Razzismi quotidiani.
Ho appena presentato il libro a Pisa, nel gazebo davanti alla libreria Tra le righe. Accanto c’è piazza dei Cavalieri. Lì l’acustica risuona, notti di canto l’hanno sperimentata. Entro al bar con un nuovo amico, per un vino. Arriva un messaggio nel telefono, Said ha avuto il foglio di via, cinque giorni per lasciare il territorio italiano. E’ la notizia migliore che si potesse sperare. Tornato liberamente clandestino...
Dopo cena, dov’era anche Alì – un fratello, ormai – andiamo verso una piazza di Pisa, dove scola la notte. C’è un pub dove spesso vanno i militari di Camp Darby. Una bella ragazza bionda, dai seni offerti, si siede sulla panca con noi. E’ Marco a conoscerla. Dice del suo ragazzo, ne mostra la foto, i contorni sagomati, i baffi folti, il basco viola dei parà. E’ il mio uomo, dice. E’ in Iraq. E’ andato lì per aiutare gli iracheni. Ieri mi ha telefonato. Voglio tornare, ha detto. Pensava di andare lì a fare Rambo. Invece non è così.
Aiutare significa essere Rambo, dunque, questo mi scuote, non c’è scarto, contraddizione, aiutare l’altro significa ammazzarlo, punto.
Due minuti fa Alex diceva che il suo uomo era bello, adesso dice, Ma come? Rambo? Che ci sta a fare in Iraq? Lei dice Sì, Rambo. Anzi, diciamo pure che sono fascista.
Esco dall’angolo buio, cerco i suoi occhi, Cosa significa essere fascista? le chiedo. Lei mi guarda con sguardo inquisitore, Da un punto di vista storico o sociologico? dice. No, dico, Cosa significa essere fascista e basta, di pancia, uno due tre. Lei ci prova a essere sincera, strappa da sé la sua verità, me la butta in faccia.
Gli immigrati non devono venire in Italia, castrazione chimica, i pedofili devono essere uccisi.
Mi spiace per tutto l’odio che hai nel cuore, le dico, non mi viene da dire altro, non so dire altro. Tu lo sai di avere tanto odio nel cuore, le dico ancora.
Sì che lo sa. Mi guarda e dice, Ma tu cosa fai di produttivo nella vita? dice, A cosa sei utile? Così dice, A cosa sei utile. Se qualcuno non sa odiare non trova posto nel suo mondo, non ha luogo proprio nel suo cosmo.
Marco dice, Guarda, e le dà il mio libro. Non vorrei, vorrei restare in quello sguardo sospeso, ma lei adesso guarda il libro, non vede altro che il suo titolo, Lager Italiani, e dice, Tu prendi frasi qua e là e le strumentalizzi, tu non ascolti quel che dice la gente, cosa scrivi a fare libri? Morsa dalla tarantola della cattiva coscienza, s’immagina che io scriva un libro su quelli come lei. E in parte è così, certo.
Alex odia i fascisti, ma prova a parlare, quando non c’è luogo proprio per i discorsi in quel cosmo senza ragione. Tuo nonno era immigrato in Argentina, le dice, Non lo sai?
Vede i suoi occhi freddi e troppo distanti, che non accettano incontro, Sei anacronistica, le dice Alex, Una donna come te andava bene al tempo di Hitler.
Lei continua a guardarlo con occhi imperturbabili. E’ passata dalla parte della forza. Alex si perde nella sua rabbia, nella sua disperazione che è la mia. Fai schifo, le dice. Un prete non lo avrebbe fatto, ma non è la pazienza ad abitarci.
postato da alderano
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