cirque de la solitude

 

“Il poeta produce il bello con l’attenzione fissata su qualcosa di reale. Lo stesso avviene con l’atto d’amore. Sapere che quest’uomo, che ha fame e sete, esiste veramente come me, questo basta, il resto viene da sé” (Simone Weil) “L'anarchia viene dal di dentro. Non c'è un modello di anarchia, né alcuna definizione. Definire, vuol dire confessarsi battuti in partenza. Definire, vuol dire fermare il treno nella notte quando devia sullo scambio. Tanto vale ammettere che si ha fretta di farla finita con la comprensione dell'avvenimento. Proprio per la sua inattitudine di fondo a non saper definire niente, l'uomo scalpita nelle obiezioni e nella filosofia” (Léo Ferrè)

QUANTO ALLA MUSICA, CI SONO IL MYSPACE E IL BLOG SBANDATI il 23 luglio esordio/anteprima di LibertAria al festival UrlaPadula a Carrara


giovedì, 26 maggio 2005

 

Il taglio di Ismaele.

 

 

 

 

Infilò la lama, sprofondò nelle carni, e con le dita sentì il taglio. Si ritrasse. Lasciò cadere il coltello insieme al corpo di Sara.

Si rischiarò, e vide l’abbaglio della luce crepuscolare rifratta dalle sabbie che lo circondavano. Ne fu investito, portò una mano sopra gli occhi per ripararsi. Con sorpresa trovò il cadavere di Sara ai suoi piedi. Si inchinò per estrarre il coltello. Era come perso in una grotta, annaspava nel vuoto per afferrare qualcosa, una pietra qualsiasi, un fulmine, una luce. Un istante di gioia sconfinata. Lasciò cadere il coltello.

Colpiscimi nelle reni, con l’usura delle tue preghiere. Io non lotterò. Non ti riconosco.

Riprese la strada del deserto, da dove era venuto. Non c’erano testimoni. Senza fretta. Fra non molto il sole sarebbe calato, e anche il freddo. La vita si faceva un lumicino, e in quel lumicino il richiamo di un fragore senza nome.

Non si voltò per rivedere la casa in cui era tornato, ma la sentiva bruciare dietro di sé. Quel fuoco era il suo sì. Alla voce che era entrata nelle sue orecchie offerte in sacrificio.

 

Dov’era la sua casa, la notte non conosceva questo gelo. E poi, troppo silenzio. Qui non c’era il bisbiglio sottile e continuo degli spiriti di fuoco.

Si sedette su una pietra, tonda e liscia come da un fondale di oceano. Tracciava segni con il dito sulla sabbia. Ogni solco era una ferita sulla pelle di un essere privo di sensi, di tutti i sensi tranne quello del tatto…

Da lì – dalla carne viva di un essere mostruoso – sgorgava la parola. E in bilico sopra quella pietra scivolosa – si poteva pensare.

Più tardi, avrebbe avuto la certezza che solo in quell’istante – un istante che non aveva misura, e si confondeva con i sussulti della terra che pativa le sue ulcerazioni – solo in quell’istante aveva potuto concepire il suo crimine. E immediatamente – nello stesso istante del concepimento – aveva partorito la sua idea, e le aveva dato realtà. Gli parve di aver voluto all’indietro.

Si alzò per riprendere il cammino, per tornare all’itinerario della notte. Gettò uno sguardo lieve sul dorso del mostro, poi passò il piede sui solchi tracciati, per cancellare le prove.

 

Nel deserto non incontrò nessuno. Nessuno che potesse vederlo, e chiamarlo col suo nome. Non c’era che una distesa piena di cose. Nessun nome.

Il Dio di Sara non può essere nominato. Io non ho nemmeno un nome, e per questo li ho tutti e cento. Aveva i nomi che i mortali non possono più rivendicare.

 


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