c’era la Brigata Garibaldi, dove forte era la presenza degli anarchici (Carrara è città anarchica per eccellenza). Il Battaglione Lucetti, comandato da Ugo Mazzucchelli, era la formazione anarchica, che aveva la base nelle cave di Calocara: “Dai monti di Carrara / un dì discenderemo / all’erta partigiani /del battaglion Lucetti / Più forte sarà il grido / che salirà lassù /fedeli a Pietro Gori / noi scenderemo giù”. E poi, i tanti bei canti degli anarchici: “Addio Lugano bella”, “Sante Caserio”, “Amore ribelle” (tutti e tre opera di Pietro Gori), “Figli dell’officina” (forse il canto più noto a Carrara, composto da un montignosino all’indomani della prima guerra mondiale).
La formazione Ulivi del comandante Memo era invece la formazione prevalentemente comunista: ““E se sapessi o mamma / quanti compagni che ci son lassù / lassù sulla montagna / ch’è presidiata dalla gioventù. La causa nostra / è la riscossa / di Garibaldi / camicia rossa. / Sono orgoglioso di esser coi ribelli /prima di andare contro i miei fratelli”. Ma anche i comunisti cantavano “Figli dell’officina” (salvo sostituire il verso “innalzeremo al vento bandiere rosse e nere” con “innalzeremo al vento la libera bandiera”). Portatele con voi, queste parole, quando sarete sul Monte Sagro, dove ci fu una storica battaglia il 24 agosto del ’44.
E infine, il Monte Brugiana inespugnato. Un monte dal grande valore strategico, tenuto dal vice-comandante Vico, col dispiegamento di tutte le armi pesanti in possesso del comando partigiano.
Oggi ‘la Brugiana’, boscosa e umbratile, è tornata a essere rifugio per solitari. E’ la Brugiana che faceva palpitare il cuore tormentato del poeta apuano Ceccardo Roccatagliata Ceccardi, il Ceccardo furioso e innamorato che scorgeva “uno spiccio di luna” salire su quei boschi, un “simbolo lucido di scure” che sovrastava il “violaceo cono”, “i tronchi noderosi, e le aperte capigliature”… E lì potete andare a rinfrancarvi dopo le camminate per i sentieri apuani. E se andate al trekking di Paolo Monteleone, per andare a cavallo, o semplicemente per godere di quello splendido posto (per ogni evenienza vi lascio il telefono: 337713610), chiedete a Paolo di cantarvi la canzone del cavatore. Io ci capito spesso: se ci incontriamo, vi prometto che un paio di questi canti ve li farò sentire.