cirque de la solitude

 

“Il poeta produce il bello con l’attenzione fissata su qualcosa di reale. Lo stesso avviene con l’atto d’amore. Sapere che quest’uomo, che ha fame e sete, esiste veramente come me, questo basta, il resto viene da sé” (Simone Weil) “L'anarchia viene dal di dentro. Non c'è un modello di anarchia, né alcuna definizione. Definire, vuol dire confessarsi battuti in partenza. Definire, vuol dire fermare il treno nella notte quando devia sullo scambio. Tanto vale ammettere che si ha fretta di farla finita con la comprensione dell'avvenimento. Proprio per la sua inattitudine di fondo a non saper definire niente, l'uomo scalpita nelle obiezioni e nella filosofia” (Léo Ferrè)

QUANTO ALLA MUSICA, CI SONO IL MYSPACE E IL BLOG SBANDATI il 23 luglio esordio/anteprima di LibertAria al festival UrlaPadula a Carrara


mercoledì, 10 maggio 2006

 

Il Piccolo mondo antico di Evasio Stoppani
Qualche mese fa ebbi a scriver qui di un collegio docenti del mio liceo - ciò che provocò squassi e terremoti entro il corpo docente, da’ pie' alla testa. Venerdì ho un altro collegio, e mi guarderò bene dal rinnovellare l'agitazione del corpo. Voglio però richiamare il fatto che ebbi allora a rinominarmi Evasio Stoppani. Trattavasi del mio alter-ego, la cui vita narrai, una decina d'anni fa, in un lungo racconto rimasto impubblicato, Vita di Evasio Stoppani appunto, scritto à la manière de Carlo Dossi, con ulteriori fagocitazioni linguistiche.
Narravasi in tal conto la forma informe della mortifera città tutta fatta di gente dabbene (horribilis genus) nella quale ad Evasio accadeva di vivere: Massa. Rinominata nella finzione narrativa come Mevia. Essendo tornato ad avere a che fare con le innominabili meschinità del gregge piccolo-borghese della cittadina, pubblico un breve estratto del mio vecchio racconto, così, giusto per dare un’idea del clima asfittico della città di Massa…
Ebbe negli occhi Jacopo, ossuto e dinoccolato, il solito panama in testa, davanti a quella bandiera (dov’era sparito, poi? Era da quel giorno che non lo vedeva): stavano preparando la festa, mentre sfilavano di gran carriera donne affannose e impellicciate con uomini ingrigiti in finti regimental. Jacopo aveva preso a dar vita a una delle sue solite performance. Intonava poesie, ghignanti cantilene pregne di improperi a un dio greve, crudele e odioso. Una s'intitolava Il congresso eucaristico di Chicago. Evasio lo conosceva sin da quando saltavano la scuola per andarsi a imboscare in qualche bar, e da allora non era cambiato. Sempre lo stesso gusto decadente di dar scandalo. E siccome quella città era uno dei rari luoghi dove ancora lo scandalo era possibile, risultava difficile sfuggire alla tentazione. Dunque Jacopo, giullaresco come suo solito (scartati dall'eternità abbiamo il dovere di essere giullari, aveva scritto a grandi lettere su una parete del sottopassaggio), si rivolgeva ai passanti, sdegnati dai suoi impoetici versi,urlando parole incomprensibili perfino a sè stesso: Sobbalza sordido skyline! Ed in quel tempo postnatalizio, le facce imberbi da asparagi idrocefali di cui andava cantando fuggivano inorridite.
Quel sobbalza sordido skyline! risuonò nuovamente nel sottopassaggio, quando Evasio, in singolare coincidenza sinestetica, vide con la coda dell'occhio un altro punto esclamativo. Anche tu protagonista! - così recitava un cartellone pubblicitario affisso su una macchina per fototessere che giaceva inutile da anni nel sottopassaggio. Un altro messaggio in codice. Qualcuno, in qualche luogo, si divertiva a farsi beffe di lui. Ecco un'altra vigliaccata del solito, oscuro demiurgo.
 Qualche tempo prima, in quella macchina, ancora splendidamente funzionante, aveva scattato alcune foto. Gli servivano per il passaporto. Era deciso a trasferirsi in Zimbabwe, da Arianna. Si fingeva spazi e silenzi. Il nome stesso di quel luogo - Zimbabwe - gli rotolava dolce in bocca procurandogli un inconsueto piacere di libertà. Come una fila di cammelli ebrei al limitar di mistica piscina. Tornato a casa, nella posta in arrivo aveva trovato una lettera. Par avion. Poche, nude parole il suo congedo.
...
Oh, lo Zimbabwe!
 Quelle grandi case di pietra, l’antico regno di Monomotapa!
 Gli interminati spazi, e i sovrumani silenzi!
 I giardini della preesistenza!
 Invece, Mevia. Fumoso cumulo di rovine, pre-tutto e post-tutto, e nel frattempo nulla. Si faticava a trovare qualcosa che s’appiccicasse come distintivo all’anima del popolo. Sola tradizione agli e cipolle (“aghij e gibole, vinite, vinite gente.. .”), ormai vuote sillabazioni buone solo ad empire la bocca boccheggiante antenati e speranze. Nulla, nulla che avesse il sapore dell’eternità in quel borgo desolato: neppure la sgraziata figura d’una impiegatuccia del Comune, ché ognuna di esse si mascherava ormai, intemerata, secondo le mode teleimposte. Ecco, sì: ora sovviene il minimo comun denominatore agl’indigeni del luogo: il trucco. Auto e donne, similmente truccate: questa la vera, saporosa tradizione della città.
...
In pochi attimi, quasi fosse in punto di morte, rivide la città scorrergli sotto gli occhi in rapida sequenza. E che le immagini sono opera di Satana - non fu per lui mai vero come allora. Perché non la montagna delle rocce rivide Evasio - l’amato monte, perfetta immagine di solitudine - quel Tambernicche (o Tamberlicchi, secondo altra lezione) che il Poeta immaginò schiantarsi vanamente sopra i ghiacci di Caina; rivide invece la trama perversa della città, le labirintiche strade a inoltrarsi nel delirio delle case affastellate una sull’altra, sparse come semi sulla roccia, cresciute qua e là, senza criterio alcuno, a saturare la striscia di terra che separa i monti, forati come un dente in stato di avanzata carie, dal mare, il cui corpo pareva chiazzato dalla rogna.
 E in quel selvaggio groviglio, Evasio non riusciva a fissare lo sguardo su alcunché. Si perdeva. Cominciò a barcollare. La testa ondulava, irrigidito il corpo, già minato da un’etilica stanchezza. Nello sbucare dal buio sottopassaggio, gli occhi erano stati abbagliati dalla luce improvvisa di quel sole che brillava algidamente. Stava, Evasio, come mettendo a fuoco da una differente prospettiva quanto lo circondava, ciò di cui aveva finalmente, per la prima volta, una chiara visione. E in quell’immagine credette per un attimo di riconoscere la propria. Reset. Quella città gli si rivelava come un ammasso disordinato di cose, e quel disordine propagantesi dal centro alla periferia, e indietro da questa a quello, tanto che non esistevano più nè l'uno nè l'altra, ma solo una grande, magmatica nebulosa fatta da miriadi di parti tra loro irrelate. Città informe, additata negli atenei a irriproducibile esempio, a futura memoria di architetti provvisti di ragione; città informe perfino nel nome con il quale era segnata sulla mappa, il cui ellenico etimo significava, guarda caso, impasto. Un vero blob, in fin dei conti concettuoso specchio della modernità.
 Una città che si perpetuava in un sogno di pessima qualità, dove s'ammucchiavano brandelli di storie senza capo nè coda, e i tempi si sovrapponevano perversamente.
 Una città in mezzo al guado, e lì sarebbe restata per sempre, a farsi traversare da tutte le correnti, a infradiciarsi e ammuffire e isterilirsi.
 Evasio si chiedeva come sfuggire a quell'orribile spettacolo, a quel gelo, e intanto pensava che in Zimbabwe sarebbe stata tutta un’altra cosa....
 

postato da alderano 20:41 commenti (1) 
 


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